Il corso per salvare i vostri figli dal cyberbullismo

A Milano il primo corso che rilascia un certificato a mamme e papà che imparano le novità e i rischi della Rete. “Per proteggere i nostri figli, dobbiamo conoscere il loro mondo”, dicono

Cyberbullismo

(Pixabay)

3 Febbraio Feb 2018 0745 03 febbraio 2018 3 Febbraio 2018 - 07:45

Mamme e papà tornano tra i banchi. Per prendere la patente di “genitori digitali”, e imparare il funzionamento (e i pericoli) dei social più cool tra adolescenti e preadolescenti. Da Snapchat a Musical.ly. Nomi di cui spesso non hanno mai sentito parlare. Difficile star dietro a figli sempre connessi, chini sullo smartphone o sorridenti davanti a una videocamera. Ma i suicidi di ragazzini bullizzati con contenuti online fanno ormai parte della cronaca. Ecco perché Pepita Onlus ha creato a Milano il primo corso per “Genitori nella Rete”, con tanto di certificazione finale, rilasciato in collaborazione con Aica (Associazione italiana per l’informatica e il calcolo automatico).

«Gli smartphone sono macchine meravigliose, ma senza filtri o regole possono diventare anche pericolosi. E l’adulto accanto ai ragazzini non c’è. Anche perché spesso non ha proprio idea di cosa stiano facendo», spiega Ivan Zoppi, presidente di Pepita Onlus. «Da qui è venuta fuori l’esigenza di coinvolgere i genitori, che restano la prima risorsa nell’educazione dei ragazzi, anche online». Altrimenti, è come mettere in mano ai figli una macchina senza regole. «Quando prendi la patente», spiega Zoppi, «oltre alla teoria e alla pratica, c’è sempre un momento informale di guida con i genitori accanto. Lo stesso deve accadere con smartphone e social».

I primi dati clinici a livello europeo, elaborati alla Casa Pediatrica del Fatebenefratelli Sacco di Milano, evidenziano come l’80% dei giovani pazienti sia in cura per patologie che hanno a che fare con l'uso del Web. Tra di loro, il 45% per cyberbullismo, il 40% per gioco azzardo on line, sexting e alienazione da smartphone e il 15% per sextortion, grooming, dipendenza da Internet. E secondo i dati della Polizia di Stato, le denunce continuano a crescere: 350 nel 2017 e 235 nel 2016.

Negare l’accesso ai social non ha senso, perché tanto gli amici hanno il telefono e accedono da lì. Non bisogna demonizzare, ma conoscere quello che ormai è irrinunciabile. I nostri figli ci sono nati dentro, non percepiscono il mondo senza queste tecnologie

Nel rapporto con il Web, i genitori si dividono in tre tipologie. Quelli che si arrendono davanti alla tecnologia che avanza velocemente. «Snapchat non so nemmeno cos’è», si sente dire. O ancora: «Non so nemmeno come funziona il cellulare di mio figlio». Quelli che lasciano i figli in totale autonomia, senza sapere cosa viaggia sui loro smartphone. «Mio figlio queste cose non le farà mai», assicurano, «è un ragazzo in gamba». E poi ci sono quelli apprensivi, che arrivano a spiare i contenuti che i ragazzi si scambiano sui cellulari, chiedono l’amicizia su Facebook anche ai loro compagni di classe, o addirittura negano del tutto la possibilità di aprire un profilo sui social.

Tutto sbagliato. «Negare l’accesso ai social non ha senso, perché tanto gli amici hanno il telefono e accedono da lì», dice Zoppi. «Non bisogna demonizzare, ma conoscere quello che ormai è irrinunciabile. I nostri figli ci sono nati dentro, non percepiscono il mondo senza queste tecnologie. Certo si deve dire loro che c’è una vita al di fuori che va vissuta e si devono dare delle regole. Ad esempio: l’età minima per creare un profilo social è 13 anni, perché farlo prima come fanno in tanti?». E chiedere amicizia ai figli su Facebook? «No! Fate i genitori, non gli amici», consiglia Zoppi.

Quello che Pepita Onlus propone è la creazione di un nuovo “patto educativo” che dia delle regole sull’uso di questi strumenti. I dati dicono che il 35% dei ragazzi ha inviato un messaggio o ricevuto una foto sexy. E il 50% ha ricevuto messaggi o foto sexy di altri coetanei. «Bisogna responsabilizzare i ragazzi sui contenuti che pubblicano. Bisogna dire che tutto quello che pubblicano resta in Rete, che condividere immagini senza criterio è sbagliato», dice Zoppi. «E i genitori devono sapere che lo strumento smartphone messo nelle mani del figlio in realtà è di loro proprietà e quindi devono poter avere ad esmepio il codice per entrarci. Ma non per spiarli, semplicemente tuo figlio deve sapere che è un tuo diritto».

Il 20 gennaio si è tenuto a Milano il primo corso di Pepita a numero chiuso. I partecipanti erano 35, ma le richieste erano molte di più. E ora l’esperienza verrà ripetuta anche in altre parti d’Italia, a partire da Roma. Il corso è diviso in quattro parti: una sociologica, in cui gli esperti raccontano a mamme e papà il panorama digitale; una psicologica sulle conseguenze dell’uso esagerato dello smartphone e i segnali da cogliere nei comportamenti del figlio, che può essere vittima di cyberbullismo o bullo a sua volta; una parte incentrata sulle modalità del nuovo patto educativo; e una parte legale, con la collaborazione della Polizia Postale, per studiare anche la nuova legge sul cyberbullismo. «Perché se è vero che un 14enne non è imputabile, è anche vero però che i genitori poi ne rispondono civilmente», dice Zoppi. E alla fine mamme e papà devono anche sostenere un esame con 36 domande scritte. Se superato, riceveranno la certificazione “Cyberscudo Battilbullismo”.

Il 35% dei ragazzi ha inviato un messaggio o ricevuto una foto sexy. E il 50% ha ricevuto messaggi o foto sexy di altri coetanei

Tamara Maggi, mamma di due bambine di 9 e 12 anni, è una delle partecipanti al corso. Oltre che “fondatrice per caso” di un gruppo di “Genitori Digitali” che sta crescendo da Nord a Sud. «Tutto è nato con un tweet fortunato», racconta. «Lo scorso novembre la Polizia Postale aveva pubblicato una sorta di grido d’allarme, scrivendo su Twitter: “Genitori, ci siete?”. Io ho rilanciato il tweet dicendo: “Genitori digitali, ci siete?”». E così retweet dopo retweet, si è creata una community con adesioni da tutta Italia.

«A nove anni mia figlia venne a casa e mi disse: “Mamma, in classe tutti hanno Instagram. Io sono una delle poche senza telefono», racconta Tamara. «E lì caddi dalle nuvole». Alla fine sua figlia ha ricevuto il cellulare in regalo alla conclusione delle scuole elementari, anche se Tamara non era del tutto d’accordo. «Mi sono messa accanto a lei, cercando di imparare insieme cosa si fa e cosa non si fa», racconta. «È importante dire soprattutto che una volta pubblicata una cosa, quella cosa è fuori dal tuo controllo. Quello che condividi è come se fosse in piazza».

La regola per i genitori digitali è: se vuoi proteggere i tuoi figli, devi conoscere il loro mondo. «In Rete possiamo cogliere tutte le informazioni che vogliamo, ma dobbiamo parlare con i ragazzi. Sapere cos’è Musical.ly, ad esempio, che va fortissimo in questo periodo. O conoscere gli idoli di YouTube», dice Tamara.

A “Genitori digitali” hanno aderito anche tanti professionisti esperti di adolescenza. E per raggiungere i genitori non digitali si stanno organizzando anche incontri offline sui territori. Il primo si terrà ad Assisi a fine febbraio.

«C’è una consapevolezza crescente», dice Tamara. «Tanti genitori riconoscono che ci sono dei rischi ma non sanno cosa fare. Si sentono soli. Cercano un conforto, un semplice collegamento con un professionista». Ad esempio: «Ci hanno contattato a Natale per chiedere un parere sull’acquisto di uno specifico telefono per una bambina di nove anni. Ma perché dare in mano un telefono a una bambina di nove anni?». Bella domanda.

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