Le tasse sulle sigarette elettroniche? Un aiuto di Stato alle aziende straniere

Parla Umberto Roccatti (Anafe): «Il grado di tossicità dei vaporizzatori è inferiore del 95% rispetto alle sigarette tradizionali. Eppure siamo tassati allo stesso modo. Cinque anni fa eravamo i primi produttori in Europa. Ora la filiera rischia di bloccarsi»

Sigaretta Elettronica
3 Febbraio Feb 2018 0745 03 febbraio 2018 3 Febbraio 2018 - 07:45
WebSim News

Chi l’avrebbe detto che i vaporizzatori e le sigarette elettroniche sarebbero stati un tema da campagna elettorale? Colpa delle imposte che gravano su questo prodotto, la cui rapidissima diffusione ha cambiato il mercato dell’industria del tabacco più o meno come Uber ha cambiato quella dei taxi - 1.600.000 italiani sono passati al fumo elettronico. E le imposte sono pari, o quasi, a quelle che si pagano sulle normali sigarette di carta: "Piccolo dettaglio: la comunità scientifica, pur con le dovute differenze, è concorde nell’affermare che il grado di tossicità dei vaporizzatori è inferiore almeno del 95% rispetto a quello delle sigarette tradizionali" -, spiega Umberto Roccatti, Presidente di ANAFE Confindustria, l'Associazione Nazionale Fumo Elettronico - "e l’Italia è l’unico Paese che tassa questo tipo di prodotti". La contraddizione non è sfuggita alla politica, dicevamo. Dopo le proteste in piazza e on line di migliaia di svapatori, la sigaretta elettronica è subito diventata motivo di dibattito elettorale in vista delle prossime politiche del 4 marzo. Il leader della Lega, Matteo Salvini, ha dichiarato di voler eliminare ogni tassa sul settore. Forza Italia ha accusato il Governo di aver «tassato anche l’aria» mentre lo stesso Pd, per non essere da meno, ha provato a ridurre la tassazione attraverso alcuni emendamenti parlamentari in legge di bilancio. Nulla è però cambiato e l’industria italiana che fino a qualche anno fa era leader europea del settore continua a perdere posizioni, e posti di lavoro.

Roccatti, partiamo dall’inizio: quanto vale oggi il settore delle fumo elettronico?
Vale molto. L’utilizzo di vaporizzatori cresce a doppia cifra e non è sbagliato parlare, anche nel nostro caso, di una disruptive innovation che prosegue inesorabile: il prodotto continua a evolvere, ingloba nuovi utilizzatori a livello globale, migliora nell’efficacia e nel design. A macchia di leopardo, però, a seconda che la legislazione sia o meno favorevole al suo sviluppo.

Ecco, per l’appunto: in Italia?
Il mercato dei vaporizzatori in Italia ha conosciuto un’evoluzione molto positiva, con un picco nel 2012. Eravamo primi, ora siamo quarti in Europa, quindi le cose stanno peggiorando

Come mai?
I problemi sono soprattutto legislativi: problemi di imposizione fiscale, ad esempio. L’Unione Europea si è data una normativa sul prodotto, necessaria per la salvaguardia del consumatore. Ora in Europa ci sono norme di riferimento. In Italia invece norme non ce ne sono, ma c’è un’imposizione fiscale enorme, che sta distruggendo ogni possibilità di innovare.

E perché si tassano le sigarette elettroniche? C’è un costo sociale da controbilanciare, come per le sigarette tradizionali?
No, al contrario. Pensi che le autorità sanitarie del Regno Unito lo scorso ottobre hanno lanciato una campagna per invitare i fumatori a smettere di fumare utilizzando proprio la sigaretta elettronica, con lo slogan “Non c’è mai stato un tempo migliore per smettere di fumare”. Ha senso tassare i costi sociali dell’uso e dell'abuso di un prodotto. Ne ha molto meno imporre le stesse accise a un prodotto che la comunità scientifica ha definito a “rischio ridotto”, con un grado di tossicità del 95% inferiore. Sinceramente non ci spieghiamo come un tale beneficio debba subire un’imposizione fiscale pari o superiore rispetto a sigarette tradizionali.

«Un flacone da 10 ml è tassato per più di 3 euro, con prezzo al pubblico di 5 euro. È una tassa pazzesca, che grava del 100% sul prezzo al pubblico. In altre parole, il consumatore paga il prodotto due volte. E il negoziante deve caricare i prezzi del triplo per fare margine. Così il rischio è che il settore si paralizzi, o peggio»

Proviamo a pensar male: con 1,6 milioni di consumatori di sigarette tradizionali in meno c’è meno gettito per lo Stato. Non le pare sia un modo per continuare a fare cassa?
Sicuramente c’è una concorrenza: la sigaretta elettronica si pone come un prodotto alternativo alla sigaretta tradizionale. È legittimo pensare a una forma di imposizione che permetta alla filiera di lavorare e allo Stato di incassare qualcosa. Ma con imposte di questo tipo si blocca la filiera.

Di quanto stiamo parlando, scusi?
Un flacone da 10 ml è tassato per più di 3 euro, con prezzo al pubblico di 5 euro. È una tassa pazzesca, che grava del 100% sul prezzo al pubblico. In altre parole, il consumatore paga il prodotto due volte. E il negoziante deve caricare i prezzi del triplo per fare margine. Così il rischio è che il settore si paralizzi, o peggio.

In che senso peggio?
L’Italia è l’unico Paese tra le grandi economie europee ad avere una tassa sulla sigaretta elettronica. Vogliano fare la nostra parte, ma all’interno di una cornice europea e a parità di condizioni rispetto ai nostri competitor stranieri. Oggi le imprese italiane sono di fatto svantaggiate. Per essere ironici, potremmo dire che le nostre tasse sono un aiuto di Stato alle aziende straniere.

In più ci si è messa pure la Corte Costituzionale...
Sì, con la conseguenza che oggi sono tassati sia i liquidi con nicotina, sia quelli senza nicotina. La Corte, in precedenza, aveva dichiarato illegittima l’imposizione fiscale per eccessiva discrezionalità fiscale. L’ultima sentenza, però, ha ribaltato la loro stessa pronuncia dando via libera alla tassazione sia sui liquidi con nicotina, sia su quelli senza.

E cosa chiedete, quindi?
Che le imposte sulle sigarette elettroniche siano eliminate, come nel resto del continente. E che la politica parlamentare si rimetta a incidere sulla politica ministeriale. Ci aspettiamo che il nuovo Governo comprenda le esigenze di un settore che è una fonte di occupazione, sviluppo economico oltre che un’opportunità concreta per cambiare, finalmente, le statistiche sanitarie relativamente alle malattie generate dalle sigarette tradizionali.

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