Nardin, imprenditore e candidato Cinquestelle: «Salveremo noi il Made in Italy»

L’ex presidente dei giovani di Confartigianato rappresenta l’M5s all’uninominale di Venezia. «Avrò un orecchio più sensibile di quelli che sentivano le mie istanze per le Pmi. I dazi? Più tutele daranno valore ai nostri prodotti. Il piano Impresa 4.0? Gli investimenti devono garantire l’occupazione»

Marco Nardin

Marco Nardin, candidato del Movimento 5 Stelle al collegio uninominale del Senato di Venezia

3 Febbraio Feb 2018 0745 03 febbraio 2018 3 Febbraio 2018 - 07:45

L’annuncio della presentazione, nel collegio uninominale per il Senato di Venezia, di un imprenditore veneto tra le fila dell’M5s, ha fatto girare molte teste e sollevare molte domande. Anche perché l’imprenditore in questione non era il classico informatico proveniente da una lunga militanza nei meetup. Marco Nardin, prima della candidatura, era noto per essere stato, dal 2012 al 2016, presidente dei giovani di Confartigianato. L’associazione di categoria, per quanto apolitica, era stata tradizionalmente associata al centro-destra e di certo si era distinta, almeno nei comunicati ufficiali, per una critica al governo molto distante dall’appoggio costante di Confindustria. È stato uno spunto sufficiente per interrogarsi su un mutamento che sarebbe in atto nelle scelte elettorali e nei punti di riferimento politici tra i piccoli imprenditori. Vale in tutta Italia, come ha descritto un sondaggio di Ipsos sul Corriere della Sera, secondo cui il primo partito tra imprenditori, professionisti e dirigenti sarebbe l’M5s, con il 28% delle intenzioni di voto. Ma vale ancora di più in Veneto, dove i piccoli imprenditori artigiani hanno avuto nella Lega e in Forza Italia i loro rappresentanti più premiati e dove le proteste di Confartigianato si sono distinte per l’intensità. Se a livello nazionale lo slogan contro la legge di Bilancio 2018 era “Non prendeteci per il mulo” (per quanto su 33 misure solo una fosse stata bocciata), in Veneto si era passati alla consegna di camicie di forza ai prefetti. Lo stesso Nardin, perito grafico e titolare dell’azienda grafica di famiglia, viene descritto da chi lo conosce come battagliero sul tema della burocrazia, fisco e ritardi nell’e-government. Nelle vesti di candidato, tuttavia, i toni si fanno concilianti. Evita ogni critica a misure specifiche del governo, insiste sull’importanza della persona-candidato e sulla necessità di partecipazione da parte dei cittadini, dribbla le domande dirette sulle misure di policy. Tre i punti da annotare: la priorità alla formazione, il rafforzamento del Fondo di garanzia per le Pmi (da poco peraltro riformato) e il sostanziale via libera ai dazi protezionistici, una delle misure più votate nel programma economico dell’M5s.

Ci dica, intanto, come nasce questa candidatura. È stata una scelta improvvisa o era nell’aria da tempo?

Sono stato individuato dal Movimento. Mi hanno proposto di fare quello che ho sempre fatto in materia di rappresentanza, cioè parlare delle Pmi e dei loro problemi. Mi è venuto naturale accettare.

Lei ritiene che questa candidatura sia rappresentativa degli artigiani e delle Pmi che ha rappresentato fino all’anno scorso in Confartigianato Giovani?

Questa è una candidatura che ho accettato io. Mi sento autorizzato a parlare di imprese perché io stesso sono proprietario di una piccola impresa. Conosco le problematiche a cui le Pmi vanno incontro.

La Confartigianato negli ultimi anni è stata molto dura con il governo. L’ultima campagna si chiama “Non prendeteci per il mulo“. In Veneto Confartigianato ha manifestato con camicie di forza. Che reazioni sono arrivate dall’associazione al suo annuncio?

Adesso cominceremo a fare degli incontri con le categorie. La voce di Confartigianato oggi è portata avanti da altre persone. Quello che posso dire è che cercherò di avere un orecchio più sensibile rispetto a quelli che ho trovato di fronte in questi anni, quando portavo avanti le istanze delle piccole imprese. È facile dire sì, poi però ci devono essere i fatti, le risposte concrete.

Un recente sondaggio del Corriere ha mostrato come nella categoria Imprenditori, dirigenti e professionisti il M5s è il primo partito, con il 28%, seguito dal Pd al 20%, più un 8% di altre liste di centro-sinistra, mentre Lega è al 12% e FI al 15%. Colpisce lo spostamento dei voti da Lega a M5s. lo avverte anche lei nel territorio?

Serve un discorso ben più ampio. È necessario mettersi in gioco a 360 gradi. Allontanarsi dalla politica vuol dire non prendere parte e non avere voce in capitolo sulle scelte che ci riguardano. Oggi il Movimento Cinque Stelle non è mai stato messo alla prova. La gente è disorientata e disaffezionata, sente che vuole essere chiamata a partecipare alla direzione che prenderà l’Italia.

Lei si riconosce nel passaggio “antropologico” dei piccoli imprenditori dal centro-destra al M5s?

Io mi sono allontanato da molto tempo dalla politica, perché non mi sentivo rappresentato da nessuno. Ora mi riconosco nella voglia di mettermi in gioco. Oggi si vota la persona, conta sempre di più la conoscenza che si ha delle persone a cui si chiede una rappresentanza e di quello che hanno fatto fino ad allora.

I sondaggi dicono che l’M5s è il primo partito tra imprenditori, professionisti e dirigenti. Nardin è una spia di un cambiamento dei punti di riferimento politico dei piccoli imprenditori? Lui nicchia: «Questa è una candidatura che ho accettato io. Mi sento autorizzato a parlare di imprese perché io stesso sono proprietario di una piccola impresa»

A leggere bene il manifesto di “Non prendeteci per il mulo” di Confartigianato, quello che balza all’occhio è che, nonostante i toni molto duri dei comunicati, delle 33 proposte esaminate il responso è: 28 pollici alzati, 4 pollici medi e una sola bocciatura, sul rinvio dell’Iri. Lei sarebbe stato più critico?

Quello che ha detto Confartigianato è un’opinione della rappresentanza. Io voglio andare avanti. Penso che se siamo arrivati in queste circostanze difficili dobbiamo fare tutti un mea culpa. Dobbiamo creare un’Italia più a portata dell’impresa. Chi fa impresa crea lavoro. Le Pmi vengono ancora identificate con i “padroni”. Ma sono fatte soprattutto di collaboratori, che sono la forza dell’Italia. Più che guardare al passato alla gente interessa sapere che cosa si può fare per migliorare le cose.

Mi permetta di parlare ancora un po’ del recente passato. Il Piano Calenda è stata la principale leva di politica industriale degli scorsi governi. Il primo piano, Industria 4.0, ha portato a un’impennata negli ordinativi di macchinari avanzati e negli investimenti. Tra un mese sarà operativo il piano Impresa 4.0, che prevede incentivi alla formazione. Ci sono anche i voucher delle camere di commercio per le attività di consulenza sulla digitalizzazione delle Pmi. Cosa salverebbe e cosa cambierebbe di questo piano?

Le intenzioni del Piano Industria 4.0 vanno nel verso giusto. Va fatta però una riflessione a 360 gradi. Gli investimenti vanno fatti per garantire l’occupazione. Le imprese devono essere smart e deve essere digitalizzato tutto il processo. Su questo fronte la P.a. deve fare la sua parte, manca ancora la banda larga per moltissime aziende. Bisogna lavorare sulle figure professionali che il mercato ricerca. Bisogna che ci sia più formazione per le nuove professioni. Sto pensando alla green economy e alle energie rinnovabili. Dobbiamo considerare la mobilità elettrica come un motore di sviluppo e di occupazione.

Lo scorso maggio è stato approvato dal governo il piano triennale per la crescita digitale, curato dall’ex numero 2 di Amazon Diego Piacentini. Perché l’M5s dovrebbe fare meglio?

Perché ritiene che con queste nuove figure professionali sia necessario essere più veloci, più smart. Oggi è necessario più che mai partire dalla formazione.

L’erogazione di credito per le Pmi è ancora un problema, lo dicono anche i dati della Banca d’Italia. Il territorio veneto è stato colpito dalla crisi di Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Nei panni del governo quale alternativa avrebbe previsto? Una rottura totale con l’Unione europea?

Non spetta alla mia persona rispondere, il governo avrà fatto le sue valutazioni.

L’accesso al credito è un problema sentito dalle Pmi in questo momento in Veneto?

Il credito è un elemento fondamentale per le piccole imprese. Quello che posso dire è che con il taglio degli stipendi dei parlamentari è stato molto allargato il Fondo di Garanzia per le Pmi. È uno strumento molto importante e a cui l’apporto del M5s è indiscutibile.

A Linkiesta ne avevamo dato conto per tempo. La sua priorità sarebbe quindi un rafforzamento del fondo di garanzia delle Pmi?

Assolutamente sì.

D’accordo con i dazi, votatissimi nel programma dell’M5s? «Sicuramente c’è una questione di tutela e valorizzazione del prodotto Made in Italy, salvaguardando la qualità dei prodotti e la tutela dei prodotti. Questo andrà a favore di un’economia che potrà crescere nell’esportazione»

Nel programma economico del M5s, oltre ai riferimenti a cui ha già fatto cenno sulla green economy, uno dei punti più votati è la necessità di introdurre più dazi per ridurre le importazioni e proteggere le industrie italiane. Lei da imprenditore di una regione che esporta moltissimo cosa ne pensa? Calenda duettando con Salvini ha detto che è masochistico per chi ha un surplus commerciale come noi.

Sicuramente c’è una questione di tutela e valorizzazione del prodotto Made in Italy, salvaguardando la qualità dei prodotti e la tutela dei prodotti. Questo andrà a favore di un’economia che potrà crescere nell’esportazione, perché se alzi il valore di un prodotto proteggendolo, poi attraverso l’e-commerce e altro generi nuove possibilità di raggiungere nuove economie.

In una lunga intervista al Mattino Luigi Di Maio ha detto fatto riferimento su almeno 3-4 materia alla necessità di ricentralizzare le competenze dello stato, modificando il titolo V. Parlava di politiche attive, turismo, energia. Da veneto come vede queste posizioni?

Questa è una domanda da fare al presidente Di Maio, visto che le dichiarazioni sono sue. Noi siamo in linea con tutto quello che è il programma e che il presidente sta portando avanti. Io mi attengo a cercare di dare delle visioni che non guardano al passato ma al futuro. Ritengo che bisogna ripartire da un nuovo terreno. Mi voglio mettere in gioco per cercare di rappresentare una fascia importante di imprese, che è fatta imprenditori e di lavoratori che creano economia e sviluppo. La mia parte sarà cercare di creare le condizioni perché le imprese possano esprimere il loro potenziale nel migliore dei modi, perché oggi come imprenditore passo il 90% della mia giornata a fare tutt’altro che fare impresa. Devo guardare tutte le carte e i moduli da compilare, non posso cercare di creare qualcosa di nuovo perché la prima risposta è sempre “eh, ma non è mai stato fatto, quindi non si può fare”. La mia posizione sarà quella di cercare di creare un terreno dove l’impresa possa esprimersi. Se riusciamo a creare questo tutto il sistema economico e del mondo del lavoro ne verrà beneficiato. Tenendo in considerazione tutti gli aspetti specifici del manifatturiero, quindi il ritorno all’apprendistato con formazione; serve rivedere i centri per l’impiego per far incontrare domanda e offerta perché oggi ci troviamo con un’alta disoccupazione ma dall’altra con moltissime imprese che non trovano figure professionali. Bisogna far incontrare questi due binari che oggi sono separati.

«Se siamo arrivati in queste circostanze difficili dobbiamo fare tutti un mea culpa. Dobbiamo creare un’Italia più a portata dell’impresa. Chi fa impresa crea lavoro. Le Pmi vengono ancora identificate con i “padroni”. Ma sono fatte soprattutto di collaboratori, che sono la forza dell’Italia. Più che guardare al passato alla gente interessa sapere che cosa si può fare per migliorare le cose»

Sempre Di Maio è stato molto critico verso il Jobs Act. Non è però stato esplicito sulla direzione di una riforma del lavoro. Lei gli consiglierebbe di tornare all’articolo 18?

L’articolo 18 sulle piccole imprese non è mai stato contemplato. Il problema del Jobs Act è che ha creato dei falsi numeri. I contratti che sono stati portati a termine sono stati tutti contratti di poco tempo. Noi dobbiamo creare le condizioni perché ci sia lavoro. Se non crei le condizioni perché ci sia lavoro e perché ci sia professionalità puoi inventarti qualsiasi tipo di contratto ma non crei lavoro sul territorio. Bisogna creare le condizioni perché le imprese creino nuovi lavori e poi trovino lavoratori. In quel modo si creano le condizioni in automatico per ridurre la disoccupazione.

Uno sguardo all’estero. Quanto si sente vicino alla sensibilità di Donald Trump, che con il suo discorso sullo stato dell’Unione ha rivendicato il cambiamento della riforma fiscale?

Io penso di volare basso e di guardare all’economia italiana. Il mio compito è di occuparmi di un territorio, cercando di farlo in maniera tranquilla portando delle istanze. Quella delle Pmi è una tematica che sento vicino a me. Per grandi questioni verranno messe in campo delle altre azioni e si avrà una voce di più ampio respiro. Io mi candido nel territorio dove sono nato e che conosco. Nel caso fossi eletto cercherò essere una voce costante per i problemi del territorio. Quello che viene fatto Oltreoceano lo giudicheranno quelli che sono là.

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