Obiettivo remuntada: il piano di Renzi per tornare a Palazzo Chigi

Un uomo solo al comando del pd, il segretario Matteo Renzi, punta tutto su se stesso e mette all'angolo le minoranze. Alle tre liste satellite il compito di supportare i dem per superare i numeri del Movimento 5 Stelle

Renzi Linkiesta
3 Febbraio Feb 2018 0745 03 febbraio 2018 3 Febbraio 2018 - 07:45

Matteo Renzi al centro della scena, insieme ad uno dei suoi uomini più fidati, Tommaso Nannicini. Senza squadra, senza altri primattori. Lui, il programma del Pd e la platea di fedelissimi dell'Opificio Golinelli di Bologna. E' l'immagine simbolo di quello che sarà l'ultimo miglio di campagna elettorale, quello ritenuto decisivo al Nazareno. Sono lontani i tempi in cui si pensava che il segretario potesse fare un passo indietro (o anche solo uno a lato) per favorire l'avanzata di figure meno divisive e compromesse della sua, più apprezzate dagli italiani (almeno secondo i sondaggi), a partire dal premier Paolo Gentiloni per arrivare sino al ministro dell'Interno Marco Minniti.

"Il gradimento non è il consenso, non si traduce in voti". E' questo il ragionamento fatto nel ristretto cerchio del Giglio Magico, secondo una fonte ben informata. "Matteo, nel bene o nel male, è ancora l'unico in grado di smuovere grandi masse. Dobbiamo parlare a quel 40% che ha creduto al progetto delle riforme. E lo può fare solo lui". E anche se in queste settimane sentirete parlare ancora di "squadra del Pd", non fatevi ingannare. Il segretario è più in sella che mai, la denominazione di "capo politico" imposta dal Rosatellum è tutt'altro che una formalità in questo caso. Renzi è tornato all'attacco e in questo mese giocherà la sua parte come ha sempre fatto, spendendosi in prima persona, a livello mediatico e non solo.

Anche perché la partita vera, come tutti sanno, si giocherà dal 5 marzo in poi. E l'ex premier ci vuole arrivare da "comandante en jefe", costi quel che costi. Lo si è ampiamente capito dalla composizione delle liste elettorale, in cui, dietro quello che è passato come un colpo alle minoranze, si nasconde un'azione precisa e spietata: la decapitazione politica delle altre componenti della maggioranza, a cominciare proprio dalle figure storiche che facevano riferimento a Gentiloni (chiedere ad Ermete Realacci per avere informazioni più dettagliate) e a Minniti (idem con Nicola Latorre o Andrea Manciulli). Anche l'area che fa capo a Matteo Orfini - ad eccezione di Roma - non è stata particolarmente premiata.

Segno che Renzi ormai non si fida più di nessuno. Ed è per questo che ha deciso di giocarsi la vita (politica), o la va o la spacca. Tutto si deciderà sul filo dei numeri. Primo obiettivo: uscire dalle urne come primo gruppo parlamentare. Grazie ad una norma inserita nella legge elettorale, infatti, i candidati delle liste coalizzate, che supereranno l'1% ma non arriveranno al 3% confluiranno nello stesso gruppo del partito di maggioranza all'interno della coalizione. E' questo il ruolo che, nei piani di Renzi, dovranno ricoprire le tre liste satellite apparentate al Pd: +Europa di Emma Bonino, Civica Popolare di Beatrice Lorenzin e Insieme, del trio Nencini, Bonelli, Santagata. Grazie all'apporto di questo 4-5% di voti, il gruppo dem potrebbe risultare più numeroso di quello del Movimento 5 Stelle, nonostante questi ultimi risultino ampiamente avanti nei sondaggi. Secondo obiettivo minimo: evitare che la coalizione di centrodestra ottenga un risultato sufficiente per garantirle una maggioranza di governo.

Ma c'è un sogno, che serpeggia nelle chat dei comunicatori renziani: quello della "remuntada". Al Nazareno calcolano che una grandissima fetta della campagna elettorale si giocherà negli ultimi quindici giorni, quelli in cui, per legge, i sondaggi non potranno essere resi pubblici. E' in queste due settimane che saranno concentrati gli sforzi maggiori di Renzi per recuperare il gap che divide il Pd dal Movimento 5 Stelle, con l'ambizione di finire davanti. In questo senso le ultime rilevazioni che assegnano solo una manciata di seggi sicuri ai grillini, contro lo strapotere del centrodestra e la sostanziale tenuta localizzata nelle regioni rosse del Pd, sono state una boccata d'aria fresca. Se i dem saranno il primo partito (al netto del contributo delle liste satellite), supereranno il 25% ottenuto nella non-vittoria di Bersani del 2013 ed eviteranno la vittoria del centrodestra, sarà ancora Renzi a dare le carte e - dicono fonti molto vicine alla segreteria - a puntare dritto ad un ritorno a Palazzo Chigi, con il sostegno del suo granitico gruppo parlamentare, dei vari partiti di centro e di Forza Italia.

E qui sta il vero motivo per cui, dopo giorni di riflessione, l'ex rottamatore ha deciso di mettere da parte ogni remora e tornare al centro della battaglia politico-mediatica. Ovviamente i rischi di questa operazione sono enormi. Intanto, se non si avverasse il sogno della rimonta, ma si centrassero solo gli obiettivi minimi, si aprirebbe comunque una fase molto convulsa. Chi sarà l'uomo prescelto per guidare un'eventuale governo di larghe intese? Quali saranno gli equilibri della maggioranza? Quale sarà il ruolo dello stesso Renzi? Tutti quesiti che saranno al centro di un braccio di ferro da combattere su più fronti, sia dentro che fuori il partito. E non è assolutamente da escludere che qualcuno dei "decapitati" sopra citati possa farsi venire in mente di tentare il colpo di mano. D'altronde, se è vero che i gruppi parlamentari saranno comunque sotto il diretto controllo di Renzi (al Senato) e delle sue propaggini Boschi-Lotti (alla Camera), non si può dire lo stesso della Direzione del partito, l'organo deputato alle decisioni più delicate, utilizzato dallo stesso segretario come una clava, in passato, per esempio per decretare la fine del governo Letta.

Qui gli equilibri sono più sfumati. L'assise è ancora a maggioranza nettamente renziana ma, a differenza di quella che sarà la composizione dei gruppi, rispetta più fedelmente gli equilibri dell'ultimo congresso. Quindi, se è vero che la maggioranza è rappresentata con il 70%, le minoranze possono contare sul 30% dei delegati. E inoltre, nel corpaccione che ha appoggiato Renzi alle primarie, ci sono rappresentanti delle varie correnti interne, a cominciare dai franceschiniani che possono cambiare sensibilmente e rapidamente il quadro.

Tutto un altro film è quello che si aprirebbe in caso di netta sconfitta del Pd alle elezioni. Se nessuno o anche solo uno dei due obiettivi minimi non venisse centrato, allora sarà redde rationem. Le minoranze, ma non solo, hanno già dato appuntamento al 5 marzo. Anche uomini una volta fedelissimi al segretario non si tireranno indietro. Uomini forte del governo a parte, da Milano Beppe Sala e Giorgio Gori hanno già, più volte, fatto capire che la misura è colma. Nicola Zingaretti, se dovesse come sembra trionfare alle regionali nel Lazio nonostante il contesto avverso, tornerebbe in cima alla lista dei possibili nomi per la successione a Renzi. "E' uno dei pochi - dicono al Nazareno - che potrebbe riuscire a tenere insieme il partito". Perché, in caso di catastrofe, non sarebbe solo il segretario a rischiare (politicamente) la pelle. Sarebbe il progetto stesso del Pd ad essere messo in discussione, con il rischio concreto di una diaspora, secondo schemi più legati al passato che al futuro.

Potrebbe interessarti anche