Orgasmi, fesserie freudiane e altre bestialità: non chiamatela vagina

Un fumetto bellissimo racconta come la sessualità delle donne negli ultimi trecento anni sia stata imbrigliata e silenziata. Caso editoriale in Svezia con 40mila copie vendute, dovrebbe essere comprato e letto non solo dalle donne, ma anche e sopratutto dagli uomini

Vignetta Stromquist Colorata
3 Febbraio Feb 2018 0745 03 febbraio 2018 3 Febbraio 2018 - 07:45

Quando si vuole cancellare qualcosa – escludere, minimizzare, disconoscere – di solito si comincia evitando di citarla. Non la si nomina più. La gente smette di sentirne parlare, non la trova più sui libri, sui giornali, e piano piano accade che ne dimentichi l’esistenza.

Generalmente l’eliminazione di una parola ha una valenza politica. Un maestro della letteratura come George Orwell, peraltro dotato di una capacità di analisi politica che sconfinava nella veggenza, nel suo capolavoro distopico “1984” (che preconizzò la società del Grande Fratello con schermi in ogni stanza…) lo aveva capito al punto da far parlare ai suoi personaggi la “neolingua”. Una lingua impoverita, dove le parole erano state progressivamente tagliate, fuse, standardizzate dal governo. Così le persone non avevano più modo per dettagliare il loro pensiero, analizzare la realtà in cui vivevano: ed erano, di conseguenza, più inermi di fronte alla dittatura.

Niente parola uguale niente concetto. Anche per quanto riguarda il sesso. Sembra quasi incredibile ma nella nostra società avanzata, iperconnessa, disinibita – dove in un clic si può accedere a qualsiasi tipo di immagine pornografica – c’è ancora una censura sulla sessualità femminile; e quella censura passa anche per la parola con cui noi chiamiamo abitualmente l’organo sessuale delle donne.

Lo chiamiamo “vagina”. Lo usiamo come corrispettivo di “pene”. Senza saperlo, siamo vittime di una sorta di neolingua che ha tagliato la parola giusta. La parola giusta è “vulva” (è brutta? Sarà bella vagina... o pene...). Perché? Perché la vagina è solo la parte interna dell’organo femminile; è il luogo dove l’uomo, nell’accoppiamento, trova generalmente il suo piacere, oltre ad essere, naturalmente, il passaggio obbligato attraverso cui gli spermatozoi raggiungono l’utero – e dunque il luogo-chiave del processo riproduttivo della specie umana.

Invece il godimento della donna sta nella vulva; lì stanno tutte le terminazioni nervose che le portano piacere, a cominciare dalla clitoride, che di questo piacere è il fulcro e la matrice – con buona pace di Freud e delle sue pericolose teorie campate in aria sugli orgasmi “maturi” e “immaturi”.

Questa e molte altre cose sono racchiuse in un fumetto bellissimo che è diventato, a partire dal 2014, un caso editoriale: in Svezia, paese natale dell’autrice Liv Strömquist, ha venduto 40mila copie - un’enormità. Forte di questo successo, e del contributo economico dello Swedish Arts Council, “Kunskapens frukt” è uscito in tutto il mondo e pochi mesi fa è stato tradotto anche in italiano, in una bella edizione di Fandango Libri dal titolo “Il frutto della conoscenza” .

Pagina dopo pagina il fumetto (attenzione, in Italia diversi fantasiosi librai hanno deciso – evidentemente nel tentativo di venderne molte più copie… – di non esporlo nella sezione dei fumetti, bensì in quella dei libri specialistici sulla sessuologia. Almeno siete avvisati) racconta come la sessualità delle donne sia stata, specialmente negli ultimi trecento anni, imbrigliata da uomini che hanno voluto definirla, sminuirla, addirittura silenziarla.

Agghiaccianti le pagine su Isaac Baker Brown, una sorta di dottor Mengele ottocentesco inglese travestito da zelante ginecologo, che si era inventato che l’asportazione della clitoride servisse a curare l’epilessia e svariati altri malanni delle donne. (Praticava anche senza il consenso delle pazienti, e fortunatamente a un certo punto venne radiato dall’ordine dei medici. Gli effetti devastanti delle sue operazioni e di quelle realizzate dai suoi seguaci, però, furono irreversibili per moltissime bambine e donne, fino alla metà del Novecento). Dunque anche noi, che giustamente ci indigniamo di fronte all’infibulazione, abbiamo avuto in Occidente le nostre mutilazioni genitali femminili, e quasi nessuno lo sa.

Dalla caccia alle streghe medievale ai lettini dei reparti di chirurgia odierni in cui vengono corretti a suon di bisturi i genitali di neonati “non conformi”, dalla paranoia di ogni donna dai 12 anni in su a che “l’assorbente perda” o anche solo che “si veda” alle poche e spesso imprecise informazioni sull’anatomia dei genitali femminili, c’è una panoramica molto ampia sui temi che affliggono le donne quando si parla della conformazione, del corretto – anzi “opportuno” – funzionamento, della “normalità” dei loro organi sessuali.

Il libro snocciola e demistifica con ironia tagliente i pregiudizi e le narrazioni tutte sballate sul corpo femminile, l’orgasmo delle donne, la masturbazione ma anche le mestruazioni e la sindrome premestruale. A voler essere pignoli c’è poco o nulla sul parto, che pure è un momento in cui vagina e vulva sono ben protagoniste, e spesso maltrattate – ma forse su quello bisognerebbe scrivere un libro a parte.

L’aspetto di fumetto permette di veicolare concetti importanti e complessi in una maniera lieve e divertente. Alcune pagine sono davvero esilaranti, e sempre capaci di innescare una riflessione non banale. Qualche volta Liv Strömquist usa un espediente efficace: ribalta la narrazione sull’uomo, rendendo evidente l’assurdità di questa o quella situazione. Assurdità che invece spesso, se applicate sulle donne, vengono “universalmente accettate”, considerate inevitabili. Il lettore si ferma e pensa: ma in effetti, perché? Perché questa cosa che mi sembrerebbe impensabile su un uomo mi appare invece plausibile su una donna?

Questo fumetto dovrebbe essere comprato e letto non solo dalle donne, ma anche e sopratutto dagli uomini. È un frutto prezioso per tutti. Alle donne “addentarlo” serve a conoscere meglio il proprio sesso, sapere come funziona, uscire da quei preconcetti e pregiudizi che spesso portano disagio, vergogna, inibizione, e impediscono di vivere serenamente le proprie funzioni fisiologiche e i rapporti con gli altri.

Agli uomini questo “frutto della conoscenza” è addirittura ancor più utile: leggendolo possono aprire gli occhi, rendersi conto di com’è straordinario il corpo della donna, e quanto straordinariamente può reagire se conosciuto e rispettato. Buttandosi finalmente alle spalle i secoli di oscurantismo e i tentativi di controllo; e magari sviluppando anche un po’ di sana consapevolezza ed empatia rispetto a quanti ostacoli le loro madri, amiche, compagne, mogli, figlie abbiano dovuto, debbano e (speriamo sempre meno) dovranno combattere con pregiudizi culturali, stereotipi maschilisti, nozioni mediche imprecise e fuorvianti, per poter essere pienamente a proprio agio con la propria vulva (ehi, non vagina! Se non ricordate perché, rileggete daccapo - o andate in libreria e trovate il libro di Liv Strömquist).

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