Il ”memo” repubblicano parla chiaro: il Russiagate è farlocco, e la politica Usa è marcia

Quattro pagine che provano che chi ha indagato sul presunto Russiagate di Trump non è imparziale. Quattro pagine che i media americani hanno tentato in ogni modo di depotenziare. E che mostrano un dibattito politico di infimo livello. Ed è una pessima notizia, per tutti

Official Portrait Of President Donald Trump
4 Febbraio Feb 2018 0800 04 febbraio 2018 4 Febbraio 2018 - 08:00

Se questo weekend siete capitati su un sito web di una qualsiasi testata giornalistica americana avrete sicuramente notato, ovunque, la parola “memo”. Forse vi sarete chiesti come mai una storia in grado di richiamare un simile livello di attenzione, in un periodo in cui la politica americana è costantemente al centro dell’attenzione, vi sia sfuggita fino ad oggi. In tal caso non preoccupatevi: non siete voi ad essere distratti.
Il “memo”, e tutto quello che vi gira attorno, rappresenta la chiave di lettura ideale per capire, una volta per tutte, l’attuale livello di bassezza della democrazia e del dibattito pubblico americano.

“Memo” sta per “memorandum”: si tratta di un documento di quattro pagine redatto da alcuni membri Repubblicani della House Intelligence Committee, l’equivalente di una nostra commissione parlamentare con il compito di vigilare sull’operato dei servizi di intelligence.
La commissione, negli ultimi mesi, ha indagato sulle modalità impiegate dall’F.B.I. per dimostrare i legami tra l’apparato elettorale di Donald Trump e la Russia durante le elezioni del 2016: in altre parole, la famigerata inchiesta nota come Russiagate, portata avanti dallo special counsel Robert Mueller.
I lavori della commissione hanno portato alla scoperta di un’anomalia di assoluto interesse. Il 21ottobre 2016, un mese prima delle elezioni, gli agenti federali chiedono l’autorizzazione a mettere sotto controllo Carter Page, consigliere per la politica estera di Trump.
Page è un cittadino americano, e intercettarlo è una cosa seria: l’F.B.I. deve ottenere l’approvazione di un FISA - Foreign Intelligence Surveillance Act - presso la Foreign Intelligence Surveillance Court, la discussa corte al centro delle rivelazioni di Edward Snowden.
Affinché il FISA venga approvato, l’F.B.I. deve dimostrare che Page sta effettivamente lavorando per un governo straniero contro gli interessi della nazione; e per farlo, presenta alla corte un dossier stilato dall’ex spia britannica Christopher Steele, all’interno del quale sono presenti informazioni non verificate sui rapporti di Page con uomini del Cremlino.

Il problema – ed è questa la scoperta al centro del memo - è che Steele compilò il dossier su incarico dello studio legale Fusion GPS, che a sua volta lavorava per la Democratic National Committee, l’organo di governo ufficiale del Partito Democratico Americano.
In altre parole: i Democratici, tramite il loro studio legale, hanno ingaggiato un’ex spia britannica per redigere e consegnare all’F.B.I. un dossier pieno di informazioni indiziarie circa i rapporti tra uno dei principali collaboratori di Trump e il Cremlino; a sua volta l’F.B.I. – che dovrebbe essere super partes – non ha verificato le informazioni e ha consegnato il dossier alla Surveillance Court senza rivelare che era stato compilato da un persona ingaggiata dai Democratici.


Lo stesso Steele, inoltre, sarebbe ben lontano dall’essere un soggetto imparziale: in diverse occasioni ha espresso il suo totale disprezzo per Trump, rivelando al Deputy Attorney General, Bruce Ohr –la cui moglie lavora per Fusion GPS – di essere “disperato” per la possibile elezione di Trump e di essere pronto a tutto pur di fargli perdere le elezioni.

I Democratici, tramite il loro studio legale, hanno ingaggiato un’ex spia britannica per redigere e consegnare all’F.B.I. un dossier pieno di informazioni indiziarie circa i rapporti tra uno dei principali collaboratori di Trump e il Cremlino; a sua volta l’F.B.I. – che dovrebbe essere super partes – non ha verificato le informazioni. Il comportamento contradditorio che i Democratici hanno tenuto sulla vicenda ha sollevato molti interrogativi, anche nelle fila di quelli normalmente ostili a Donald Trump (come il Time o la CBS)

I Repubblicani non hanno dubbi: il memo è una “bombshell”, una notizia-bomba, perché prova che un’agenzia super partes come l’F.B.I. abbia brigato di nascosto con i Democratici per far fuori Trump. E – soprattutto - perché dimostra come il Russiagate sia una totale invenzione.
I Democratici, al contrario, sul memo la pensano in maniera opposta: secondo loro il documento non prova nulla, e inoltre il Russiagate si basa su altre fonti oltre a quelle raccontate nel dossier-Steele. In ogni caso, aggiungono, il rapporto tra Steele e Fusion GPS sarebbe una questione secondaria, che non intacca il contenuto delle informazioni presenti nel dossier.


Se è vero che l’inchiesta di Mueller si basa anche su altro rispetto al rapporto Steele, è altrettanto vero che questo “altro”, dopo mesi di inchiesta, non ha ancora portato a nessun risultato rilevante da un punto di vista giudiziario. Tuttavia, il comportamento contradditorio che i Democratici hanno tenuto sulla vicenda ha sollevato molti interrogativi, anche nelle fila di quelli normalmente ostili a Donald Trump (come il Time o la CBS).
Del memo – infatti - si comincia a parlare tre settimane fa, quando al muro sono ancora appesi gli ultimi addobbi natalizi.
Devin Nunes, il Repubblicano che materialmente stila il documento, annuncia di aver avuto accesso ad alcune informazioni “sconvolgenti” che cambieranno per sempre “il rapporto di fiducia tra i cittadini Americani e le Istituzioni”.

Immediatamente, l’hashtag #releasethememo diventa virale, e si posiziona stabilmente in cima alla lista dei trend-topic. Eppure, al difuori degli ambienti legati alla destra americana, non succede assolutamente nulla: i politici non ne parlano e nessuno, tra i grandi giornaloni, scrive una riga. Addirittura, i media liberal del web (Vice, l’HuffPost) liquidano il memo come l’ennesima fake-news.

Le cose cambiano improvvisamente lo scorso 23 gennaio, quando si capisce che i Repubblicani il memo hanno intenzione di pubblicarlo davvero. A quel punto il New York Times scrive un editoriale (“How to get a wiretap to Spy on Americans and why that matters Now”) in cui del contenuto del memo non si parla, ma si lancia l’allarme circa la decisione stessa di rilasciarlo, perché conterrebbe informazioni sensibili per la sicurezza nazionale.
Dall’essere considerato una fake-news, il memo diventa, dall’oggi al domani, un documento sensibile. Comincia così una lunga settimana in cui, accanto a lenzuolate sulla presunta avventura extra-coniugale di Trump e la gelosia di Melania, si parla anche del memo. Mentre Wikileaks offre 1 milione di dollari in Bitcoin a chiunque sia in grado di procurargli una copia, lunedì 29 gennaio la decisione di pubblicare il memo diventa ufficiale.
A quel punto saltano gli argini: i Democratici sono terrorizzati, e tramite Nancy Pelosi chiedono allo speaker della Camera Paul Ryan di bloccare la pubblicazione. Ryan rifiuta e allora incomincia il fuoco di fila dei media.
La CNN spara un articolo ogni sei ore non per contestare il contenuto del memo ma – al contrario – per denunciare quale razza di atto irresponsabile sia la sua pubblicazione (“The incredible simple reason why Trump is going to release the memo”).

I Democratici sono terrorizzati, e tramite Nancy Pelosi chiedono allo speaker della Camera Paul Ryan di bloccare la pubblicazione. Ryan rifiuta e allora incomincia il fuoco di fila dei media

Se il memo non aveva l’importanza che i Repubblicani gli attribuiscono ed è quel bluff di cui i Democratici parlano oggi, perché battersi fino alla morte per impedirne la pubblicazione?

Anche perché - e su questo concordano tutti - il memo non contiene alcuna informazione “sensibile”, capace cioè di mettere a rischio la sicurezza nazionale. Perché, allora, per una settimana è sembrato che la pubblicazione avrebbe compromesso per sempre l’Intelligence Americana?

Ma oltre che da un punto di vista formale, la reazione Democratica al memo è contestabile anche nella sostanza.
Sostenere che il documento provi, al massimo, un’anomalia procedurale ma non cambi il merito dell’inchiesta Russiagate rappresenta, con ogni probabilità, un nuovo record mondiale nel campo del doppio-peso politico.
Il Russiagate, infatti, indaga sul ruolo avuto dalla Russia nella pubblicazione, da parte di Wikileaks, delle email riservate di Hillary Clinton, che portarono alla luce le irregolarità commesse dai Democratici per alterare il risultato delle elezioni Primarie. Elezioni che avrebbe dovuto vincere Bernie Sanders e che invece l’establishment Democratica indirizzò in modo tale da far vincere la Clinton.

Non si tratta di una speculazione giornalistica: Debbie Wasserman Schultz era la responsabile Democratica incaricata di vigilare sulle Primarie e in seguito alla pubblicazione delle email fu costretta a dimettersi; in seguito, venne assunta nel comitato elettorale di Hillary Clinton.
Tuttavia, di questa clamorosa alterazione al regolare svolgimento del processo democratico, in America nessuno parla: la dottrina ufficiale dei media liberal sostiene infatti che parlarne vorrebbe dire cedere “alle ingerenze Russe” e che il vero pericolo per la democrazia sarebbe il modo in cui quelle email sono state rilasciate e non il contenuto delle stesse.

Il memo non è il nuovo Watergate, come sostiene la propaganda Repubblicana: ma ignorarlo per giorni e poi parlarne solo per contenere i danni, ha dimostrato ancora una volta – semmai ce ne fosse stato bisogno - come il mito di un’informazione imparziale, che vigili sul corretto funzionamento del processo democratico, sia definitivamente crollato

Ma se è vero questo (contestabile) principio, perché oggi il modo in cui l’F.B.I. è entrato in possesso di informazioni su uomini di primo piano appartenenti all’entourage di Trump non interessa a nessuno, e la cosa importante è solo il contenuto delle informazioni stesse?
Il fatto che i Democratici assoldino una ex spia, e che tale ex spia lavori gomito a gomito con l’F.B.I. forse non costituisce un reato, ma puzza di marcio lontano un miglio. Come mai i media liberal – gli stessi che da un anno bombardano solo ed esclusivamente sul Russiagate – non dicono nulla?
Probabilmente perché la storia del memo dice moltissimo anche di come funzioni il dibattito pubblico americano – e probabilmente mondiale – dal novembre 2016 ad oggi.
Nonostante il memo dominasse il dibattito sul web, fino a una settimana fa ad occuparsene è stata la sola Fox New: e infatti nessun media internazionale, tantomeno italiano, si è occupato della vicenda fino a questo week-end, dal momento che i corrispondenti esteri, nella stra-grande maggioranza dei casi, si limitano a una traduzione sommaria dell’home page del New York Times o dei pezzi del The Atlantic.

Ma nel momento in cui una storiaccia simile viene ignorata, o peggio ancora irrisa e bollata come fake-news, mentre si preferisce discettare sulle vicende sentimentali dei coniugi Trump, si capisce fino a che punto l’ideologia si sia infiltrata nel mondo dell’informazione, e come ormai per compiacere gli umori del proprio pubblico di riferimento i fatti possano anche essere tranquillamente ignorati, senza alcuna ripercussione.

Il memo non è il nuovo Watergate, come sostiene la propaganda Repubblicana: ma ignorarlo per giorni e poi parlarne solo per contenere i danni, ha dimostrato ancora una volta – semmai ce ne fosse stato bisogno - come il mito di un’informazione imparziale, che vigili sul corretto funzionamento del processo democratico, sia definitivamente crollato.
E questa è una pessima notizia per tutti.

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