Il welfare aziendale? Interessa solo ai lavoratori più ricchi

Con i salari bloccati e la “fame” di reddito, operai e lavoratori manuali preferiscono qualche soldo in più in busta paga rispetto ai servizi integrativi. Così il welfare aziendale rischia però di aumentare e non ridurre le disuguaglianze tra lavoratori. Tra i servizi preferiti, quelli sanitari

Worker Linkiesta
6 Febbraio Feb 2018 1300 06 febbraio 2018 6 Febbraio 2018 - 13:00

Solo nel settore privato potrebbe valere 21 miliardi di euro, quasi uno stipendio in più all’anno. Dopo anni di sperimentazione, il primo rapporto Censis-Eudaimon sullo stato del welfare aziendale in Italia fa il tagliando a uno strumento che ritroviamo ormai nel 40% dei contratti attivi (anche se le aziende che hanno sottoscritto contratti che prevedono una misura di welfare sono in realtà molte di meno). Servizi sanitari, previdenza integrativa, buoni pasto, mense, asili e negozi convenzionati sono anche benefit scambiati con i premi di risultato, dopo che dalla legge di bilancio del 2016 in poi questi strumenti sono stati detassati. Ma con la “fame” arretrata di reddito e i salari bloccati, operai e lavoratori con gli stipendi più bassi continuano a preferire qualche soldo in più in busta paga. E il welfare aziendale, a conti fatti, resta soprattutto uno strumento per quadri e dirigenti di grandi aziende, che sono la minoranza in Italia, visto che il 94,7% delle imprese italiane non ha più di nove addetti e la spesa aziendale in welfare non va oltre il 2,4 per cento.

Il gap si può vedere a partire dalla conoscenza dei benefit offerti dalle aziende. Dal sondaggio Censis-Eudaimon emerge che solo il 17,9% dei lavoratori dice di sapere cos’è il welfare aziendale. E più si ridiscende la gerarchia aziendale e si interrogano i lavoratori con gli stipendi più bassi, più questi strumenti sono sconosciuti. Il 47% di chi ha al massimo la licenza media e il 44% di chi ha redditi familiari bassi non sa cosa siano. «C’è un vuoto informativo importante», ha spiegato Francesco Maietta, responsabile aree politiche sociali del Censis, che ha curato il rapporto. E lo stesso si può vedere tra chi è favorevole e chi no alla conversione dei premi di produttività in strumenti di welfare. In generale, il 58,7% dei lavoratori è d’accordo. Ma questa percentuale si riduce andando dai manager in giù. A essere più favorevoli sono i dirigenti e i quadri (73,6%), i lavoratori con figli piccoli, fino a tre anni (68,2%), i laureati (63,5%) e i lavoratori con redditi medio-alti (62,2%). Tra gli operai (41,3%) e gli impiegati (36,5%) sono più elevate le quote di lavoratori che preferiscono invece avere più soldi anziché soluzioni di welfare.

Chi ha uno stipendio più alto si può permettere di pensare alla pensione, chi guadagna sì e no mille euro preferisce avere qualche soldo in più per pagare l’assicurazione della macchina, spiegano gli imprenditori. D’altronde tra il 2008 e il 2016, come documentato dal Censis, le famiglie operaie in condizione di povertà assoluta sono aumentate del 178%, fino a diventare quasi 600mila. «Il welfare aziendale così finisce per replicare le disuguaglianze esistenti, ed è appannaggio solo di una parte dei lavoratori, mentre una grossa fetta rimane esclusa», ha commentato Massimo Balzarini, segretario della Cgil Lombardia.

L’attuale normativa che premia fiscalmente il welfare aziendale sta avendo il merito di far crescere il settore, ma nel medio periodo rischia l’effetto paradossale di favorire di più i lavoratori con redditi alti e non quelli con redditi più bassi e con maggiori fabbisogni sociali

«Non è una sorpresa», spiega Marco Leonardi, consigliere economico della presidenza del Consiglio e padre della fiscalità agevolata per il welfare aziendale. Veniamo da un periodo lunghissimo di blocco dei contratti nazionali o rinnovi con scarsi aumenti retributivi, uniti alla bassa inflazione. Ma legge sui premi di produttività e sul welfare aziendale ha contribuito a dare in media una mensilità di retribuzione detassata a poco meno di 5 milioni di lavoratori, 2 milioni dei quali li hanno convertiti in parte in servizi di welfare».

Il gap tra le scelte dei lavoratori viene sottolineato anche nel rapporto Censis-Eudaimon. «L’attuale normativa che premia fiscalmente il welfare aziendale sta avendo il merito di far crescere il settore, ma nel medio periodo rischia l’effetto paradossale di favorire di più i lavoratori con redditi alti e non quelli con redditi più bassi e con maggiori fabbisogni sociali». Anche se, spiega Alberto Perfumo, amministratore delegato di Eudaimon, «il welfare può integrare il reddito, ma non risolvere il deficit reddituale».

E al di là della moltiplicazione spicciola dei benefit “cool” offerti dalle aziende, dalle sedute di meditazione ai maggiordomi aziendali, che poco servono ad alleviare il peso delle incombenze familiari, i lavoratori continuano a preferire prestazioni sanitarie, previdenziali, mense e asili. Scelte che fanno emergere le lacune del nostro sistema pubblico di welfare. Solo la spesa privata sanitaria è arrivata a costare oltre 37 miliardi l’anno per gli italiani: un costo insostenibile per molti, che finiscono per rinunciare alle cure. «Le preferenze dei lavoratori sulle prestazioni indicano che il valore reale del welfare aziendale è legato al ritrarsi del welfare pubblico e alla connessa crescita della spesa sociale privata in capo ai lavoratori», si legge nel rapporto. A richiedere i servizi di welfare aziendale sono soprattutto le famiglie con figli fino a tre anni, non a caso proprio la fascia dove esiste il maggior buco di welfare nell’offerta di nidi e strumenti di conciliazione lavoro-famiglia.

Potrebbe interessarti anche