La rivoluzione degli esasperati è sbarcata in Italia. E qui farà più danni che altrove

L’esasperazione è la nuova malattia sociale: una misura colma che sembra aver attanagliato improvvisamente un pezzo di Paese, dopo anni di acquiescenza. E se la rabbia esplode, si salvi chi può (sì, pure Di Maio e Salvini)

Pistola Linkiesta
7 Febbraio Feb 2018 0750 07 febbraio 2018 7 Febbraio 2018 - 07:50

Esasperato. Questo l’aggettivo con cui viene descritto Luca Traini, da chi concede attenuanti generiche al suo gesto. E forse lui, l’esecutore materiale della caccia allo straniero di sabato scorso a Macerata, un po’ esasperato lo era davvero: abbandonato dai genitori, senza legami sentimentali, cacciato persino dalla palestra per la sua esuberanza verbale, con una popolarità sociale pari ai voti - zero - presi alle comunali di Corridonia dove si era presentato come candidato per la Lega. Lungi da attenuarne il gesto, da non coglierne la follia, il retroterra ideologico intriso di odio razziale, sia chiaro.

Non è di quello che si parla, del resto. Quando dell’immedesimazione che molti hanno mostrato nei giorni seguenti sui social network, facendo coming out della propria esasperazione, quasi come se ognuno di loro dicesse al resto del Paese di essere pronto, o quasi, a farla esplodere, com’è successo a Traini. Un sentimento diffuso fa presto a diventare bacino elettorale. Ed eccole, le forze politiche di destra e sinistra pronte a vellicare la pancia degli esasperati, a dar loro voce e giustificazioni, a rendere egemone la loro rabbia e il loro rancore, a fare delle loro istanze, in assenza di idee, il terreno di nuove proposte politiche.

Tutto il resto accade di risulta. I programmi-patacca, la schizofrenia del dibattito: tutti tentativi disperati di diventare portabandiera dell’esasperazione, anziché vittime sacrificali

È un’esasperazione che non ha appigli, perlomeno nelle statistiche degli ultimi due anni, che segnalano una lenta, ma inesorabile ripresa che non si vedeva da almeno un decennio. E forse è proprio questo: forse la rabbia si manifesta una volta passata la bufera. Forse oggi, di fronte a un barlume di prosperità, scatta lo stimolo feroce ad accaparrarsene una fetta, come bestie affamate. Ridistribuire, più che crescere. Chiudersi a riccio, anziché aprirsi al mondo.

Non ci stiamo inventando nulla di particolarmente nuovo. La sensazione, forse, è che in Italia succederà quel che è successo negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, in Austria, in Spagna, parzialmente pure in Germania: un atto di ribellione passivo-aggressivo contro il cambiamento, più che contro lo status quo. Un atto di ribellione senza visione del futuro, peraltro. Solo furia cieca - in molti casi motivata, ma fuori tempo massimo - contro caste e baronati, contro la globalizzazione e le sue regole, contro l’innovazione e ciò che porta con sé, contro le ingerenze internazionali che impongono un ritmo al cambiamento che l’Italia profonda, che ha resistito a qualunque sconvolgimento, non sa e non vuole tenere.

Per questo, qui sarà peggio che altrove. Perché arriviamo per ultimi, senza essere riusciti a elaborare davvero una riflessione critica sulla modernità, che non sia una fuga disperata verso il passato. Un passato in cui si parlava solo italiano, anche all'università, in cui a nessuno sarebbe venuto in mente di far dirigere un museo italiano a uno straniero (e viceversa), in cui l'operaio era alienato peggio che ora, ma con la consapevolezza di far parte di una comunità, di una classe.

Chi ci riuscirà - se mai qualcuno riuscirà a mettere assieme un popolo, di questa moltitudine atomizzata - vincerà le prossime elezioni. Ma si porterà addosso la maledizione dell’ultimo disperato tentativo di resistenza di un popolo stanco e disperato, con la memoria cortissima. Se fallirà, sarà solo colpa sua. Come Renzi, più di Renzi.

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