La medicina? L’uomo l’ha copiata dagli altri animali

La capacità di curarsi da soli non è una prerogativa dell’essere umano: tanti animali, quando avvertono disturbi, sanno quali sostanze utilizzare per stare meglio. È un patrimonio che cresce e che imparano anche loro di generazione in generazione

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RHONA WISE / AFP

8 Febbraio Feb 2018 1135 08 febbraio 2018 8 Febbraio 2018 - 11:35
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Non hanno bisogno di fisioterapisti: gli oranghi, quando hanno dolori muscolari (ad esempio per le eccessive avventure tra i rami), masticano le foglie di una pianta della zona e si sfregano la parte dolorante con l’impasto che ne esce. Guarda caso, contiene alcune sostanze con proprietà anti-infiammatorie molto elevate. Non è un caso: gli animali, quando si tratta di alcuni particolari disturbi, sono in grado di curarsi da soli. È la zoofarmacognosia e, se anche è poco nota al grande pubblico, è un fenomeno studiato e conosciuto almeno dagli anni ’80.

Gli esemplari che ne forniscono le dimostrazioni più evidenti e interessanti sono, nemmeno a dirlo, i primati. Ma si tratta di un uso diffuso in tantissime specie diverse. Secondo gli scienziati, perché si possa parlare di “automedicazione”, occorre che l’animale utilizzi un materiale, o una sostanza, priva di valori nutrizionali e/o estranea alla sua dieta tipica. Anche i cani, ad esempio, lo fanno quando mangiano fili d’erba, nel momento in cui avvertono disturbi di stomaco. Perfino i pappagalli, o le are (altro tipo di pappagalli, ma più grandi), mangiano argilla per aiutare la digestione. E che dire delle lucertole che, per contrastare i morsi dei serpenti, si cibano di alcune specifiche radici? I lemuri, quando aspettano dei cuccioli, masticano foglie che inducono la produzione del latte e riducono la presenza di parassiti. Le atele (altro genere di scimmia) fanno uso di contraccettivi naturali o di rimedi per la fertilità. E, visto che la natura non conosce limiti, alcuni passeri hanno scoperto che i mozziconi di sigaretta, con la loro nicotina, bloccano gli acari: e allora li infilano, appena possono, nel nido.

Questo da un lato dimostra l’esistenza di un lato “culturale”, inteso come trasmissione di scoperte e idee, anche tra le specie animali. E spiega anche come l’uomo, che osserva la natura, abbia saputo trarre dalle abitudini degli altri animali anche le soluzioni per i propri mali. Non è una cosa preistorica: un uomo della medicina africano – esiste almeno una testimonianza sicura che lo dimostra – guardando un porcospino che masticava una radice, ha trovato il rimedio per una malattia che affliggeva anche gli uomini. Il meccanismo è lo stesso del metodo scientifico: osservazione, ipotesi, esperimento, risultato. Che tanto bravi noi uomini, si scopre che abbiamo copiato dagli altri animali.

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