La sfida finale di Angela Merkel: fare l’Europa o finire nel nulla

La nuova Grosse Koalition tedesca all’apparenza è una resa incondizionata della Cancelliera ai suoi alleati. Oppure, è il prezzo da pagare per un progetto ancora più ambizioso: diventare la madre dell’Europa, dopo essere stata la madre dei tedeschi

Angela Merkel Mani Linkiesta
8 Febbraio Feb 2018 0755 08 febbraio 2018 8 Febbraio 2018 - 07:55

Forse lo capiremo alla fine di questa cancelleria, l’ultima, quella che le consentirà di superare Adenauer in longevità alla Bundeskanzleramt, che strano animale politico sia stato Angela Merkel, la strana leader che ha dominato la politica europea a cavallo del secondo e terzo millennio. Se avrà lasciato una traccia indelebile o sarà stata solo la leader delle grandi occasioni perse, dell’esitazione che ha frenato lo slancio. O se, invece, sarà stata la madre della nuova Europa, la nostra George Washington in tailleur verde pastello, la berlinese dell’est che ha accompagnato lo scongelamento della Storia del Vecchio Continente verso il suo esperimento più ambizioso di sempre, quello di unirla sotto un’unica bandiera, nel nome dei valori democratici e dei diritti universali.

La partenza - ancora subordinata a un’ultima curva pericolosa, il referendum degli iscritti della Spd sulla Grosse Koalition - è come suo solito contraddittoria. Figlia di una sconfitta elettorale, di una serie di estenuanti trattative, di una (perlomeno) apparente resa alla Spd e alla Csu, cui consegna tutti o quasi i ministeri chiave del suo governo - finanze, interni, esteri, lavoro. Merkel al muro, dicono alcuni, magari augurandosi davvero che finirà stritolata dal tentativo di un coalizione troppo grande pure per lei, che ha ridefinito e reinventato la figura del baricentro politico, di un’equilibrista capace di conciliare gli opposti con grande acume tattico, tanto da guadagnarsi il nomignolo di Merkiavelli.

Già, perché questa grande coalizione è un esperimento ancora più ambizioso e rischioso dei precedenti. Merkel, a differenza di quanto accaduto nel suo primo e nel suo terzo mandato ha dato davvero alle ali estreme della sua coalizione le chiavi che chiedevano di avere. Alla Csu ha dato il ministero degli interni, che stringerà le viti della sua politica della porta aperta. E alla Spd ha dato le chiavi delle finanze e del lavoro, cosa che pare porterà all’abiura - o a una parziale revisione - delle riforme Hartz e, magari, pure di quel pareggio di bilancio orgoglio del vecchio lupo in pensione Wolfgang Schauble. Una resa troppo incondizionata per essere vera.

Con la sua triplice mossa, chiusura ai profughi, allentamento della rigida austerità ordoliberista e continuità alla Cancelleria, Merkel lancia tre messaggi chiari al resto del Vecchio Continente. All’Est che non vuole migranti e profughi, con un ministro di destra a occuparsi di immigrazione. Al Sud che non vuole l’austerità, con un ministro delle finanze socialdemocratico. Agli alleati del Nord e alla Francia di Macron, la garanzia che è lei a reggere ancora le fila di tutto

E allora, forse la risposta è un’altra. E va ricercata nel duplice appuntamento che avrà luogo a cavallo dei mesi di ottobre e novembre del 2019. Nel giro di poco più di un mese, sarà nominato il successore di Mario Draghi alla Banca Centrale Europea e si festeggeranno i trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. Appuntamenti che cadranno a pochi mesi di distanza da elezioni europee che saranno decisive per capire che strada prenderà l’Europa di domani.

Con la sua mossa Merkel lancia tre messaggi chiari al resto del Vecchio Continente. All’Est che non vuole migranti e profughi, con un ministro di destra a occuparsi di immigrazione. Al Sud che non vuole l’austerità, con un ministro delle finanze socialdemocratico. Agli alleati del Nord e alla Francia di Macron, la garanzia che è lei a reggere ancora le fila di tutto. Eccolo, allora, il baricentro: non più tedesco, ma europeo. Ed eccola, la tattica: prosciugare i pozzi dei partiti e dei governi anti-europeisti quanto più possibile, da qui alle prossime elezioni europee, per non interrompere il progetto di un’Unione più stretta, del completamento del progetto iniziato trent’anni prima da Helmut Kohl. Tutto o niente, in cinque anni. E improvvisamente, la nostra campagna elettorale sembra ancora più piccola e insignificante di quanto già non lo sia.

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