Gomorra o non Gomorra, a Napoli la violenza è diventata di moda

Anche se le baby gang sono sempre esistite, l’ultimo rapporto della Dia dipinge una Napoli in preda a bande di ragazzini. Sono loro a dire: «Gomorra mette la guerra in testa alla gente». Abbiamo parlato con il presidente della VIII municipalità che nel 2013 negò le riprese di Gomorra

Gomorra Linkiesta
10 Febbraio Feb 2018 0745 10 febbraio 2018 10 Febbraio 2018 - 07:45

Tafferugli, coltelli e anche pistole. Negli ultimi mesi il fenomeno delle baby gang napoletane è salito agli onori della cronaca a causa di vari episodi di violenza spesso immotivata. L’agguato più clamoroso è stato quello ai danni del diciassettenne Arturo, accoltellato alla gola in pieno centro da un gruppo di ragazzi il 18 dicembre. I giovani delinquenti avrebbero agito senza un motivo vero e proprio, colpendo la vittima ben dodici volte in punti diversi del corpo, e portando Arturo ad un passo dalla morte. Dopo di lui, altri due ragazzi hanno subito delle aggressioni nei pressi del quartiere Chiaiano e davanti alla stazione della metropolitana del Policlinico. Risultato? Un naso rotto e una milza spappolata.

L’escalation di episodi ha chiamato in causa direttamente il ministro Minniti, che ha partecipato ad un vertice in Prefettura a Napoli organizzato proprio per discutere questi temi. La risposta è stata soprattutto di forza e a breve termine, con l’aggiunta di cento uomini in più nelle zone della movida napoletana. A questo però si affianca anche un progetto di riorganizzazione delle forze dell’ordine in rapporto ai singoli municipi, la tolleranza zero sui motorini fuorilegge, e il disegno di un intervento di tipo educativo – azioni contro l’abbandono scolastico, educatori di strada, e possibilità di togliere la patria potestà ai genitori camorristi.

Proprio il ministro dell’Interno ha usato parole che descrivono efficacemente il fenomeno: una violenza randomica, caratterizzata da «modalità terroristiche». Sono atti questi, che trovano spiegazione nel predominio territoriale, e ancor più nell’esibizionismo di fronte ai coetanei.

È inutile negare che c’è un’emergenza. Lo ha sottolineato anche la Direzione Investigativa Antimafia (Dia) nella sua ultima relazione destinata al Parlamento (che fa riferimento al primo semestre del 2017) che dipinge una Napoli dove la sregolatezza di giovani delinquenti sbandati è all’ordine del giorno. La causa? L’anarchia dovuta alla disarticolazione di potenti clan che «ha concesso a figure di “scarso rilievo criminale”, di accedere a ruoli di comando, spesso con- dividendoli con le terze generazioni che hanno sostituito i vecchi leader senza, tuttavia, ereditarne strategie ed autorevolezza. Ciò ha originato le scissioni o la nascita di nuove aggregazioni di giovanissimi, sottoposti a criminali altrettanto giovani, animati da ambizioni di potere». Si viene a creare così un sottobosco criminale di bassa lega, improvvisato e che non persegue fini in modo preciso e continuativo. Ci sono, per usare le parole della DIA «tanti “piccoli eserciti”, sovente formati da ragazzi sbandati, senza una vera e propria identità storico-criminale che, da anonimi delinquenti, si sono impadroniti del territorio attraverso una quotidiana violenza più che mai esibita, utilizzata quale strumento di affermazione e assoggettamento ma, anche, di sfida verso gli avversari». I delinquenti sono sempre più piccoli e ingenui. «In questo contesto di “fibrillazione” criminale, il dato caratterizzante è fornito dall’età dei singoli partecipi, sempre più bassa, non disgiunta dalla commissione di atti di inaudita ferocia, anche dovuta a una percezione di impunità, tanto da indurli a un esordio criminale addirittura da adolescenti».

Al netto degli ultimi fatti di cronaca, in realtà le baby gang sono sempre esistite. Come spiega bene Enrico Nocera su Vice: “chi come me è cresciuto nella periferia Nord di Napoli, a pochi chilometri da Scampia e Chiaiano, sa bene che le cosiddette "baby gang" non sono nate l’altro ieri. De Silva non è l’unico a parlarne nel suo libro: basta aprire i giornali dello stesso periodo, all'inizio anni Duemila, quando al Comune c’era Rosa Russo Iervolino”. Semmai il problema attuale è l’aumento della sregolatezza della violenza, la spocchia di questi ragazzi, che spesso provengono da realtà difficili e senza prospettive, nell’esibire la loro predominanza sui coetanei: sui social sfoggiano coltelli e pistole, si fanno fotografare con in mano banconote, o mentre fumano guardando l’obiettivo con aria di sfida. Ecco perché negli scorsi anni molte accuse sono state rivolte alla serie tv Gomorra, additata di veicolare un’immagine pomposa della criminalità organizzata, che si proporrebbe come un esempio negativo da imitare per i giovani sbandati napoletani. In realtà le accuse nei confronti di fantomatici “esempi negativi” sono sempre esistite. Già nei primi anni Duemila il sindaco di Napoli aveva alzato un polverone a causa di alcuni spot, trasmessi dalla Rai in fasce sensibili, che pubblicizzavano coltelli che si potevano andare ad acquistare nelle edicole per pochi euro. «La Rai non riflette prima di incassare quei soldi, con i ragazzi che muoiono uccisi a colpi di lama, e con la moda dei giovani che escono ormai armati di quegli arnesi?» si domandava la prima donna sindaco di Napoli. Stessa storia di accuse campate per aria. Vizio di fondo, si direbbe.

Ci sono tanti “piccoli eserciti”, sovente formati da ragazzi sbandati, senza una vera e propria identità storico-criminale che, da anonimi delinquenti, si sono impadroniti del territorio attraverso una quotidiana violenza più che mai esibita, utilizzata quale strumento di affermazione e assoggettamento ma, anche, di sfida verso gli avversari

Dia - Relazione del Ministro dell'Interno al Parlamento Gennaio - Giugno 2017

Eppure mi hanno lasciato qualche dubbio in testa i commenti che alcuni ragazzi napoletani hanno rilasciato ai microfoni di Piazza Pulita, il programma condotto da Corrado Formigli. Sono proprio loro a dichiarare all’intervistatrice che «Gomorra mette la guerra in testa alla gente». Insomma, lo ammettono anche i ragazzi che la spavalderia criminale presentata dalla serie tv ha un forte ascendente sul loro target.

Ecco perché nel tempo la politica ha provato spesso a mettere i bastoni tra le ruote alla produzione, vietandone le riprese. Da ultima, a gennaio la commissione politiche sociali della IV municipalità ha approvato un documento a maggioranza, con la richiesta diretta «all'ufficio Cinema del Comune di Napoli di rifiutare le autorizzazioni alle riprese di scene per le strade della città e in particolare sulle vie della nostra circoscrizione per tutte le produzioni che hanno come tema la camorra e la criminalità organizzata». Nel 2015 anche il sindaco di Giugliano Antonio Poziello vietò le riprese di Gomorra. «La ritengo diseducativa» dichiarò il primo cittadino.

Ma c’è un politico che prima di tutti condannò la serie tv. Parliamo dell’avvocato Angelo Pisani, che nel lontano 2013, durante la sua esperienza da presidente della VIII municipalità – che comprende anche i territori di Scampia -, vietò le riprese della fiction di Sky. Non solo. Pisani pubblicò nel 2016 il libro "Luci a Scampia" in cui raccontava la sua esperienza nei cinque anni da presidente e ribadiva le sue opinioni.

«Tutto quello che sta accadendo, polemiche ed eventi, è stato previsto nel mio libro» racconta Pisani a Linkiesta.it. «Mi riferisco a quello che sta accadendo in città non solo a livello di baby gang, ma anche di violenza familiare, prepotenza, arroganza, abusi. La violenza non è in crescita, è semplicemente diventata “una moda”. Prima gli atti violenti venivano nascosti, oggi invece diventano oggetto di vanto. Questa è la conseguenza diretta di esempi sbagliati, quelli di una violenza esibita, di assenza di regole… non è che chi vede Gomorra diventa un criminale: ma chi non ha i mezzi culturali, come un ragazzo che non ha la famiglia alle spalle e che non vive in un contesto sano, è ammaliato da quelle immagini e rischia di farsi coinvolgere».

Secondo l’ex presidente non è sbagliato di per sé rappresentare la realtà degradata di certe zone di Napoli. Il rischio di idolatria sorge solamente quando il malavitoso viene miticizzato, e allo stesso tempo le realtà virtuose vengono glissate.

«Il problema è che non si mostra l’altra faccia della realtà, quella positiva – spiega Pisani -: l’imprenditore coraggioso che punta sul territorio, l’avvocato, il prete, il professore, l’associazione. Questi esempi virtuosi in Gomorra vengono nascosti: resta solo il male. Così i ragazzi si tagliano i capelli per assomigliare ai personaggi della serie tv, ripetono le frasi dei personaggi etc. Sono cose che vedo in tutte le scuole, sia al nord che al sud, ma anche su internet e facebook. Fanno ormai parte del lessico comune dei giovani».

Tutto quello che sta accadendo, polemiche ed eventi, è stato previsto nel mio libro. La violenza non è in crescita, è semplicemente diventata “una moda”. Non è che chi vede Gomorra diventa un criminale: ma chi non ha i mezzi culturali, come un ragazzo che non ha la famiglia alle spalle e che non vive in un contesto sano, è ammaliato da quelle immagini e rischia di farsi coinvolgere

Angelo Pisani, per cinque anni presidente della VIII municipalità di Napoli

Ha le idee chiare Pisani. E se gli si chiede di commentare le parole di Marco D’Amore aka Cirio di Marzio sul rischio di «scivolare verso la censura» l’avvocato risconde che «mentre io andavo nelle scuole a spiegare l’importanza delle istituzioni e del ruolo delle forze dell’ordine assieme a colleghi e collaboratori, esisteva una tv che offriva una prospettiva opposta. Non è censura: avevo chiesto alla produzione di raffigurare sia gli aspetti positivi che quelli negativi. In Gomorra la narrazione è univoca e parla della Scampia di dieci anni fa. Non è attuale, cancella e oscura tutti gli sforzi fatti nel frattempo. Marco [D’Amore ndr] ti dico: ragioniamo, confrontiamoci su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato. Per un attore è facile fare la battuta sul palcoscenico, mentre quando sei un avvocato e ti confronti con la realtà è diverso. Sei sicuramente un bravissimo attore, ma come educatore serve ancora un po’ di allenamento».

Querelle a parte, a rischio non ci sarebbe solo il futuro dei ragazzi, ma anche l’immagine pubblica di una zona della città che negli ultimi anni, secondo Pisani, ha fatto grandi progressi. «In questi anni abbiamo provato a cambiare il territorio, non da lontano, ma vivendolo – racconta con orgoglio l’ex presidente-. I risultati si sono visti. Abbiamo portato avanti moltissime iniziative: presentazioni di libri nelle scuole, partite di calcio tra ragazzi e forze dell’ordine, il concerto annuale di Scampia etc. La Apple nel frattempo punta sull’istituto di eccellenza Galileo Ferraris. Se non si investe in cultura, lavoro e progresso si rischia di cadere all’indietro. Questo è il momento più pericoloso».

Sono solo due prospettive differenti, dopotutto. Le divergenze tra il presidente della casa di produzione di Gomorra Riccardo Tozzi e quelle dell’avvocato Pisani riguardano esclusivamente il piano formale.

«Stimo molto il presidente di Cattleya [casa di produzione di Gomorra ndr]. Una volta gli dissi: “guarda che io non sono contro Gomorra, sono contro il marketing”. E lui rispose: “Io ho pensato a un prodotto che faccia venire il rigetto, che mostri lo schifo”».

Comunque la si pensi, Gomorra, tanto per citare a sproposito, alla fine si è ripresa tutto quello che è suo. La sua città.

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