Siamo noi genitori a essere classisti (e razzisti), non il liceo Visconti di Roma

Il rapporto di autovalutazione della scuola romana, che vanta pochi alunni stranieri e disabili squarcia il velo sulla grande ipocrisia di un Paese che vuole una scuola aperta e plurale, ma solo per gli altri. Quando invece la scuola dovrebbe essere il primo luogo dell’educazione alla diversità

Scuola
10 Febbraio Feb 2018 0730 10 febbraio 2018 10 Febbraio 2018 - 07:30

Leggetevela bene, la storia del liceo Visconti di Roma, quello finito nella bufera per aver raccontato nel rapporto di autovalutazione che le famiglie che scelgono il liceo “sono di estrazione medio-alta borghese”, che tutti gli studenti “tranne un paio, sono di nazionalità italiana”, che “nessuno è diversamente abile” e che “tutto ciò favorisce il processo di apprendimento”. Leggetevela bene, perché quella storia siamo noi.

Siamo noi che da ragazzini - ah, la piazza - scioperavamo e sfilavamo per una scuola aperta e plurale, inclusiva e pubblica, rispettosa delle differenze e delle diversità. Principi stupendi che cozzavano già allora con una realtà molto meno romantica, costretta a barcamenarsi tra tagli di fondi e demotivazione diffusa del personale. Principi cui però avevamo giurato di tener fede, una volta genitori.

Siamo sempre noi, dieci - facciamo quindici - anni dopo, che ci informiamo in segreteria d'istituto di quanti bambini stranieri e disabili saranno in classe coi nostri figli. Che ci confrontiamo con gli altri genitori sui ritardi di programma delle classi in cui studiano, che ci lamentiamo dell’insegnante con la 104 che sparisce per metà anno e per le supplenti che si alternano. Che spostiamo nostro figlio in un’altra classe, senza stranieri e senza disabili, perché le elementari/medie/superiori sono importanti, perché la scuola è importante, perché ne va del suo futuro, perché “non sono razzista ma”. Che dalla lotta collettiva, passiamo alla via di fuga individuale. Come a Milano, dove un recente studio del Politecnico sui dati comunali ha rilevato «una separazione netta che tende ad amplificare e radicalizzare disuguaglianze socio economiche e differenziazioni etniche». Ci sono scuole, a Milano, come le elementari di via Paravia a San Siro, la Filzi al Corvetto, la Russo nella zona di via Padova e altre ancora da Maciachini al Lorenteggio, in cui gli studenti stranieri sono quasi l'80%, perché gli italiani scappano.

Siamo sempre noi, poi, che ci scandalizziamo quando una dirigente scolastica, in un rapporto di autovalutazione, non in una pagina pubblicitaria, rende esplicito quel che sappiamo tutti. Che le classi senza poveri, senza stranieri, senza disabili sono le più ambite, le più desiderate dai genitori. Genitori ricchi, italiani con figli normodotati, ovviamente. Come se tutti gli altri fossero un altro popolo

Siamo sempre noi, però, che ci scandalizziamo quando una dirigente scolastica, in un rapporto di autovalutazione, non in una pagina pubblicitaria, rende esplicito quel che sappiamo tutti. Che le classi senza poveri, senza stranieri, senza disabili sono quelle che funzionano meglio. E quindi le più ambite, le più desiderate dai genitori. Genitori ricchi, italiani con figli normodotati, ovviamente. Come se tutti gli altri fossero un altro popolo.

Ci scandalizziamo per le sue parole, ma sbadigliamo di fronte al 10% di tagli lineari all'istruzione del periodo 2012-2014, di cinque volte superiore rispetto agli altri capitoli di spesa, come se l’istruzione fosse la cosa più inutile del mondo per risollevare un Paese dalla crisi. E ci preoccupiamo degli stranieri che “non sono come noi, che non hanno i nostri valori e la nostra cultura”, ignorando che la scuola è il più grande veicolo di integrazione sociale che esiste - un alunno su dieci è straniero, ormai - e che le seconde generazioni di stranieri - sei alunni stranieri su dieci sono nati in Italia - sono la pietra angolare della costruzione di una nuova società senza sacche di anomia.

E, ancora, facciamo spallucce di fronte alla possibilità di fare di un problema la possibilità di generare innovazione nel metodo e nei mezzi di insegnamento - cosa, questa sì, di cui una scuola dovrebbe vantarsi -, magari pretendendo che alle elezioni qualcuno dica qualcosa su come cambierebbe la scuola, con la tecnologia, o con metodi di insegnamento alternativi e innovativi in grado di generare inclusione e integrazione e apertura mentale e mobilità sociale, anziché una società di segregati: «Nelle scuole private e pubbliche a forte concentrazione di italiani i bambini crescono in un ambiente culturalmente omogeneo come se la Milano multietnica non esistesse, come se ci fossero due città che non si incrociano mai», racconta ancora al Corriere della Sera Costanzo Ranci, uno dei curatori dello studio del Politecnico di Milano. Perché in fondo ci basta che nostro figlio riesca a scampare dal disastro, ma del resto d’Italia non ce ne frega nulla. Però è colpa della preside del liceo Visconti di Roma. E della politica, ovviamente. Certo, come no.

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