Il futuro sono i giovani: sul lavoro bisogna ascoltarli per avere successo

La vecchia regola del saggio mentore che insegna al giovane non vale più: oggi è meglio sostituire il parametro anagrafico con quello di competenza

Young Linkiesta
12 Febbraio Feb 2018 1120 12 febbraio 2018 12 Febbraio 2018 - 11:20
Tendenze Online

La storia dell’umanità è rappresentata da un lungo cammino di conoscenza: dalla scoperta del fuoco alla costruzione delle città, dall’invenzione della stampa alle rivoluzioni digitali, il sapere è sempre stato trasmesso linearmente e, nella maggior parte dei casi, dai più vecchi e saggi ai più giovani e inesperti. Siamo sempre stati abituati a pensare, infatti, che siano sempre i più giovani a dover imparare dai più grandi. Eppure negli ultimi decenni questo incrollabile concetto si sta modificando lentamente e nuove esigenze in campo comunicativo e lavorativo hanno aperto sempre più la strada al reverse mentoring.

In un mondo in cui si moltiplicano gli ambiti e le capacità di apprendimento non è infatti sbagliato dar ascolto anche a chi tradizionalmente viene considerato “con meno esperienza”. Questo è cruciale in settori come il digitale o l’innovazione tecnologica: molto spesso il gap con le generazioni che sono nate prima o agli albori di questi cambiamenti epocali è più difficile da colmare. L’aveva intuito già nel 1999, allora CEO di General Electric, che si dice sia stato fra i primi negli Stati Uniti a inserire un percorso di mentoring “al contrario”: fu lui, infatti, a intuire che i top manager della sua azienda dovessero mettersi a disposizione di giovani impiegati e imparare da loro i rudimenti della nascente Internet.

Per comprendere meglio le potenzialità di questa dinamica invertita è bene chiarire un comune fraintendimento riguardo al concetto di “mentore”: è vero che fin dalla nascita di questa parola (che viene dal personaggio dell’Odissea Mentore, a cui Ulisse lasciò in custodia il giovane figlio Telemaco prima di partire per Troia) la si associa a una disparità di età, il più anziano che insegna al più giovane. Ma non sarebbe più sensato sostituire il parametro anagrafico con quello di competenza? È ovvio che, per funzionare, una mentorship deve far in modo che ci sia uno scambio e un apprendimento effettivo di informazioni, da chi ne ha di più a chi ne ha di meno.

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