Isabella Santacroce? Un crudele (e inutile) rimpiazzo della letteratura vera

Il «caso Santacroce» è lo sfortunato sottoprodotto della “stagione del Disturbante”. Ingredienti fissi? Paracullaly uncorrectness, libertinaggio enciclopedico e romanticismo notturno smandrappato dove ogni personaggio è un mero fantoccio di inganni ed eccentricità

Santacroce Linkiesta
13 Febbraio Feb 2018 0745 13 febbraio 2018 13 Febbraio 2018 - 07:45

I veri rivoluzionari sono sempre attaccati all’antico, sono i finti rivoluzionari a tagliarsi l’ombelico e ad avere la responsabilità dell’equivoco tra ricerca formale e scandalo calcolato. Travestire di militanza spirituale un’angosciante frustrazione da insufficienza di letteratura, in regime di autofiction verso l’epica dell’accozzaglia erotica: il «caso Santacroce» è lo sfortunato sottoprodotto della “stagione del Disturbante”, che guasta tutto ciò che tocca; è quindi imbarazzante occuparsene, ormai, tanto più pensando alla linea ricattatoria dei corifei, cioè «chi non applaude è moralista o incolto».

Avrebbe dovuto insegnarglielo Gide che ciò che presto sembrerà vecchio è ciò che sarà parso il più moderno, quando «ogni compiacimento, ogni affettazione, è la promessa di una ruga». La Cultura, dal canto suo, non sa che farsene di tanto logorio bas-bleu, perchè esige fondamenti solidi e non si accontenta di presunzione e rotocalchismo, così resta solo la Pseudo-cultura a sobbarcarsi il poncif della scrittrice ‘sovversiva’, che sfregia i codici della morale ma allo stesso tempo lotta - moralisticamente - contro i pregiudizi (v. Lulù Delacroix). Che resta allora come livre de chevet, se non scegliere tra le solite alternative italiane, che spaziano tra restaurazione, new wave cannibalesca, rattoppo naturalistico, narrativa sentimental-edificante e risentimento di una saggistica accademico-ideologica. E quindi non resta molto per fruire scrittura, tra Anime Belle e Anime Furbe che mercificano ogni esercizio di filisteismo spacciandolo di volta in volta per didattica o ‘impegno’ o ‘rottura’ e ‘shock’ a consumo delle nuove generazioni di lettori polli, sprovveduti ma ansiosi di costruirsi un’identità di ‘lettori forti’.

Quando non scrivono romanzi a base di decadentismo ed estetismo pseudosapienziale di massa, snocciolano aforistica giornaliera sui social per tenere al caldo il pubblico, avendo cura di rilasciarli sotto forma di dichiarazioni come “il crollo delle chiese però è divertente". Ma se ad esempio, pensando a Connolly, il romanzo si può anche non scriverlo, soprattutto se possiede i ‘tre difetti colossali’ (miseria di materiale, povertà di stile, mancanza di forma) e se rientra nel nugolo di quelli che per Valéry sono «creati dal loro stesso pubblico di cui soddisfano l’aspettativa», si capisce che pubblicare si attesta come pratica sadica e superflua. E ci vorrebbero i “Cristi dell’Arte” di Flaubert per guarire il lebbroso che è la letteratura italica. Chi l’avrebbe detto poi, che la punizione per chi lamentava una letteratura ‘rosa’ fatta di mimose e sensitive tutte intente a narrare intimismi doveva essere un crudele rimpiazzo, cioè sacerdotesse della mistica crepuscolare più elementare e pasticciata conseguita su studi gaglioffi, intrapresi tra DAMS e STAMS? Si capisce, i cattivi esempi di letteratura popolare in rosa non si sono fermati ai plurimi casi Invernizio, ma ne hanno proseguito gli esiti lungo declinazioni e ribaltamenti fetish, tra un colpo al cerchio queer e uno alla botte trash. Alle oneste galline della letteratura destinate a terziario incallito e pubblica amministrazione neurotica, subentra il triste topico della dark lady ‘che va oltre’ full time, alternando pulcini e orsetti di peluche a borchie, collari chiodati e tutto; con copertine di libri rigorosamente Vietati ai Minori di 18, raffiguranti bambolotte cornute horror-emo che praticano fellatio a lecca lecca, tutto contornato da sconvolgenti performance in libreria musicate da “clavicembalo+Dj Set Madame Dildo Coprofag-Stereo”.

Santacroce adesso esige che non vengano risparmiate neanche le edizioni ‘rare’ dei suoi romanzi e sceglie di autostamparsi duecentocinquanta copie deluxe del V.M. 18, vendendole a cento euro l’una col pretesto peloso di “ripristinare il valore del libro, non solo artistico ma anche materiale”. Soprattutto, applicando le più basse e grulle ottiche mercantili all’editoria, sul principio che regola il marketing di borsette, profumi e mutande, bresaola e coppate, per cui un etto di Hugo o Leopardi o Forster non può costare quanto un chilo di Montalbano, De Amicis o De Luca (e Dante, allora? Una copia della Divina Commedia dovrebbe costare quanto una Maserati fresca di concessionaria, per garantire adeguato e credibile stacco valoriale con i racconti di Suor Ciccina? Specialmente, secondo profondissimi mantra del genere «Sfidare sempre. Osare sempre. Amare sempre», citati sui tatoo nei petti depilati dei calciatori più in voga, lungo avanbracci dei bucanieri di Port Royal o di trucidissimi ex galeotti in pensione?).

Con l’aggravio dello scrittore senza filtri tanto odiato da Flaubert, che mette nome e cognome nel libro raccontando chi è senza nascondersi dietro al personaggio (altro che l’homme c’est rien–l’oeuvre c’est tout!)... Un avvicente mattone di 490 pagine, che a soddisfazione dello spleen di Voghera o Barletta si fa in quattro per raccontare evirazioni e sodomie di fanciulle da parte di un bovaro delle Finadre di nome Alastor, tagli di lingua, inoculazione di droghe nella cornea, secondo la più discalica prammatica del Male destinata a zombi anziani e giovani cresciuti con Iva Zanicchi e la Ruota della Fortuna che applaudono automaticamente ogni volta che sentono qualcuno dire “Satana”, “vaffanculo”, “va’ a cagare”, bestemmie e “fottetevi tutti”, o il termine cazzo che tanto ama usare la neo-sinistra post-PD creativa.

Però, chi mai sopravviverà alla Weltanschauung dei nostri maudits italici sempre più ‘scomodi’ che mostrano strategicamente il culo, si fanno fotografare seduti sul cesso, indossano maschere di supereroi, mettono su televisioni online per la presa della parola e rilascio del gas (TeleRutti?) o addirittura partiti immaginari come “Semo er mejo” o “Rincoglionismo&Vetustà”. A tutt’oggi, lo scrittore kannibale al potere impone ‘trends’ e icone sotto forma di valori post-trasgressivi e neo-provocativi pensati per borghesia medio-piccola a caccia di emozioni, confortata dal pulp-noir-garage più seriale, con aggiunta di sublimazione spiritosina e perversa della gran voga del Kitsch ormai completamente sdoganato, anche grazie al gothic glamour di dive e top models.

Ingredienti fissi: paracullaly uncorrectness, libertinaggio enciclopedico e romanticismo notturno smandrappato dove ogni personaggio è un mero fantoccio di inganni ed eccentricità non animato da alcun principio di natura. Rapimenti atroci, confessionali attrezzati per i peggiori eccessi, sevizie poco note, angoscie rarissime, mutilazioni esclusive, zoogamie, tonsillectomie, nonnini affettati e fidanzati macellati con l’alibi di ‘nuove poetiche’ e inedite prospettive? C’è un’arte allora che sa come rendere commerciali gli istinti, raccontando anche la favola del capolavoro letterario, salvo rifilare l’ennesimo tra i prodotti editoriali rigorosasmente identici come panettoni in fila, mercificando le idee à la page in zuppe in scatola gradite al palato di un pubblico shock-addicted che la sartina locale vende alla ‘elegante’ locale come un originale unico e irripetibibe falso Chanel uguale a tutti i falsi Chanel portati da milioni di provinciali. Minuscoli orrori quotidiani, olocausti in portineria, dove le vittime muoiono nella più incontenibile delle eccitazioni, ma anche il povero lettore tira le cuoia all’istante causa tedio, sottoposto al polpettone di manierismi effettistici basati sull’eccesso di immagini carnali e perciò ben presto anacronistici. Scrivendo frasi che. Si interrompono. Continuamente. Col punto.

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