Affinati fa pubblicità alla sua scuola di lingue. Il vero cantore degli ultimi (e dei piccoli) è Daniele Mencarelli

Il bastone e la carota. Ogni settimana un libro stroncato e uno elogiato. L'impegno etico di Affinati si risolve in un libro buonista, e promozionale. Per capire davvero il dolore è meglio leggere La casa degli sguardi, un racconto di vita e poesia

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Eraldo Affinati

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16 Febbraio Feb 2018 0745 16 febbraio 2018 16 Febbraio 2018 - 07:45

Il bastone. Con un certo imbarazzo. Con una certa incredulità. Insomma, mi pareva uno dei rari. Capisco. Va bene. Lasciamo perdere l’ultimo libro, l’agiografia di don Milani, scritta giusto per i cinquant’anni dalla morte di don Milani. Eppure. Eraldo Affinati è l’autore di Veglia d’armi, di Bandiera bianca, di Campo del sangue, di Uomini pericolosi, è lo scrittore di questa umanità che combatte e latra ed è invitta nonostante la sconfitta, al di là del morso. Eraldo Affinati è quello che scorge in Pierluigi Cappello – era il 2010, era Mandate a dire all’imperatore – “questo poeta di strenua resistenza umana”, delicata sintonia tra chi usa la scrittura per salvare e vivere, non per ornare il mausoleo del proprio ego. Con un certo imbarazzo e una certa incredulità, va detto che Affinati ha sbagliato libro, con Tutti i nomi del mondo si è trasmutato nella Madre Teresa di Calcutta della letteratura italiana. Il libro, in sostanza, è un repertorio di storie. Le storie di quelli che passano per la Scuola Penny Wirton, fondata da Affinati nel 2008, che ha lo scopo (leggo dal sito) di “insegnare la lingua italiana ai migranti… Senza classi. Senza voti. Senza burocrazie”. E gratis. L’impegno etico, lodevole, tuttavia, ha prodotto un frutto estetico indigesto. Nel libro, alternando l’italiano a un romanesco fittizio che neanche Alberto Sordi, Affinati vorrebbe dare voce a una falange di infelici. Gente di ogni etnia – africani, cinesi, albanesi, afghani, italiani… – in un superficiale profluvio di dettagli e di sfighe. Felicity violata (“usarono violenza contro di me più volte, notte e giorno”), Hermal, che viene dall’Albania, Ahmed, “nato in un villaggio sulle sponde del Nilo, ha i capelli ricci, la faccia scura, gli occhi nei come spilli”, Nwaebe, che “vagavo nella foresta insieme ai bambini come me, mentre gli adulti si battevano all’ultimo sangue”, c’è anche Ilario, “militante di Casa Pound”, che “ero contro l’immigrazione incontrollata” (ora, evidentemente, si è convertito, chissà), sono tantissimi. L’editore Mondadori, non sapendo come definire il libro, ne parla, in bandella, come di una “sorprendente Spoon River”, un cerotto appiccicato a caso, come dire di uno che ha scritto un romanzo sui campi di concentramento ‘pare Primo Levi’ o uno che scrive di due che si sposano in Lombardia ‘pare Manzoni’, perché, state certi, qui Edgar Lee Masters c’entra davvero niente. L’errore plateale – perfino ingenuo – di Affinati è quello di credere che la vita si possa scrivere così com’è, che possa defluire in un libro ‘in presa diretta’. Non è così. La letteratura serve a infiammare la vita in un endecasillabo, a ridurre l’esistenza – pensiamo a Dante – in una fulminea terzina, in una forma indimenticabile. La forma, la forma è il riscatto della vita dallo schianto delle chiacchiere quotidiane, non certo l’afflato affettivo o l’enfasi sociologica. Invece qui le vite appaiono diluite nella loro spietata banalità, non ‘passano’ (probabilmente il testo è pensato per una resa scenica, ‘patetica’, a teatro), si confondono una nell’altra, nell’indifferenza narrativa, fino ad annientarsi. Eppure, questo romanzo ‘socialmente utile’ (l’epica partigiana è rappresentata, tra gli altri, da Gavina: “Vuoi sapere cos’era per me il Duce? Un pataca. Un invurnì. Un zembal. Una zoca”), con una idea scolastica politicamente corretta e un tantino classista (“guarda che il vero Terzo Mondo è qui, mica bisogna andare altrove”, mi diceva un frate quando dirigevo un liceo pieno di ‘figli di papà’, di studenti schifiltosi e ricchi: si riferiva al Terzo Mondo dello spirito, alla primordialità dei sentimenti in cui precipita il denaro, ovviamente) servirà, chissà, a fare di Affinati il prossimo Ministro dell’istruzione o della cultura. A me questo pare un libro ‘elettorale’ (una stoccatina alla Fallaci a pagina 97, un buffetto a Berlusconi a pagina 239) e ‘promozionale’ (ovunque si parla della “scuola di lingua per immigrati, chiamata Penny Wirton”, pure in bandella, quella fondata da Affinati), francamente brutto. Per sapere qualcosa sui drammi dei migranti e sui mali del mondo qualsiasi reportage scritto con piglio da un bravo giornalista è eticamente più utile ed esteticamente migliore.

Eraldo Affinati, Tutti i nomi del mondo, Mondadori 2018, pp.280, euro 19,00

La carota. Nel 2001 nasce, definitivamente, un poeta. Il poeta si chiama Daniele Mencarelli, ha già il crisma lirico, ma gli manca il libro. Il libro c’è. Si intitola Bambino Gesù ed è stampato, in poche copie, come dono di Natale per i benefattori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Roma. Il libro nasce da una commissione e da una necessità. Il libro è bello perché è dolente, ha la purezza di chi soffre come un cane ma sa latrare la gioia (“vedemmo solo un corpo scarnito/ passato da mille tubi trasparenti/ e ancora l’atroce dolore urlato”). Il libro piace. Nel 2010 l’editore Nottetempo ne pubblica un’altra edizione, che fa incetta di premi. In qualche modo, La casa degli sguardi, il primo romanzo del poeta Mencarelli, racconta come è nato quel libro. Cioè. Cos’è la poesia. Cioè. Cos’è il poeta. Mencarelli racconta, con spudorata gentilezza, con accorata innocenza, la sua storia di derelitto. Siamo nel 1999. Daniele è uno imbarbarito dalla fragilità. Beve. Beve tanto. Beve troppo. Beve fino a non ricordarsi chi è né chi sono gli altri. Grazie a un amico poeta trova lavoro. Fare le pulizie al Bambino Gesù. Il luogo dove il dolore è sovrano, dove i bambini a volte guariscono e troppe volte muoiono (“Al Bambino Gesù ho fatto la conoscenza del dolore portato alla sua essenza più pura, invincibile”). Lì, il poeta risorge. Dal niente alla vita. Dall’urlo al canto. Al cospetto di un’umiliazione nitida, quasi religiosa – se religione è il contatto tra uomini che si spartiscono il segreto del soffrire. Sarà lo scontro detonante con il dolore – e la richiesta di un illuminato che crede ancora al valore del verbo – a salvarlo. E la poesia, “incivile. Maleducata”, come una tigre, arriva, dilania ogni cosa, redime. Il libro – continuo a scriverlo ovunque posso – è bellissimo, uno dei libri più atroci e coraggiosi in questa era in cui le parole sono un sonnifero o una droga. Perché? Perché Mencarelli non gioca con il male, non ci sta a fare il ‘maledetto’. Racconta la speranza che esplode dal dolore, narra la gioia che si fa spazio a gomitate nel dramma. Racconta il cranio bambino della vita, sempre, nonostante tutto. E poi. Non fa la morale. Non fa sociologia. Non sale sul banco operatorio, sulla scrivania, su una pila di libri per dirti come si vive, come ci si salva, come si fa. Sta dentro la narrazione. E cova il suo dolore come una cosa preziosa – mica pretenziosa o presuntuosa. Che bravo. Così, nello stesso giro di settimane, Mondadori manda in orbita un libro illeggibile e farcito di bocconi buonisti, Tutti i nomi del mondo, e questo, francamente salvifico. Come uno che ti pianti un chiodo sul dito mignolo per svegliarti dal torpore e dal candore.

Daniele Mencarelli, La casa degli sguardi, Mondadori 2018, pp.226, euro 19,00

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