Il grande imbroglio delle prossime elezioni

Voteremo per candidati premier che non andranno mai a Palazzo Chigi, per coalizioni destinate a sciogliersi il giorno dopo le elezioni, per programmi elettorali così irrealizzabili che non vedranno mai la luce. A questo punto sorge un piccolo dubbio, ma che voteremo a fare?

Berlusconi Linkiesta
16 Febbraio Feb 2018 0730 16 febbraio 2018 16 Febbraio 2018 - 07:30

Se la campagna elettorale fosse una sfida commerciale, si potrebbe tranquillamente parlare di pubblicità ingannevole. Il voto del 4 marzo rischia di trasformarsi in un grande inganno ai danni dei cittadini. Alle urne gli italiani saranno chiamati a scegliere coalizioni di governo destinate con ogni probabilità a sciogliersi pochi giorni dopo il voto. Indicheranno candidati premier che, quasi sicuramente, non entreranno mai a Palazzo Chigi. Ma soprattutto voteranno programmi elettorali ambiziosi e surreali che non vedranno mai la luce. In altri casi si arriverà al paradosso. Le preferenze accordate ai piccoli partiti che non riusciranno a superare la soglia di sbarramento saranno trasferite ai principali alleati. Con tanti saluti alle intenzioni degli elettori. Per non parlare dei candidati a Cinque Stelle ripudiati in questi giorni dal movimento, eppure rimasti in lista. Deputati e senatori che saranno eletti in buona fede dai sostenitori grillini, ma finiranno in un altro gruppo parlamentare. Insomma, piú che una votazione sarà un’enorme mistificazione.

La prima illusione proposta agli italiani riguarda le alleanze di governo. Oggi lo scenario politico è contraddistinto dalla presenza di tre grandi realtà: centrodestra, centrosinistra e Cinque Stelle. Una competizione tripolare a cui si aggiungono altre variabili, ad esempio la lista Liberi e Uguali. Sondaggi alla mano, tuttavia, è quasi certo che dopo il voto nessuna di queste coalizioni conquisterà i numeri per dare vita a una maggioranza. L’ipotesi piú concreta, e da molti auspicata, è la nascita di un governo di larghe intese. Peccato che in campagna elettorale nessuno lo dica. È diventato un tabú. A voce bassa c’è chi immagina un esecutivo sostenuto da Forza Italia e Partito democratico. Chi sogna un accordo sovranista tra Lega e Cinque Stelle, oppure un esecutivo del presidente con la partecipazione delle maggiori forze politiche. Gli stessi grillini, che corrono da soli, propongono alle altre forze politiche di convergere sul loro programma. Le alleanze che si presentano in campagna elettorale? Probabilmente si scioglieranno pochi giorni dopo il voto. Lo sanno tutti, tranne i cittadini meno attenti.

Voteremo per candidati premier che non andranno mai a Palazzo Chigi, per coalizioni destinate a sciogliersi il giorno dopo le elezioni, per programmi elettorali così irrealizzabili che non vedranno mai la luce

È lo stesso meccanismo che interessa la scelta del prossimo presidente del Consiglio. Ufficialmente i leader di partito sono tutti in corsa per Palazzo Chigi. Si candidano alla premiership Matteo Salvini e Giorgia Meloni, Pietro Grasso e Luigi Di Maio. Persino Silvio Berlusconi, incandidabile per i noti motivi, è indicato nel simbolo di Forza Italia come “presidente”. Peccato che, salvo clamorose sorprese, nessuno di loro sarà premier. Il motivo è già stato citato. Con gli attuali equilibri politici, da questa legge elettorale non uscirà alcun vincitore. Lo dicono i sondaggi. Il giorno dopo il voto nessuno degli schieramenti principali potrà avere una maggioranza (l’unica alleanza che oggi si avvicina all'obiettivo è il centrodestra). Ecco perché dal 5 marzo si dovranno cercare nuove intese in Parlamento. Il prossimo governo nascerà da un accordo piú ampio. E il nome del presidente del Consiglio, con ogni evidenza, dovrà tener conto di questa mediazione.

Ma in campagna elettorale non si può dire, il realismo rischia di costare parecchie preferenze. Intanto, anche grazie a un sistema di voto proporzionale, ognuno continua a fare gara a sé. Per convincere gli elettori si ricorre abbondantemente alla fantasia. I programmi presentati in questi giorni sono in gran parte insostenibili e irrealizzabili. I leader promettono enormi tagli alle tasse e aumenti esponenziali degli assegni pensionistici. Una pioggia di bonus per tutte le categorie sociali. Incentivi al lavoro, alle donne, alle mamme, ai giovani, agli inoccupati. Se attuati, questi programmi costerebbero miliardi di euro. Ma tanto nessuno ne risponderà. L’onere di governare spetterà a qualcun altro, perché preoccuparsi? Le promesse elettorali saranno accantonate il giorno dopo le elezioni. I programmi saranno sacrificati sull’altare del realismo, e probabilmente delle larghe intese. Con tanti saluti agli elettori che, ingenuamente, si sono lasciati convincere.

Il voto del 4 marzo rischia di trasformarsi in un grande inganno ai danni dei cittadini. Se la campagna elettorale fosse una sfida commerciale, si potrebbe tranquillamente parlare di pubblicità ingannevole

Alcune mistificazioni sfiorano il surreale. E a farne le spese potrebbero essere gli elettori delle formazioni piú piccole. Secondo la legge elettorale i voti dati ai partiti che non superano il tre per cento - ma raggiungono almeno l’1 per cento - saranno assorbiti dai principali alleati. La coalizione di centrosinistra rappresenta un esempio perfetto. Al proporzionale la lista +Europa, la Civica Popolare di Beatrice Lorenzin e la formazione Insieme eleggeranno i propri candidati solo se supereranno lo sbarramento. Altrimenti i loro voti saranno trasferiti al Partito democratico, che vedrà così aumentare i propri gruppi parlamentari (agli alleati minori saranno comunque garantiti i candidati eletti all’uninominale). Curioso, no? Un elettore potrebbe scegliere un partito e scoprire, il giorno dopo, di aver votato per un altro.

Singolare anche quello che può accadere ai sostenitori grillini. In questi giorni alcuni candidati a Cinque Stelle sono stati allontanati dal movimento. È accaduto a qualche parlamentare colpevole di aver taroccato i bonifici di restituzione degli stipendi. E non solo. I vertici M5S hanno chiesto un passo indietro anche a un candidato laziale finito tra le polemiche per alcuni post violenti e a un paio di colleghi iscritti a una loggia massonica (appartenenza vietata dal regolamento pentastellato). Ma le liste ormai sono state depositate, tutti restano ufficialmente candidati nel movimento. Alcuni sono addirittura capolista, quindi certi dell’elezione. E allora? Se davvero vorranno rinunciare all'incarico, dovranno dimettersi da parlamentari. A quel punto saranno le Camere di appartenenza a votare la richiesta, e la storia insegna che il meccanismo è lungo e spesso senza esito. Così un altro paradosso è servito: in alcuni collegi gli elettori voteranno per candidati Cinque stelle, nel frattempo allontanati dai Cinque stelle, che in caso di elezione non saranno parlamentari a Cinque stelle. Sembra un rompicapo. Il bello è che molti cittadini neanche se ne accorgeranno. Secondo un recente sondaggio dell’Istituto Demopolis, la maggior parte degli elettori non conosce neppure il nome di un candidato nel collegio uninominale in cui voterà. «Il 67 per cento degli italiani – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – non ha alcuna idea di chi siano i candidati alla Camera o al Senato nel proprio collegio elettorale». Forse per non essere ingannati bisognerebbe almeno informarsi.

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