Giochiamo ai fascisti e agli antifascisti perché non ci è rimasto nient’altro. Ed è questo il vero problema

Sciogliere Forza Nuova, dice Boldrini. Chiudere i centri sociali, risponde Berlusconi. Feticci e psicosi del passato usati ad arte per nascondere il vuoto politico che ci circonda e i programmi elettorali che - Cottarelli dixit - fanno venire voglia di non andare a votare

Fassisti Linkiesta
19 Febbraio Feb 2018 0755 19 febbraio 2018 19 Febbraio 2018 - 07:55

E niente. Dopo un mese di campagna elettorale a raccontare promesse irrealizzabili - quelle che per l’Osservatorio dei Conti Pubblici mettono a rischio il bilancio dello Stato e che per Carlo Cottarelli fanno venire voglia di non andare a votare - adesso ci attendono presumibilmente due o tre settimane di emergenze migranti e marce anti-fascisti, di manifestazioni e contro-manifestazioni di gruppuscoli neofascisti e centri sociali, di tensioni di piazza - non è successo niente a Macerata, è cominciato a succedere a Bologna e Napoli - che fisiologicamente sono un regalo meraviglioso a chi difende l’ordine pubblico, cioè alla destra securitaria.

Film già visti, comprese le parole di chi come Laura Boldrini è convinta che sciogliere Forza Nuova e Casa Pound sia un’ottima idea per risolvere il problema, e non il detonatore che lo fa esplodere definitivamente, cui fanno eco quelle di Berlusconi, sulla pericolosità “di un certo antifascismo”, che non è che l’anticamera della richiesta di chiudere i centri sociali di estrema sinistra. Problemi essenziali, evidentemente, in un Paese che ha un debito pubblico al 132% e la disoccupazione all’11%. Non vediamo l'ora se ne parli per settimane.

Il trucco c’è e si vede, in effetti: in una contesta elettorale in cui ai programmi non ci crede nessuno, in cui le sfide e le fronde interne a partiti e coalizioni superano quelle tra le diverse forze politiche, in cui non c’è né ci sarà nemmeno un dibattito televisivo tra Renzi, Berlusconi, Di Maio e Salvini, ricorrere a feticci e psicosi del passato è l’unico modo per polarizzare un po’ l’elettorato, per dare dei riferimenti identitari in assenza di proposte politiche

Il trucco c’è e si vede, in effetti: in una contesa elettorale in cui ai programmi non ci crede nessuno, in cui le sfide e le fronde interne a partiti e coalizioni superano quelle tra le diverse forze politiche, in cui non c’è né ci sarà nemmeno un dibattito televisivo tra Renzi, Berlusconi, Di Maio e Salvini, in cui non si capisce nemmeno se dopo il voto ci sarà uno straccio di maggioranza possibile, ricorrere a feticci e psicosi del passato è l’unico modo per polarizzare un po’ l’elettorato, per dare dei riferimenti identitari in assenza di proposte politiche.

A monte di tutto, il problema è proprio qua. Che non c’è nessuna elaborazione culturale, nessuna comunità politica, dietro nessuna delle liste che si presentano al voto, né dietro a ciascun programma elettorale, buono o cattivo, realizzabile o meno che sia. Nessuno che sia stato in grado di dare voce alla questione generazionale, o a chi ha perso il lavoro per colpa di un algoritmo, o alla desertificazione economica di alcune aree del Paese - una a caso? Macerata. Così come nessuno, al pari, è stato in grado di indicare un orizzonte cui tendere - l'Europa politica, un nuovo modello economico fondato sulla conoscenza - e un mezzo per arrivarci, dalla scuola alla nuova manifattura, dalla sanità all'economia verde. Ciò che manca è causa di ciò che rimane, inevitabilmente. E se tutto ciò che rimane è una pantomima del ’45 e del ’68, vuol dire che manca davvero tutto. Comunque vada il 4 marzo, è da qui che bisogna ripartire.

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