“The Shape of Water” ci piace perché ci fa credere di essere meglio di quel che siamo

Il film di Guillermo Del Toro, candidato a 13 Oscar, è un capolavoro di perfezione stilistica, attenzione ai dettagli e ai temi, ma non sfonda i confini della favola, divide il mondo in buoni e cattivi e ci permette di credere di essere dalla parte giusta, quando invece non lo siamo, per niente

The Shape Of Water
20 Febbraio Feb 2018 0745 20 febbraio 2018 20 Febbraio 2018 - 07:45

Praticamente ogni dettaglio di questo ultimo film di quel visionario messicano di Guillermo Del Toro, intitolato The Shape of Water e già acclamato praticamente all'unanimità dalla critica di tutto il mondo, è una strada che conduce lo spettatore alla parola Perfezione. Tutto curatissimo, levigato, lavorato, scelto e dosato fino al minimo dettaglio: dalla scenografia, splendida da ogni punto di vista, alla regia, il cui risultato è talmente monolitico pur nella sua stratificazione da lasciare basito e incredulo persino un maestro della complessità come Iñárritu. Ma, nello stesso tempo, tutto altrettanto perfettamente mescolato e levigato da un lavoro d'artigianato e di scrittura che ha avuto bisogno di anni per sedimentare e funzionare.

Un film perfetto, insomma, capace infatti di portarsi a casa con pieno merito 13 candidature ai prossimi Oscar, ovvero praticamente ogni categoria tranne il Miglior attore protagonista, ma solo perché non c'è; un film in grado di intrecciare e far funzionare in perfetto sincretismo generi diversi tra loro come la favola, il fantascientifico americano anni Cinquanta, il romance e la spy story da guerra fredda; e ancora, un film ben recitato e ben scritto, pensato e ripensato a dovere, e quindi scorrevole e travolgente nel ritmo, ma nello stesso tempo densissimo sul piano dei riferimenti cinematografici e profondo su quello degli spunti di riflessione.

Praticamente ogni dettaglio di questo ultimo film di quel visionario messicano di Guillermo Del Toro, intitolato The Shape of Water e già acclamato praticamente all'unanimità dalla critica di tutto il mondo, è una strada che conduce lo spettatore alla parola Perfezione.

Da quest'ultimo punto di vista l'abbondanza dà quasi le vertigini perché tralasciando l'evidente morale della favola — il rapporto con l'altro da sé e la necessità di agire sulla realtà per affermare il proprio senso del mondo — in perfetta tempistica con i problemi di xenofobia, razzismo e atomizzazione della società con cui ci scontriamo ogni giorno, durante il percorso narrativo del film si incontrano decine di stradine laterali su cui volendo indugiare e riflettere: il futuro del cinema di fronte all'avvento della televisione, il futuro della creatività di fronte all'avvento del marketing, le terrificanti somiglianze di questi nostri tempi con l'America degli anni Cinquanta sui piani del razzismo, del maschilismo, dell'omofobia, del sessismo e, per l'appunto, della xenofobia.

E quindi, siamo di fronte al film perfetto? Al mirabile connubio di bellezza formale, densità sostanziale e profondità morale? Forse no, proprio perché questa soverchiante presenza di spunti, di dettagli studiati, di rimandi, di sotto morali, all'uscita del film non accompagna lo spettatore molto più in là dei primi cento metri di strada che lo separano da casa. E infatti, nel momento esatto in cui l'emozione scola e si raggruma in un giudizio, ci si rende conto che della bella favoletta dell'amore tra il Mostro e la Poverella rimane in fondo abbastanza poco e che in realtà, a causa proprio di quella scelta formale di cura e di perfezione ottundente, Del Toro si ritrova in mano, alla fin della fiera, un'arma sbeccata che ha la forma dell'acqua, perché come l'acqua prima ti travolge, poi ti avvolge, ma poi, quando è tutto finito, se ne va come è arrivata.

L'inghippo di The Shape of Water? Da favola, quale giustamente è e quale con bravura Del Toro ha plasmato, in fondo non riesce, come tutte le favole, a uscire dalla sua funzione consolatoria

Eccolo, dunque, l'inghippo di The Shape of Water: da favola, quale giustamente è e quale con bravura Del Toro ha plasmato, in fondo non riesce, come tutte le favole, a uscire dalla sua funzione consolatoria. Detto in parole meno banali: ci sentiamo tutti troppo buoni davanti a questo film, non c'è alcuna possibilità che ci disturbi, che ci insegua fino a casa, sotto le coperte, di notte, che si insinui sotto pelle e ci metta in difficoltà. È un film che ci fa sentire bene, che ci ricorda che non siamo soli al mondo e che se agiamo su quel mondo lo possiamo cambiare.

Solo che non è vero. E, se anche la perfezione e la poesia con cui ci travolge un film come questo ce ne fanno dimenticare per un paio d'ore, la verità ci incalza appena scende la marea. Perché no, noi, nella realtà, non siamo la piccola muta gentile e dal cuore d'oro che salva il mostro dai brutti ceffi dell'FBI. E no, non siamo nemmeno la sua collega afroamericana che sopporta il marito impoltronito e resiste con coraggio alle minacce del poliziotto cattivo. E no, neppure il suo coinquilino, artista omosessuale di mezz'età con la passione dei gatti che mette in pericolo la propria vita per salvare ciò che è diverso. E proprio no, non siamo neppure lontanamente il professore sovietico che per tenerezza e amore della scienza tradisce la madre patria e sfida un poliziotto-pistolero, maschilista, astioso, razzista ed egoista, disposto a uccidere e torturare qualsiasi cosa respiri pur di comprarsi la macchina nuova che lo fa sembrare più figo, pur di esercitare il proprio potere.

Sarebbe bello, ma noi — la grandissima maggioranza di noi — fuori dal cinema siamo più simili a quest'ultimo. Anche se ci piace così tanto identificarci con i buoni, gli idealisti, i coraggiosi e i giusti, noi, fuori dal cinema, siamo quelli che si girano per non vedere, un po' come gli abitanti di Ebbing, Missouri. E forse quest'anno merita un Oscar chi è riuscito a farcelo vedere.

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