La lettera al figlio di Di Battista è agghiacciante. Leggete Hawthorne per capire la stranezza dei figli (e l’impotenza dei padri)

Il bastone e la carota. Un libro stroncato e uno elogiato alla settimana. Il genere letterario della lettera al figlio serve soprattutto ai genitori per auto-rassicurarsi. La versione Dibba, poi, è tutta vanità. Leggere un classico in tema come Hawthorne rimette le cose a posto. Cioè fuori posto

Alessando Di Battista_Linkiesta

Alessandro Di Battista

Tiziana FABI / AFP

23 Febbraio Feb 2018 0720 23 febbraio 2018 23 Febbraio 2018 - 07:20

Il bastone. Anticonvenzionale e puro come un bebè in politica – lo dice lui, agiografo di se medesimo, “posso dire di avercela fatta, esco con le mani più pulite di come le avevo quando sono entrato”: il riferimento è al Parlamento, evidentemente loco più lercio di un quintale di merda – ma più realista del re, leccapiedi della banalità in letteratura. La letteratura, d’altronde, è micidiale. Ti fotte sempre. Alessandro ‘Dibba’ Di Battista, come tutti i colleghi che han fatto carriera in Parlamento (lo dice lui, ancora, “posso dire di aver fatto carriera in politica”, con viziosa sterzata intinta in falsa umiltà, “ma tutto questo mi interessa poco”), razzola politicamente bene, ma culturalmente svacca. Esempio. L’idolatria dell’indipendenza dal “90 per cento del sistema mediatico”, cementato da “compiacenza servile”, va affanculo (per citare il leggendario Vaffa-Day). ‘Dibba’ non pubblica le sudate carte per un editore di nicchia, indipendente, alieno dalla grande distribuzione, dal mercato di massa e dai McDonald’s del libro. Pubblica per Rizzoli. Che è di Mondadori. Che è di Marina Berlusconi. Che è la figlia di. Amen, si dirà. Duri&puri al governo, in cultura Meglio liberi, come dice Di Battista, meglio liberi di fare quel cazzo che ci pare. Si vede. ‘Dibba’ è l’icona del pacchiano pauperismo pentastellato (“mi preme ricordare ancora una volta che, a oggi, ho restituito più di 215.000 euro tra stipendio tagliato e rimborsi spese non utilizzati”, scrive a pagina 152, ricordandoci che “con 215.000 euro avrei potuto viaggiare per il mondo… per una quindicina d’anni. Con 215.000 euro potrei acquistare 651.515 pannolini”: e allora tieniteli ‘Dibba’ quei 215.000 euro, perché noi italiani, che siamo 60 milioni, coi tuoi 215mila euro non ci facciamo neanche un caffè, non trattarci come dei pezzenti, se doni, dona e non dire che hai donato, evangelicamente, altrimenti, che razza di sacrificio è?). È uno tosto, belloccio e intelligente, il ‘Dibba’. Ma quando scrive, beh, sfodera una mitragliata di cliché che neanche Fabrizio Moro, il falso alternativo che lorda le radio con zaffate di buonismo sanremese. Esempi. Copertina con ‘Dibba’ seduto per terra e piccì sulle cosce, che sembra l’icastico Indro (Montanelli) nella fatidica foto; ‘Dibba’ che si autocita (“avevo appena finito di scrivere un capitolo molto importante del libro A testa in su”); ‘Dibba’ che usa, scandalosamente, il libro per lisciare il pelo agli amichetti, Beppe Grillo (“è un amico ed è anche un patriota”), Gianroberto Casaleggio (“era un manager con la passione per la storia… la sua morte è stata un duro colpo per il Movimento”), ‘Gigi’ Di Maio (“non è soltanto un collega, è un amico, e, consentitemi, un fratello”: badate al consentitemi, che ricorda il fantomatico mi consenta, alla fine tutti vogliono trasmutarsi nel ‘Berlusca’); ‘Dibba’ che adotta i vezzi delle star e ci comunica, ad esempio, che “amo il caffè alla moka: è più buono di quello del bar anche se viene su con poca cremina”, ma checcazzocenefrega, se questa è la crema della nuova politica che avanza… La cosa più grave del ‘Dibba’ che scrive, comunque, è scadere nel qualunquismo editoriale. ‘Dibba’, infatti, redige l’ennesima ‘lettera al figlio’, genere letterario che fa zucchero da tutte le parti, stomachevole, che allinea una serie di esempi non edificanti. Così, dopo la Lettera a mio figlio sul Sessantotto di Mario Capanna, dopo la Lettera a mio figlio sulla felicità di quel bamba di Sergio Bambarén, dopo la Lettera a mio figlio sul calcio di Darwin Pastorin, dopo la Lettera a mio figlio sull’amore della musica di Roberto Cotroneo, dopo le lettere di Tahar Ben Jelloun che spiega il razzismo a mia figlia, dopo la Lettera a mio figlio di Umberto Eco, abbiamo anche la Lettera a mio figlio sul coraggio di cambiare di ‘Dibba’. La Fallaci, almeno, con la sua lettera a un bambino mai nato evitava di rompere le palle al nascituro. Voglio dire. Di tutti questi padri che scrivono lettere ai figli per mostrargli preventivamente quanto ce l’hanno lungo e quanto sono bravi, non ne possiamo, narrativamente, più. Quando mio padre mi ha scritto la fatale lettera avevo dieci anni. Non capivo nulla di quello che c’era scritto. Ha avuto il buon gusto di farsi fuori. Di uccidersi. Ecco: la Lettera a mio figlio del ‘Dibba’, di agghiacciante e superba idiozia (“voglio che la lentezza diventi, per un po’, la mia migliore amica”: pare la capa di Osho innestata sul corpo di un venditore di protesi), è scritta come se nessuno abbia mai avuto un figlio prima di lui, con l’insopportabile vanità di chi pensa di essere il centro del mondo (francamente, che “oggi è venuto a trovarci a casa Luigi Di Maio… ci ha portato dei pasticcini e un tappetino per Andrea tutto colorato”, interesserà, forse, a chi ha il manifesto di Di Battista appeso in camera al posto di quello di Nick Cave, o a chi passa i pomeriggi a umettarne l’avatar sui social). Detto questo, il libro è un fake book. Su 183 pagine totali, solo le ultime 18 sono la vera Lettera a mio figlio. Il resto è una polpetta politica, con il ‘Dibba’ avvelenato che tra palloncini colorati e damigiane di miele proclama ai fan quanto è bello diventare papà. A questo punto, in pieno stile kafkiano, attendiamo che tutti i figli afflitti dalle lettere pubbliche di cotanti genitori scrivano, tra qualche decennio, la tenebrosa e laconica ‘lettera al padre’. Al figlio di ‘Dibba’ verrà facile. ‘Papi, hai passato il mandato a fare ramanzine al mondo, per poi scrivere un libro così? Fottiti’.

Alessandro Di Battista, Meglio liberi. Lettera a mio figlio sul coraggio di cambiare, Rizzoli, pp.183, euro 17,00

La carota. Semplice come il pane. I figli non voglio lettere dal babbo, sempre assolutorie, consolatorie, pesanti come una colpa. I figli vogliono essere, eventualmente, capiti. E anche se non ci capisci nulla, limitati ad abbracciarli, i figli, non usarli per far soldi con un libro che pigia brutto sull’acceleratore del pietismo. Ecco. Al ‘Dibba’, prima che s’involi in Sudamerica con figlio e neomamma, consigliamo un libro. Nei suoi Taccuini americani il grande Nathaniel Hawthorne – che oltre ad aver scritto La lettera scarlatta ha scritto anche dei notevoli racconti ‘per bambini’, ‘Dibba’ piglia appunti, cazzo… – incorpora una manciata di pagine pubblicate in Italia come Venti giorni con Julian. Siamo nell’estate del 1851, Julian, il figlio di Hawthorne, ha cinque anni. Una, la figlia, ne ha sette. Come nel peggiore degli incubi ideati da Nathaniel, accade che la moglie se ne va in vacanza con la figlia dai genitori. A casa restano il grande scrittore e il figlio, insieme alla cuoca. Nathaniel piglia l’accaduto come un’occasione. Afferra carta e penna e osserva. Non pontifica. Non scrive lettere al figlio per dirgli come si vive o quanto sia bravo il papi. Lo osserva. E scrive. “Ho detto a Julian: ‘Fatti togliere il bavaglino’, e visto che non mi prestava alcuna attenzione, gliel’ho ripetuto due o tre volte, a voce sempre più alta. Alla fine lui ha sbraitato: ‘Fatti togliere la Testa!’”. Le descrizioni hanno il sapore acre di uno sketch narrativo. Con bagliori di purissima poesia. Come quando Hawthorne pensa alla figlia Una, e annota, “C’è qualcosa nella bambina che quasi mi spaventa – non so se di elfo o di angelo, ma, in ogni caso, soprannaturale. Si lancia con tale audacia in ogni cosa, non si ritrae di fronte a nulla, ha una tale capacità di comprendere tutto, a volte pare non avere alcuna delicatezza, e subito dopo dà prova di possederne l’essenza più fine; ora dura, ora tenera; ora del tutto irragionevole e subito dopo saggia. In breve, colgo in lei di quando in quando un aspetto che mi induce a credere che non sia la mia bambina umana, ma uno spirito stranamente commisto di bene e male, che abita la mia casa”. Il grande scrittore mette a lato se stesso, del tutto concluso nell’osservazione accurata dei figli, con la dedizione di uno scienziato e la devozione di un padre che sa che il figlio è già un cosmo proprio, un astro a parte. Il padre non ingombra la vita del figlio, se ne lascia profanare; al contrario, tutti questi vili estensori di lettere ai figli, per non farsi uccidere dai primogeniti fanno in modo di tarpargli le ali, di castrarli fin nella culla, poveretti.

Nathaniel Hawthorne, Venti giorni con Julian, Adelphi, pp.120, euro 8,00

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