Non credete ai politici: l’Italia non è razzista, ma solo spaventata

Prima condannato, poi celato, ora addirittura dichiarato: il razzismo sembra essere al centro del dibattito elettorale. Ma è davvero così? No. Se si esamina da vicino il problema si capisce che si dà il nome sbagliato a un sentimento molto diverso. E più profondo

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Alessandro FUCARINI / AFP

23 Febbraio Feb 2018 0715 23 febbraio 2018 23 Febbraio 2018 - 07:15

Le incombenti elezioni politiche si decideranno sulla questione dell’immigrazione. Tema caldo da anni che, in seguito alle immancabili strumentalizzazioni di recenti fatti di cronaca, ha letteralmente preso fuoco.

L’immigrazione viene prima collegata alla sicurezza: sono gli stranieri a commettere i delitti più efferati e ad infestare le carceri. Pazienza se la discriminante statisticamente più rilevante per giudicare la propensione di un individuo ad infrangere la legge è l’estrazione sociale, non il Paese di origine.

Poi all’economia: gli stranieri ci rubano il lavoro. Il numero di imprenditori nati lontano dalla Penisola è cresciuto negli ultimi 5 anni del 65%, quando si stima che chiudano circa 27 aziende al giorno. A conti fatti quindi, gli stranieri il lavoro lo creano. Ma tanto chi li legge più questi dati oggigiorno?

Passeggiando per i vicoli del Belpaese appare chiaro che qualcosa negli ultimi mesi è cambiato. Lo si percepisce nelle accorate invettive dei nostri anziani che, fedelissimi, affollano i bar di quartiere. Oppure negli ingenui commenti dei bambini, solerti portavoce del sentimento focolare. Il timido, quasi sconfortato “Non sono razzista, ma” ha lasciato spazio al deciso quanto esasperato “Mi hanno fatto diventare razzista”, in barba a qualsivoglia principio di correttezza politica o semplice buonsenso civico. Accade così di assistere ad una implicita e plebiscitaria legittimazione di posizioni dichiaratamente suprematiste.

Senza troppo clamore, un concettuale omicidio Matteotti si è consumato nelle nostre città. Il razzismo, da ideologia universalmente condannata dalla società civile e politica, sembra essere diventato una necessità. Essere razzista, quasi un atto di patriottismo. Ma è davvero così?

Per fortuna no. Assolutamente no. I pensionati che tra una mano e l’altra di briscola si cospargono di fierezza nostalgica, sono gli stessi ben felici di farsi servire l’espresso dalla nuova gestione cinese per risparmiare qualche centesimo. I bambini, svergognati megafoni delle chiacchiere di casa, non vedono l’ora di giocare a Fifa con l’amico Mohamed, piuttosto che Vasile. Il razzismo non è che apparente.

Il timido, quasi sconfortato “Non sono razzista, ma” ha lasciato spazio al deciso quanto esasperato “Mi hanno fatto diventare razzista”

È bene essere chiari: il razzismo, convinzione dell’esistenza di razze umane biologicamente superiori ad altre, è un prodotto culturale che abbiamo lasciato nel secolo passato. Lo stesso vale per l’avversione indiscriminata verso gli stranieri, conosciuta come xenofobia.

Ma allora, escludendo razzismo e xenofobia, come spiegare l’infuocata enfasi sul tema dell’immigrazione?

Per trovare una risposta adeguata occorre fare uso di uno strumento mitologico: la filosofia. Filosofia intesa non come parolaccia ma come sito privilegiato per l’elaborazione di categorie tese a comprendere il reale. Tranquilli. Non serve una seduta spiritica. Basta sfogliare la Genealogia della Morale di Nietzsche. Nel testo, il filosofo tedesco introduce il concetto di ressentiment, risentimento, definendolo come desiderio di attenuare un dolore segreto divenuto insostenibile attraverso una più violenta emozione di qualsiasi tipo. Il risentimento, dunque, viene alleviato da un sentimento più intenso. Applicando questo concetto al contesto contemporaneo notiamo che il razzismo apparente descritto sopra non è altro che l’emozione violenta preconizzata da Nietzsche.

Questa analisi fa però sorgere più dubbi di quanti ne appiana. Siamo passati infatti dal comune razzismo agli oscuri ressentiment e razzismo apparente. Serve fare chiarezza.

Tra le infinite emozioni classificabili come violente viene scelto proprio il razzismo, seppur apparente, perché per desublimare una sofferenza tramite il risentimento occorre selezionare arbitrariamente un colpevole non identificabile con il sofferente stesso. Gli immigrati, fattore esogeno del nostro sistema Paese, rappresentano il capro espiatorio perfetto.

Alla base del risentimento troviamo un dolore: la frustrazione di una fascia della popolazione nel trovarsi, consapevolmente e spesso incolpevolmente, gli sconfitti del mondo globalizzato

Come spiegato da Nietzsche, alla base del risentimento troviamo un dolore segreto. Questo dolore, oggi, di segreto non ha nulla: si tratta della frustrazione di una fascia della popolazione nel trovarsi, consapevolmente e spesso incolpevolmente, gli sconfitti del mondo globalizzato. Non credo ci sia bisogno di dilungarsi su disoccupazione, precariato ed instabilità.

Rimane un ultimo nodo da sciogliere. Se il razzismo è apparente, e pertanto falsa coscienza, l’espressione del risentimento deve avere un corrispettivo manifesto. Questo corrispettivo manifesto si chiama nazionalismo. L’incapacità di comprendere le dinamiche del mondo globalizzato spinge infatti il singolo tradito dallo stesso al ritorno ad una ideologia familiare, rassicurante, ma ormai malfunzionante: quella dello Stato-Nazione. La conseguenza di tale anacronismo identitario è la resurrezione della retorica fascista ed antifascista. Ecco così che rigurgiti novecenteschi monopolizzano l’odierno dibattito politico italiano.

La cattiva notizia è che per la pancia del Paese, ingrassata dal fast-food politico con a bocconi di clickbait e fake news, l’immigrazione rimarrà il vero problema dell’Italia almeno fino al 4 marzo. Quella positiva è che, con un po’ di disciplina, la testa del Paese può ancora imporre la dieta giusta. Basta farle comprendere che la pancia si nutre di nazionalismo, non di razzismo o xenofobia. Farle ricordare, come insegna la storia recente, che questo nazionalismo genera mostri. Convincerla, infine, che è solo aprendosi al cambiamento che si può sopravvivere allo stesso. Mi pare però che le beta endorfine da post-verità abbiano effetti anche lassù.

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