Quella parolina che inizia con la “M”, e che nessuno pronuncia in campagna elettorale

La relazione della commissione parlamentare guidata da Rosy Bindi ha dipinto un quadro allarmante, soprattutto nelle aree più produttive del paese. Ma quasi nessuno mette la ”M“ di mafia nel programma elettorale. Menzioni sporadiche. Generiche. E in un certo senso molto comode

Mafia Linkiesta
23 Febbraio Feb 2018 0755 23 febbraio 2018 23 Febbraio 2018 - 07:55

«Vedo troppo silenzio su questi temi. Lo dico da ministro dell’Interno». Parlava di mafia, Marco Minniti. E ne parlava commentando la scarsissima partecipazione dei leader politici - escluso il Presidente del Senato Piero Grasso, che è anche candidato premier di Liberi e Uguali - alla presentazione della relazione conclusiva della commissione parlamentare guidata da Rosy Bindi.

Facciamo la conta. La mafia non è mai nominata nel programma del centrodestra, ad esempio, né in quello, ben più corposo, della Lega, così come non c’è mai in quello di +Europa. Nei cento punti del Pd c’è solo una volta e riguarda solamente la gestione dei beni confiscati e tre volte nella sua versione estesa, in cui si parla genericamente della promozione della cultura della legalità. Persino Liberi e Uguali, che ha come leader un giudice antimafia come Pietro Grasso, parla solamente di una maggior tutela dei collaboratori di giustizia. Eccezione è il Movimento Cinque Stelle, che nomina la parola mafia (o mafie) per dodici volte, senza tuttavia alcuna strategia specifica di lotta alla criminalità organizzata, tranne quella di portare i processi di mafia nelle sedi di Corte d’Appello. Diciamo, sul filo dell’eufemismo, che l’attenzione non ci sembra essere proporzionata alla gravità del problema.

E dire che la relazione della Commissione è pesante, pesantissima. Racconta di “un movimento profondo e uniforme, con una particolare intensità in Lombardia” delle mafie sul territorio e di "presenza pervasiva dei clan nel tessuto produttivo delle aree più dinamiche e ricche del Paese”. Di “Cosa nostra” che “mostra una straordinaria capacità di rigenerazione” che la morte del Boss dei Boss Totò Riina non ha indebolito, ma che "costituisce paradossalmente un ulteriore elemento di forza”, perché “i clan sono liberi di ridarsi un organismo decisionale centrale e quindi una strategia comune”.

Ancora: parla della ‘ndrangheta quale “organizzazione criminale più ricca, agguerrita e potente” a livello globale, "leader mondiale del traffico di stupefacenti”, presente "in tutte le regioni del Paese", con la capacità di condizionare l'economia locale non solo grazie a violenza e intimidazione, ma soprattutto grazie “alla convergenza di interessi con imprenditori senza scrupoli e alla rete di complicità con il mondo delle professioni e della politica locale”.

E poi c’è la Camorra, protagonista in questi giorni della straordinaria inchiesta di Fanpage, Bloody Money, nel cui quarto episodio si vede una donna, la moglie di un militare dell’Esercito, che parla con l’ex camorrista Nunzio Perrella e che dice, testuale: “Questi sono soldi della camorra? Va bene, dov'è il problema», parlando di un centro di stoccaggio a Marghera. E guarda un po’ te, dice, la Commissione nazionale antimafia, che la Camorra è "forte e dinamica", caratterizzata da uno "stretto rapporto con la politica e le istituzioni di alcune aree”. Per non tacere della sanguinaria riemersione dei clan della Sacra Corona Unita nel foggiano, che "in questa fase rappresentano per la loro ferocia l'elemento di maggiore pericolosità”.

La mafia non è mai nominata nel programma del centrodestra, ad esempio, né in quello, ben più corposo, della Lega, così come non c’è mai in quello di +Europa. Nei cento punti del Pd c’è solo una volta e riguarda solamente la gestione dei beni confiscati. Persino Liberi e Uguali, che ha come leader un giudice antimafia come Pietro Grasso, parla solamente di una maggior tutela dei collaboratori di giustizia

Madamine, il catalogo è questo: quello di un Paese in cui l’AntiStato, in tempo di crisi, è proliferato e ha esteso le sue fronde e la sua ombra ben oltre i propri territori di provenienza. Non parlarne è semplicemente senza senso, fossimo un Paese normale, non assuefatto e rassegnato dalla presenza pervasiva della criminalità organizzata in tutta la Penisola. Soprattutto, vuol dire non aver capito - a voler essere benevolenti - che buona parte dei guai economici di questo Paese, dal declino del meridione alla selezione di una classe dirigente disonesta e incapace, dalla devastazione ecologica alla concorrenza sleale che subiscono le imprese più sane e oneste dipendono da quel che questa Relazione mette nero su bianco.

Forse ha ragione Claudio Fava, già candidato presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana per Liberi e Uguali, quando dice al Fatto Quotidiano che «l’antimafia è in crisi di analisi, idee e facce». E non vorremmo, come dice Rosy Bindi, che della Commissione Antimafia è presidente, che ciò accade perché i partiti hanno le liste sporche e le mafie hanno le mani sul voto. Nel nostro piccolo, rimarchiamo come le partite elettorali più incerte, quelle che decideranno chi andrà al governo, si giocano tra la Sicilia, la Puglia e la Campania. Speriamo di sbagliarci.

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