La presidenza di Montecitorio, una poltrona maledetta da cui dipendono i destini della legislatura

L’elezione dei presidenti di Camera e Senato sarà il primo atto ufficiale della nuova legislatura. Qui si testeranno intese e possibili maggioranze. Tanti i nomi in ballo, da Franceschini a Calderoli. Ma la storia insegna che non sempre il prestigioso incarico garantisce una carriera splendente

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24 Febbraio Feb 2018 0745 24 febbraio 2018 24 Febbraio 2018 - 07:45

Nel 1994 l’elezione della giovane Irene Pivetti alla presidenza della Camera fu talmente inattesa da sorprendere persino la diretta interessata. La poltrona spettava alla Lega Nord, che aveva puntato su Roberto Maroni. All’ultimo, però, il numero due di Umberto Bossi preferì l’incarico di vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno. Le cronache ricordano che negli stessi giorni il Carroccio aveva già dovuto rinunciare alla presidenza del Senato. Per quel ruolo era stato proposto Francesco Speroni. Ma come ha svelato la Pivetti in un’intervista di qualche anno fa, Berlusconi si oppose. «Non possiamo eleggere uno che va in giro con quelle giacche tutte colorate». E così alla fine venne eletta lei. Donna, trentun’anni, senza grandi esperienze politiche alle spalle. Una rivoluzione per i vecchi di riti di palazzo.

Fino a quel momento sullo scranno più alto di Montecitorio erano saliti personaggi dal pedigree politico più ricco e dall’età più avanzata. I suoi predecessori, per dire, erano stati Oscar Luigi Scalfaro e Giorgio Napolitano, due futuri presidenti della Repubblica. Quel giorno qualcosa cambiò per sempre. Ormai la presidenza della Camera è diventata un luogo ambito e maledetto. Su questa poltrona sono nate e tramontate carriere. Costretti dal ruolo istituzionale e ansiosi di conquistare il potere, quasi tutti i presidenti di Montecitorio hanno poi vissuto una stagione di oblìo. Irene Pivetti, di fatto, è uscita dalla politica dopo aver rotto con la Lega. Il suo successore, Luciano Violante del Pds, non ha più avuto cariche di tale rilievo, ma è forse l’unico che non le ha cercate. Nel 2001 è stata la volta del leader Udc Pier Ferdinando Casini, che dopo quell’esperienza non ha mai ottenuto incarichi di governo. Chiuso ogni legame con Berlusconi, oggi l’ex democristiano si candida a Bologna con il centrosinistra. Sono ancora più emblematiche le vicende dei successivi due presidenti della Camera: Fausto Bertinotti e Gianfranco Fini. Non solo non hanno più ricoperto ruoli istituzionali, ma entrambi hanno addirittura assistito alla scomparsa dei propri partiti.

Dopo l'elezione a sorpresa di Irene Pivetti, la presidenza della Camera è diventata un luogo ambito e maledetto. Su questa poltrona sono nate e tramontate carriere. Costretti dal ruolo istituzionale e ansiosi di conquistare il potere, quasi tutti i presidenti di Montecitorio hanno poi vissuto una stagione di oblìo

L’assegnazione della poltrona “maledetta” sarà il primo atto formale della legislatura che si aprirà dopo il 4 marzo. Ma anche un passaggio politico fondamentale. Solo dopo l’elezione dei nuovi presidenti di Camera e Senato potranno aprirsi le trattative per il nuovo governo. È in questo contesto che si testerà la presenza di una possibile maggioranza parlamentare. Già, che maggioranza sarà? Mai come questa volta ogni previsione è impossibile. Ma proprio dagli aneddoti del recente passato si ricavano utili indicazioni per il futuro. Nel 1994 l’elezione a sorpresa della Pivetti arrivò, paradossalmente, perché al Senato il centrodestra non aveva una maggioranza chiara. Conquistata dopo il voto solo grazie all’intesa con alcuni transfughi. Inizialmente, infatti, un accordo tra il centrosinistra e diversi senatori a vita sembrava poter premiare una riconferma di Giovanni Spadolini. Solo alla fine spuntò Carlo Scognamiglio. Stessa impasse nel 2006, quando andò in difficoltà l’Unione di Romano Prodi. L’elezione di Franco Marini al Senato fu particolarmente sofferta. Per cercare di superarlo, Berlusconi, Fini e Bossi votarono persino Giulio Andreotti, che alla fine conquistò appena nove voti in meno dell’avversario. Certo, la presidenza di Palazzo Madama è molto diversa da quella di Montecitorio. La seconda carica dello Stato è un ruolo più delicato, gli eletti vengono scelti per il profilo altamente istituzionale e le minori aspirazioni di carriera. Eppure, da sempre, proprio questi passaggi istituzionali aiutano a capire che piega prenderà la legislatura.

Le presidenze di Camera e Senato rappresentano anche un’importante moneta di scambio nella costruzione dei governi. Attraverso queste elezioni si sono costruite, o rotte, alleanze e coalizioni. Cinque anni fa, dopo le sfortunate elezioni del 2013, ci aveva sperato anche Pierluigi Bersani. La vittoria azzoppata alle urne aveva obbligato l’allora segretario Pd a cercare un nuovo interlocutore. La scelta cadde, infelicemente, sul Movimento Cinque Stelle alla sua prima esperienza parlamentare. Per invogliare i grillini al dialogo, Bersani tentò la strada della società civile e propose Laura Boldrini a Montecitorio e Pietro Grasso a Palazzo Madama. Due parlamentari al debutto e senza esperienze politiche alle spalle: il segnale del rinnovamento. La fine della storia è nota a tutti: i Cinque Stelle decisero di sbattere la porta in faccia a Bersani, che poco dopo fu costretto alle dimissioni lasciando il campo a Enrico Letta (al governo) e a Matteo Renzi (al partito).

Le presidenze di Camera e Senato rappresentano anche un’importante moneta di scambio nella costruzione dei governi. Attraverso queste elezioni si sono costruite, o rotte, alleanze e coalizioni. Cinque anni fa, dopo le sfortunate elezioni del 2013, ci aveva sperato anche Pierluigi Bersani

Tra pochi giorni la partita si riapre. L’elezione dei due presidenti inaugurerà la nuova stagione politica. Il premier Paolo Gentiloni, come da prassi, si dimetterà subito dopo il loro insediamento. E solo a quel punto il presidente della Repubblica aprirà le consultazioni al Colle per tentare la formazione del nuovo governo. Se davvero le elezioni non indicheranno un chiaro vincitore, l’intesa sui presidenti di Camera e Senato potrebbe anticipare la nascita di una nuova maggioranza. Occhi puntati al Senato, in particolare, perché il nome prescelto per Palazzo Madama potrebbe tornare utile anche al Quirinale. In caso di stallo, Sergio Mattarella potrebbe affidare alla seconda carica dello Stato un mandato esplorativo. Ci saranno meno incognite se il centrodestra conquisterà la maggioranza nei due rami del Parlamento. In questo caso la presidenza delle due Camere sarà affidata a un esponente dei partiti della coalizione. Sui giornali si fa il nome dell’esponente di Forza Italia Mariastella Gelmini per Montecitorio, ma utili per quel ruolo sarebbero anche il leghista Giancarlo Giorgetti e il deputato di Fratelli d’Italia Ignazio La Russa. Per il Senato spiccano invece i profili dei vicepresidenti uscenti Roberto Calderoli e Maurizio Gasparri, entrambi in Parlamento da sette legislature.

In caso di impasse, il numero dei papabili è destinato a crescere. Le larghe intese potrebbero portare sulla poltrona più importante della Camera il dem Dario Franceschini. Si dice che per coinvolgere i Cinque Stelle in una fase di larghe intese l’incarico potrebbe essere proposto a Luigi Di Maio, ma la fantasia talvolta supera la realtà. A un certo punto si era persino parlato, e insistentemente, di Matteo Renzi alla presidenza del Senato. Ipotesi complicata e smentita anche dal diretto interessato. Più probabile, semmai, una figura di larga esperienza. Pier Ferdinando Casini è il più adatto: se sarà eletto tornerà in Parlamento per la decima legislatura. E perché non prendere in considerazione Emma Bonino? Da sempre candidata al Quirinale, magari stavolta la leader radicale è pronta a diventare la seconda carica dello Stato. Sempre che, come in passato, alla fine non spuntino dal cilindro nomi di secondo piano, sconosciuti al grande pubblico. A quel punto l’elenco degli aspiranti presidenti sarebbe davvero lunghissimo.

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