Come scappare via nel paradiso segreto di Folco Quilici

La fuga in Polinesia del grande etologo appena scomparso. In un atollo dove i missionari di dodici religioni non sono stati in gradi di scalfire la libertà degli uomini

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GREGORY BOISSY / AFP

26 Febbraio Feb 2018 0750 26 febbraio 2018 26 Febbraio 2018 - 07:50

Sono lì, sparpagliate, come denti di squalo gettati sulla terra sperando che nasca una generazione di giganti. Le Tuamotu, Polinesia francese, sono il più vasto gruppo di atolli al mondo. Spunzoni di terra in mezzo all’abbacinante blu, miraggi, zattere, lingue di sabbia sulla schiena oceanica di Dio. Sulle Tuamotu Folco Quilici ha girato, nel 1962, un film a cui teneva molto, Ti-Koyo e il suo pescecane. Per quel film, Quilici aveva ottenuto il produttore de Il Gattopardo, Goffredo Lombardo e soprattutto Italo Calvino, alla sceneggiatura. Il film, dicono gli esperti, pecca per eccesso di miele, ma non è questo il punto, ora.

Nel 1957 Quilici gira il primo film dalla Polinesia. Si intitola L’ultimo paradiso, e una locandina particolarmente succosa (una divina dal corpo nudo adornato di fiori si stira mentre al suo fianco, in lontananza, uomini muscolosi sfidano uno squalo gigantesco), promette “divinità di bronzo… un audace avventuriero… un mondo selvaggio”, e soprattutto, “ammira dove la civiltà umana non è mai stata prima”. Il culto dell’ignoto associato al forte, all’erotico. Riconosciuto come grande documentarista e geniale divulgatore (cosa rara: oggi i giornalisti non divulgano ma dicono, opinano, pretendono di essere profondi come Heidegger e bravi come Proust), Quilici ha scritto un libro speciale, che è l’esito e il presupposto dei film polinesiani. Per me, ora che Quilici è già storia e i giornali patrii si sono sprecati in vigorosi ‘coccodrilli’, il libro più bello – e quasi sconosciuto – di Quilici si intitola Ultimo paradiso. Il libro, pubblicato nel 1960 da Leonardo da Vinci Editore in Bari, è il diario di viaggio di Quilici alle Tuamotu. Narrativamente sobrio, senza divagazioni da esteta del reportage, Quilici ‘divulga’ e ci porta l’Eden in palmo di mano. L’immersione di Quilici nella vita degli abitanti dell’atollo, alieni dal ‘progresso’, significa sprofondare in una dimensione pre-adamitica, dove predomina la sapiente voluttà di eros. “Affascina l’istintiva femminilità del loro essere, una femminilità quasi animalesca, e la ingenua semplicità (oserei dire purezza) del loro carattere… non c’è traccia in fondo all’animo della donna polinesiana di alcun senso di ‘peccato’ legato all’idea dell’atto sessuale. ‘Quel’ peccato non esiste, nelle Isole, non è mai esistito e nessuno riuscirà mai a farlo esistere se non ci sono riusciti i missionari di dodici religioni diverse che predicano da quelle parti da centocinquant’anni. Da questo ne deriva che l’amore è solamente una cosa bella che ogni donna deve essere fiera di fare e di saper fare, ed il matrimonio è l’unione di un uomo e di una che si amano, e dipenderà solo da loro quanto durerà”. Il libro è adornato da fotografie di fanciulle di divina magnificenza, con seni sodi al sole. La nudità non crea vergogna, la psiche di questi uomini, pare, non è il labirinto in cui roviniamo ogni giorno. Quilici – che nel libro racconta anche l’avvenente caccia quotidiana allo squalo – ci mostra quel mondo dove l’uomo non è diverso dall’albero, dalla pietra, dall’ondeggiare della luce. Dove il tempo è teso tra tedio e titano carnivoro. La vita predomina sulla memoria, la natura sul pensiero. Il naturalista s’inchina al sano desiderio dell’uomo occidentale di perdere se stesso nei mondi alieni:Robert Louis Stevenson, Paul Gauguin, Joseph Conrad… Ma la tara, il tarlo dell’uomo evoluto, europeo, lo sapeva anche Lev Tolstoj (leggete I cosacchi, please), gli impedisce di vivere ‘naturalmente’, di optare per la perdizione nella gioia. L’uomo europeo osserva e documenta – oppure invade, con la fiala di Eden annuale (che si volta quasi subito in inferno), il turismo.

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