Olimpiadi, l’Italia salvata dalle donne (e peccato che lo sport sia in mano solo ai maschi, e per giunta vecchi)

Le donne vincono le medaglie, salvano le Olimpiadi, le tesserate sono molto di più dei tesserati. Ma nella dirigenza sportiva ci sono solo uomini. Età media 59 anni

Sofia_Goggia_Linkiesta
26 Febbraio Feb 2018 0730 26 febbraio 2018 26 Febbraio 2018 - 07:30

Sorelle d'Italia, as usual, che salvano l'Italia. Senza le ragazze dello sci, dello snowbord, dei pattini il medagliere italiano al ritorno da Pyong Yang sarebbe una cosa tristissima, anzi non ci sarebbe proprio: un solo argento e quattro bronzi maschili (due dei quali peraltro presi da squadre miste). Che cosa aspetta il Coni, che cosa aspettano le federazioni, che cosa aspetta l'organizzazione sportiva tutta a dare un riconoscimento sostanziale alla vitalità del nostro sport femminile? Perché le donne portano a casa medaglie che commuovono – tre ori, fra i quali Sofia Goggia, prima sul podio della discesa libera dai tempi di Zeno Colò – ma non c'è una donna una che diriga una Federazione sportiva italiana (0 su 45), non una tra i nostri rappresentanti al Cio (0 su 3), solo due (su 19) in Giunta nazionale Coni, solo otto su 70 nel Consiglio Nazionale Coni?

Lo si dovrebbe segnalare al Ministero della Meritocrazia prossimo venturo (quello promesso dai grillini) poiché nessuna attività umana è in teoria “meritocratica” come lo sport e nessuna come l'organizzazione sportiva italiana appare così assolutamente ostile al riconoscimento del merito femminile.

Le donne sono brave a faticare, allenarsi in campetti e palloni spesso fatiscenti, a inondare di quattrini le casse della Federazione (sono donne l'89 per cento dei tesserati della ginnastica, il 77 per cento dei tesserati della pallavolo, il 50 per cento del nuoto, per citare tre sport al top nelle classifiche dei praticanti) ma diventano improvvisamente trasparenti quando c'è da assegnare un incarico qualsiasi. In quel momento lì le donne non vanno più bene. Serve un uomo (possibilmente un uomo vecchio, vista l'età media della dirigenza, 59 anni).

L'azzeramento delle figure femminili nella dirigenza sportiva italiana va oltre l'ordinaria sottovalutazione, marginalità, arretratezza culturale che siamo abituati ad associare alle carriere in Italia. I numeri sono così risibili da far sospettare una deliberata e volontaria discriminazione

L'azzeramento delle figure femminili nella dirigenza sportiva italiana va oltre l'ordinaria sottovalutazione, marginalità, arretratezza culturale che siamo abituati ad associare alle carriere in Italia. I numeri sono così risibili da far sospettare una deliberata e volontaria discriminazione. E non solo i numeri. Nella manualistica del Coni, ad esempio, il sesso degli atleti tesserati in ciascuna Federazione – che ha evidentemente una sua importanza, perché donne e uomini giocano campionati e tornei differenti – non è neanche preso in considerazione. C'è solo il totale complessivo, quasi a occultare la realtà della maggioritaria partecipazione femminile a determinati sport. La divisione maschi/femmine appare solo nei capitoli dedicati alla generica “pratica sportiva” dei cittadini adulti, dove forse è stata giudicata meno politicamente rischiosa.

E poi, il caso del calcio. È lo sport principe del nostro Paese: impianti dappertutto, soldi, incentivi, attenzione, sponsor. Un milione e trecentomila tesserati complessivi. In tutta Europa il calcio piace tantissimo alle ragazze: in Germania le tesserate sono oltre duecentomila, in Francia 106,612, in Gran Bretagna 106,910. Danimarca e Norvegia contano rispettivamente 153mila e 100mila atlete. In Italia le tesserate sono appena 23mila, il due per cento del totale, e c'è da chiedersi: le italiane sono diverse da tutte le altre giovani europee, oppure sono tenute fuori a spallate dagli impianti, dai soldi, dagli incentivi, dall'attenzione, dagli sponsor, da parte di un mondo maschile che non vuole spartire la torta? E qualcuno si chiede come mai queste quattro gatte senza una lira sono in testa al girone per la qualificazione al Mondiale mentre i loro ricchissimi cugini maschi sono già fuori?

Il presidente Giovanni Malagò, che andrà domani o dopo al Quirinale su invito di Sergio Mattarella con la nostra delegazione olimpica dovrebbe fare un supplemento di riflessione su tutto ciò. Ieri ha esaltato le «donne straordinarie» che hanno costruito il nostro medagliere (salvando la faccia al Coni, che sotto quota 10 si sarebbe trovato nei guai) e ha riconosciuto che le donne hanno «qualche difficoltà in più» in campo sportivo. Un gentile eufemismo. A guardare i numeri, l'irrisolta questione del professionismo femminile, l'invisibilità mediatica, l'estromissione da ogni forma di governo dello sport, qui come dice l'Associazione delle atlete Assist, non ci sono difficoltà: qui siamo davvero fuori dall'Europa, qui sembriamo l'Arabia Saudita.

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