Basta lagnarsi, godetevi la neve (pensando a Buran e Pasternak)

Forse questa neve è stata una benedizione: soprattutto se passeggiamo portando in tasca il poeta della neve per eccellenza, Boris Pasternak

Mare Inverno
28 Febbraio Feb 2018 1035 28 febbraio 2018 28 Febbraio 2018 - 10:35

Riccione, otto di mattina, 27 febbraio. Il bianco danneggia irrimediabilmente la retina, organo istituzionale della ragione, per cui, per me, oggi potrebbe essere il 31 febbraio. Neve. Canticchiare Il mare d’inverno è una offesa al dio che si sta sbriciolando in fiocchi. Bisogna percorrere queste vie che rintoccano ghiaccio con Boris Pasternak nel cappotto, il poeta della neve.

“La neve cade e ogni cosa è in subbuglio,/ ogni cosa si lancia in un volo”, canta il poeta in una lirica tarda, scritta negli ultimi anni, tradotta con monacale perizia da Angelo Maria Ripellino. Armo la bicicletta. Più che pedalare, navigo, il manubrio è il timone della mia sgangherata zattera. Slitto. Voglio andare a vedere il mare. Proprio ora. Ora è il momento esatto. Tra poco il cielo si chiuderà ancora, sfidandomi con il suo viso da cane. Ora, con la luminosa certezza di Alessandro Magno, sfondo l’aura del cavalcavia, creo un tunnel nel freddo. I fiocchi di neve rintoccano rari, sono corazzato di giacca. Le mani, nude, si gonfiano, rosse, il cuore accelera. Ricordo di aver letto un pensiero di Gian Ruggero Manzoni, un cristallo estetico dato al pasto dei social.

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