La ricetta di Cottarelli: «Poche regole, ma chiare: così l’Italia può rinascere»

Parla l’ex commissario alla spending review, in libreria con un saggio sui sette peccati dell’economia italiana: «Bisogna ridurre le leggi. La flat tax? Vanno tagliate le detrazioni. Il sud si rilancia con le scuole, non con le infrastrutture. L’Euro? Ci ha fatto male, ma uscire è una follia»

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Carlo Cottarelli

28 Febbraio Feb 2018 0730 28 febbraio 2018 28 Febbraio 2018 - 07:30

«C’è un esempio perfetto per descrivere l’Italia, che non c’entra con l’economia ma dice molto sulla nostra predisposizione all’eccesso di regole. Le autostrade italiane e quelle americane sono quasi identiche. C’è solo una piccola differenza: da loro si può superare sia a destra, sia a sinistra. Da noi, invece, non si può. Sembra solo una piccola regola in più. Ma a noi non piace farci superare e quindi intasiamo le corsie a sinistra, per evitarlo. Allora si è resa necessaria un’altra legge, che obbliga a viaggiare nella prima corsia disponibile più a destra. Il problema è che questa seconda regola nessuno la rispetta, perché viola la dignità italiana. Di conseguenza, pure la prima regola risulta inapplicabile: se la corsia di sinistra è intasata, è fisiologico che chi guida correttamente a destra finirà per contravvenire alla regola che vieta il sorpasso. Allora è stata introdotta una terza regola, che distingue chi “sorpassa” da chi “passa”. Col risultato che oggi c’è chi finge di “passare” per “sorpassare” spostandosi a destra un po’ prima del sorpasso e tornando a sinistra poco dopo. Secondo me questo esempio è lampante per raccontare come il nostro eccesso regolatorio contribuisce a buona parte dei mali del nostro Paese».

Carlo Cottarelli ama raccontare questo piccolo aneddoto, al punto di averlo inserito anche nel suo ultimo libro, uscito da poco, intitolato I sette peccati dell’economia italiana (Feltrinelli, 2018). Direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, un passato in Banca d’Italia e al Fondo Monetario Internazionale, Cottarelli è noto soprattutto per essere stato uno dei commissari chiamati in questi ultimi anni a razionalizzare la spesa pubblica. Incaricato da Enrico Letta e licenziato da Matteo Renzi, Cottarelli ha lasciato un piano di revisione e riduzione della spesa che oggi viene spesso citato dai più disparati leader politici come copertura per le loro promesse elettorali, nonché indicato come possibile ministro tecnico del prossimo esecutivo. Lui, cremonese ironico e tignoso, scansa il colpo e rilancia con un libro che mette in fila le malattie endemiche del sistema-Italia, quelle che non siamo più nemmeno abituati a percepire come tali: dall’evasione fiscale alla corruzione, dalla burocrazia alla lentezza della giustizia, dalla demografia al divario tra nord e sud, sino ad arrivare al nostro complicato rapporto con l’Euro.

Difficile definire il suo libro un programma di legislatura in nuce, anche se Cottarelli, oltre a enumerare i problemi indica pure quelle che a suo dire potrebbero essere le soluzioni: «Il libro è ispirato dal problema della crescita.» spiega a Linkiesta, nel contesto della presentazione cremonese del suo libro, organizzata dalla locale associazione Officina Liberale, in una libreria Feltrinelli gremita «Noi oggi abbiamo un reddito pro-capite uguale a quello di vent’anni fa. Ed è la prima volta dall’unità d’italia, guerre escluse, che passano vent’anni senza che ci sia un aumento del reddito pro-capite. Molto semplicemente, mi sono chiesto perché».

Proviamo immediatamente a smentirla, Cottarelli. In realtà sembra che l’economia sia ripartita in questi ultimi mesi.
Ci sono dei miglioramenti, certo. Ma come dice un proverbio americano, anche un gatto morto rimbalza se cade dal decimo piano. Il Pil italiano, lo scorso anno, è cresciuto dll’1,4%. È il livello più basso di tutti i Paesi dell’Unione Europea.

Però un rimbalzo c’è stato...
Nel nostro caso, il rimbalzo è dovuto dal fatto che le altre economie crescono, che il prezzo del petrolio è basso rispetto a dieci anni fa, che l’Euro si sta rafforzando ma rimane ancora debole rispetto a dieci anni fa. E non è un caso che siano soprattutto le esportazioni a trainare la crescita.

Viene tutto da fuori, quindi? Potevamo evitarci qualunque riforma?
Dire che non è stato fatto niente è ingeneroso. In dieci anni sono state fatte delle riforme, a volte timide a volte più importanti, per provare a invertire la rotta. E, va ricordato, abbiamo imprese che nonostante tutte le difficoltà si sono rimboccate le maniche e sono riuscite a innovare e a diventare più competitive. È il settore pubblico che continua a creare problemi all’economia italiana. I sette peccati dell’economia italiana, in larga parte, riguardano il funzionamento della macchina pubblica.

Seguiamo l’ordine del suo libro e cominciamo dal primo peccato: l’evasione fiscale. Dove sta il problema?
Sta nel fatto che legislazione fiscale italiana è molto complicata. Si perde un sacco di tempo e si fanno tanti errori.

Colpa delle troppe aliquote, come dice il centrodestra?
Non direi. Quel che rende complesso il sistema fiscale italiano non è il numero delle aliquote, ma il calcolo della base imponibile. Qualche giorno fa ho comprato, come ogni anno, l’abbonamento per i mezzi pubblici della città di Milano. Quest’anno mi hanno detto che potevo chiedere una detrazione fiscale su quell’abbonamento. È assurdo: se io decido di andare in metropolitana è perché è comodo, non perché lo stato mi fa lo sconto. Di queste deduzioni e detrazioni ce n’è un'enormità, che creano un'enorme complessità.

«Erasmo da Rotterdam dice che di tutti i sapienti i peggiori sono i giuristi, perché la loro scienza dipende dalla complessità delle leggi che loro stessi scrivono. Il loro potere deriva da questo: dall’essere gli unici a capirle. A noi evidentemente piace questa intrusione dello stato nell’economia e ci piace avere un sacco di norme. Probabilmente perché ci piace aggirarle.»

Carlo Cottarelli

Sempre secondo il centrodestra, l’aliquota unica della flat tax può aiutare ad abbattere drasticamente l’evasione fiscale.
Non ci conterei. Non userei i maggiori introiti dal recupero dell’evasione come copertura di questa manovra, come inizialmente prometteva la Lega. La flat tax costa 64 miliardi, che sono un sacco di soldi. Nella proposta del centrodesta, quella nel programma depositato al Ministero dell’Interno, la flat tax viene finanziata dall’eliminazione delle detrazioni, anche se molti esponenti del centrodestra sembrano ignorarlo. Non è una riduzione delle tasse, ma una rimodulazione. La cosa fondamentale a favore della flat tax è la semplificazione.

Le piace?
Non sono contrario a priori: un cambiamento sistemico potrebbe essere un modo sensato per semplificare.

A proposito di semplificazione: come si semplifica la burocrazia italiana?
Riducendo le leggi. Che sono tante, troppe.

Quante?
Girano cifre folli, c’è chi dice 150mila. In realtà abbiamo circa 10mila leggi nazionali, come la Francia. Solo che in aggiunta abbiamo pure 27mila leggi regionali.

Oggi se ne fanno meno.
Sì, ma in compenso sono molto più lunghe e complicate. Erasmo Da Rotterdam, nel suo Elogio della follia, dice che di tutti i sapienti i peggiori sono i giuristi, perché la loro scienza dipende dalla complessità delle leggi che loro stessi scrivono. Il loro potere deriva da questo: dall’essere gli unici a capirle. A noi evidentemente piace questa intrusione dello stato nell’economia e ci piace avere un sacco di norme. Probabilmente perché ci piace aggirarle.

Diranno che lei è un neoliberista che vuole deregolamentare tutto.
Alt. Io non sono contro le regole, sono per poche regole ma chiare. Se hai dieci aliquote, ognuna per un tipo diverso di pane, tu passi le giornate dal commercialista per capire quale aliquota devi applicare per ogni tipo diverso di pane, e hai meno tempo per fare bene il pane. Fino a che non mandi tutti al diavolo e smetti di farlo.

Il brutto, poi, è che se sbagli qualcosa finisci nelle fauci di un altro dei peccati dell’economia italiana, quello della giustizia.
C’è un video di Berlusconi che parla ai giocatori del Milan dopo una sconfitta: «Io non vi pago - dice loro - e se volete fatemi causa che tanto ci vogliono 8 anni per riavere i vostri soldi». In realtà, oggi le cose sono leggermente migliorate: ce ne vogliono “solo” sette e mezzo. E pure le cause civili pendenti si sono ridotte, passando da 6 a 3,5 milioni.

Qualche merito ce l’avrà la politica, in questo caso.
Sì, ma non quello che si immagina. In realtà il merito va ascritto alla chiusura dei tribunali: la distanza media è aumentata di 15 chilometri, disincentivando le persone a fare causa. Spiacenti, quindi, ma renderla più costosa e meno accessibile pare essere un ottimo modo per diminuire la lentezza della giustizia.

«BIsogna rafforzare il capitale umano meridionale. Al Sud le scuole funzionano peggio, le università funzionano peggio. È lì che bisogna concentrare gli investimenti, anziché favorire la costruzione di infrastrutture inutili e cattedrali nel deserto.»

Carlo Cottarelli

Parliamo di demografia, un altro dei sette peccati dell’Italia. Diversi partiti hanno avanzato proposte per aumentare il nostro asfittico tasso di natalità. Qual è la sua idea in merito?
Abbiamo due possibilità. Possiamo fare come la Svezia, che copre tutte le perdite economiche connesse alla nascita di un figlio. Ma costa un sacco di soldi e col debito pubblico che abbiamo dubito possiamo permettercelo. Altrimenti, l’unica strada è l’immigrazione. Certo, non quella irregolare e anarchica di oggi. Io sono favorevole a un’immigrazione regolare e ben gestita, così come sono favorevole allo Ius Soli.

Relativamente al divario Nord-Sud, invece, quali sono le sue soluzioni?
Nel libro ne suggerisco tre. La prima è il miglioramento del livello qualitativo della pubblica amministrazione. Ci sono evidenze empiriche che un miglioramento nel pubblico ha effetti positivi anche nel settore privato. La seconda cosa da fare, invece, è rafforzare il capitale umano meridionale. Al Sud le scuole funzionano peggio, le università funzionano peggio. È lì che bisogna concentrare gli investimenti, anziché favorire la costruzione di infrastrutture inutili e cattedrali nel deserto.

La terza soluzione?
Mi rendo conto sia controverso, ma occorre che il lavoro torni a costare meno al Sud rispetto al Nord.

Bisogna tornare alle gabbie salariali?
Non è necessario. Ma credo si debba spostare sempre più la contrattazione dal livello nazionale a quello aziendale.

Euro?
Rischio di essere contraddittorio: per me è un errore uscire dall’Euro. Ma dobbiamo dire che se abbiamo smesso di crescere negli ultimi vent’anni è anche colpa dell’Euro.

L’ultimo peccato dell’economia italiana, nel suo libro, si chiama Euro. Non ci dica che lei è un sostenitore dell’uscita dalla moneta unica…
Non scherziamo. Uscire dell’Euro è un salto nel buio da evitare in ogni modo. Però…

Però?
Però non possiamo negare che la nostra economia non si sia adeguata alle regole economiche di un’area monetaria unica.

In che senso?
Basta guardare i costi di produzione di Italia e Germania. Noi prima dell’Euro abbiamo sempre avuto costi di produzione più alti rispetto alla Germania. Non era un problema, però: perché quando aumentavano troppo, svalutavamo. Una volta arrivato l’Euro, la svalutazione della Lira sul Marco non era più possibile. E il divario dei costi di produzione si è ampliato sino a raggiungere il 26% del 2008. Con un divario del genere, competere con un’impresa tedesca era impossibile, per un’impresa italiana.

Ora però le esportazioni italiane volano.
Un po’ perché sono trainate dalla domanda mondiale, un po’ perché il nostro costo del lavoro è diminuito e quello tedesco è aumentato. I 26 punti di divario ora sono diventati 18. È ancora tanto, ma per il momento è già qualcosa. Se però riuscissimo a risolvere anche gli altri peccati, potremmo riuscire davvero a convivere con l’Euro e a competere nel mondo. Ci pensi: se sviluppiamo il settore pubblico e riduciamo la burocrazia, abbassiamo i costi di produzione. Se riduciamo l’evasione fiscale stimoliamo gli imprenditori onesti a investire. E se gli imprenditori investono, aumenta la produttività.

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