Perché il ’68 ha reso l’Italia un Paese settario e disperato

Prima del '68 eravamo un popolo ottimista. Ci ha portato agli anni di piombo, agli estremismi, al terrorismo, al disprezzo delle regole e dello Stato

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28 Febbraio Feb 2018 0750 28 febbraio 2018 28 Febbraio 2018 - 07:50

La cosa in assoluto più vera (e intelligente) sul ‘68 italiano la ha scritta Edmondo Berselli, purtroppo scomparso, nel suo libro Adulti con riserva. Come era allegra l’ Italia prima del ‘68.

La tesi è molto semplice. Il ‘68 è finito in Italia... nel ‘68. Se con quella data sintetica riassumiamo il verificarsi di una sorta di processo di emancipazione antiautoritaria e libertaria, soprattutto, ma non solo, generazionale. Il ‘68, così inteso, era in realtà cominciato a cavallo fra gli anni ‘50 e ‘60. Un’ Italia felice e speranzosa, sospinta dalla crescita dei consumi e dalla scoperta del mondo circostante, chiedeva semplicemente più libertà e meno costrizioni. Metteva in discussione soprattutto nella nuova generazione, giovani e adolescenti nati nel dopoguerra, alcuni pilastri educativi e il ruolo fisso e indiscusso delle autorità consolidate. Famiglia, Chiesa, Scuola. Ci si arrivava da porte diverse, ma tutte convergenti. La musica, la letteratura, i viaggi, il cinema e i cineforum. I primi giornaletti di scuola, roba per educande se comparati con qualsiasi pagina web di oggi; si veda cosa scriveva il giornale del Liceo Parini La Zanzara, il più famoso di tutti: l'inchiesta sulla condizione della donna e sull'educazione sessuale delle studentesse portò all’ incriminazione e al conseguente processo dei 3 redattori per “stampa oscena e corruzione di minorenni“. Per fortuna furono tutti assolti. Perché i tempi stavano cambiando. Il primo centrosinistra limava irrimediabilmente l’ egemonia della Democrazia Cristiana, il boom economico portava televisioni, lavatrici e automobili a un popolo di ex poveracci. E poi la scoperta del tempo libero, con la settimana lavorativa a 40 ore e il sabato e la domenica a disposizione. Nasceva il week end. A 18 anni il sogno, ancora per pochi (ma si metteva facilmente in comune), era la Dyane, la 500, la R4 e il viaggio estivo con gli amici e la ragazza. Ogni giorno portava una novità, eravamo allegri e ottimisti.

Poi è arrivato il ‘68 e in un attimo gli anni ‘70. E siamo precipitati in un buio assoluto da cui non ci siamo più rimessi.

Rimane per me un mistero perché un movimento nato contestando l’autoritarismo e chiedendo maggiore libertà in ogni campo si sia fatto fare prigioniero dal dogmatismo più assoluto, da ideologie ottocentesche, da un settarismo nemico di ogni tolleranza. Da capetti generalmente senza cultura e senza un vero carisma. Dalla mancanza di libertà. Abbia invece costruito identità da conventicole medioevali e abbia chiuso gli occhi di fronte ad ogni modernità. Altro che “l’immaginazione al potere”. Piuttosto un conformismo assoluto e pieno di tristezze.

Io nel 1970 sono arrivato nell’Università più importante di Milano, La Statale. Fior di professori. E a che cosa erano dedicate le energie delle organizzazioni studentesche? Vi faccio l’elenco, così capite. C’era il Movimento studentesco di Mario Capanna, divenuto in un attimo il riabilitatore di Stalin (!) oltre che il seguace di Mao Tse Tung. E c’erano Avanguardia Operaia, Potere Operaio, Servire il Popolo, Lotta Comunista, il Pdup, il Manifesto, Lotta Continua, la IV internazionale, Autonomia operaia. E mi scuso per le dimenticanze. Tutti in perenne lotta fra di loro, spesso a botte dure, come oscure sette medioevali, per affermare le preminenza del marxismo-leninismo piuttosto che del marxismo-maoismo o del marxismo-stalinismo. O a rivendicare la spontaneità della masse derubando negozi e supermercati .

Nel frattempo Steve Job fondava la Apple.

Noi invece abbiamo costruito una narrazione basata sui tradimenti, sull’antifascismo militante, sui proletari ingannati dai revisionisti di tutto il mondo, sull’anticapitalismo in un Paese dove lo Stato ancora la faceva da padre e da padrone. Sull’odio per il mercato, le multinazionali e l’imperialismo.

Poi è arrivato il ‘68 e in un attimo gli anni ‘70. E siamo precipitati in un buio assoluto da cui non ci siamo più rimessi

Non ci siamo più rimessi da questo viaggio nell’oscurità. Anzi esso ha portato dritto dritto agli anni di piombo, agli estremismi opposti ma convergenti, al terrorismo, al disprezzo delle regole e dello Stato.

I grandi assenti sono stati la libertà e gli individui. In una parola: una moderna cultura dei diritti e dei doveri. Della responsabilità.

Guardiamoci attorno oggi. Quell’epoca non è mai completamente passata. Le ideologie di allora si sono letteralmente frantumate, ma quell’istinto settario permane. Altre le stanno sostituendo, ma la stessa attitudine faziosa continua a dominare il dibattito pubblico, anzi si ripresenta con forza persino maggiore. Ciascuno definisce la sua identità solo contro qualcosa e qualcuno. Senza conservare alcuna memoria se non per cercare di fare rivivere antichi totem forieri di sciagure. Il nostro “spirito pubblico” è passato attraverso diversi traumatici cambiamenti. Ogni volta peggiorando, nonostante le attese. Colpa del ’68? Bè certo no, o almeno non solo. Ma anche lui ha dato una bella mano a generare la nostra presente infelicità pubblica.

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