Gli A67 (e Caparezza): scegliere il “male minore” è la cosa peggiore. Non solo in politica

È uscito il singolo degli A67 in collaborazione con Caparezza, “Il male minore”. Abbiamo intervistato il frontman della band napoletana Daniele Sanzone

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1 Marzo Mar 2018 0740 01 marzo 2018 1 Marzo 2018 - 07:40

Sono passati sei anni dal loro ultimo disco e ora gli A67 sono tornati con un nuovo irriverente singolo in collaborazione con Caparezza: “Il male minore”. La band di Scampia si è fatta conoscere e amare dal pubblico per l’urgenza d’espressione delle proprie canzoni, a riprova del fatto che Napoli non è solo musica neomelodica. E se è stato proprio il loro dialetto ad accompagnarli fin qui, questa è una ripartenza che porta in sé la sfida del cantare in italiano. La ricchezza culturale e la potenza comunicativa di ogni dialetto racchiude dei veri e propri mondi in cui ogni espressione ha un colore e una forza senza eguali, ma anche con l’italianissima “Il male minore” gli A67 sono arrivati dritti al punto. Un titolo, un perché. Come leggerete qui sotto nella nostra intervista a Daniele Sanzone, voce della band, il pezzo mette in piazza un concetto universale: in quante situazioni ci ritroviamo a scegliere il meno peggio? Per noi, per gli altri, per il nostro Paese a cui questo tema sembra cucito addosso alla perfezione.

Parliamo di questo nuovo singolo con Caparezza, “Il male minore”. Dato il periodo in cui avete scelto di pubblicarlo, viene facile collegare questo vostro pezzo di ritorno all’attuale campagna elettorale… era quello che volevate?

Sì, visto il tema trattato l’idea era quella di uscire un po’ prima delle elezioni, anche se poi “il male minore” è un concetto ampio che può essere applicabile a tanti aspetti della vita. Abbiamo preso l’appiglio della politica, infatti l’incipit della canzone parte proprio da lì: se ti sei risvegliato a 90 ma non senti alcun dolore / non avere paura hai votato il male minore. Il nostro intento è sicuramente politico, però il concetto resta universale.

Nella vostra carriera le collaborazioni sono sempre state tante e importanti, ma l’incontro con Caparezza sembra seguire un filo diverso rispetto alle collaborazioni con un Bennato / 99 Posse che riprendevano le radici comuni e il senso di appartenenza viscerale a una città come Napoli. Raccontaci un po’ com’è andata, cosa vi ha legato.

A Michele (Caparezza, ndr) ci lega un sentire comune. Lui ascoltò “'A camorra song'io” e si innamorò del nostro brano. Per me resta il più grande rapper d’Italia, anche se il termine rapper è riduttivo nei suoi confronti. È istrionico, è geniale. Ciò che ci accomuna è avere la stessa visione del mondo, poi ognuno fa la musica che fa. Io mi sento molto più vicino a lui che a tutto il mondo hip hop. C’è una stima reciproca che dura da anni, l’idea di collaborare era nell’aria da diverso tempo e ora siamo riusciti a concretizzarla.

Sentivamo il bisogno di nuovi stimoli, io da anni volevo scrivere in italiano, anche perché ogni volta che andavamo a suonare al nord ci sentivamo dire “siete fortissimi, ma non ho capito un cazzo”.

Per quanto riguarda i testi delle nuove canzoni, il dialetto è stato messo momentaneamente da parte?

In realtà no, perché credo che nel nuovo album ci saranno almeno due brani in napoletano. Il disco è quasi pronto, dobbiamo entrare solo in studio per ultimare delle cose.

Quindi non si sa ancora precisamente quando uscirà.

No, ma sicuramente entro l’anno.

Altra cosa che salta subito all’orecchio, ascoltando questo singolo, è un drastico cambio di sound: molto più “pop” e votato all’elettronica.

Assolutamente sì, per la prima volta non ho paura a chiamare la mia musica “pop”. Se me l’avessi detto dieci anni fa ti avrei mangiato, mentre oggi la vivo un po’ come una conquista.

Quindi è la linea che dobbiamo aspettarci di trovare nell’intero nuovo disco?

Sì, ma è molto vicino a quello che può essere il pop di Caparezza. C’è pop e pop. Secondo me l’obiettivo di un artista è quello di riuscire ad arrivare a più gente possibile restando fedele a se stesso, che è poi quello che abbiamo cercato di fare con questo nuovo album. Per il singolo abbiamo scelto come produttore Gigi Canu del Planet Funk; siamo da sempre innamorati del suono di questa band e andavamo alla ricerca di quel tipo di sound, più electro-pop diciamo.

Mentre a livello di contenuti? Di cosa racconterete?

Sarà un disco molto duro, sia nei testi che politicamente. “Il male minore” ne indica un po’ la direzione, perché è un pezzo molto ironico e scanzonato ma anche impegnato. Poi ci saranno brani più diretti e precisi, così come pezzi d’amore. Sarà molto variegato nei temi trattati.

Voi siete di Scampia, secondo il progetto del comune di Napoli nel mese di marzo dovrebbe iniziare l’abbattimento della Vela Verde, per poi far partire la riqualificazione. Inoltre, proprio qualche giorno fa c’è stato un nuovo blitz nella terra dei fuochi, risultato: 11 sequestri e sanzioni amministrative per circa 250.000 euro. Nonostante i problemi che continuano a non trovare reale soluzione, pensi che Scampia e le periferie napoletane stiano lentamente cambiando?

Questo è un discorso lungo. Noi abbiamo un’immagine potentissima del nostro quartiere data dalla fiction. Quest’immagine è diventata un vero e proprio brand, che vende in tutto il mondo. La fiction, però, racconta una realtà ferma a dieci anni fa, e lo fa senza mai contestualizzare. Hanno raccontato quarant’anni di camorra in un arco temporale relativamente breve, in questo senso la narrazione risulta sovraeccitata, non vera. Se aggiungi il fatto che, per essenza, le serie televisive devono affascinare e fidelizzare lo spettatore attraverso storie e personaggi, allora diventa complicato.

Stiamo parlando di Gomorra immagino.

Esatto. Da una parte c’è il nostro quartiere che gira il mondo con un’immagine ferma a dieci anni fa, ma nel frattempo tutto è cambiato tantissimo. Non ci sono più le piazze di spaccio come le si vede lì. Ciò non vuol dire che la droga non c’è o che la camorra sia scomparsa, sarei pazzo se dicessi questo, però è cambiato il sistema. Quelle piazze sono diventate virtuali, ci si incontra attraverso i social e sono cambiate tante dinamiche. Il quartiere è cambiato tantissimo, ma non ancora come vorremmo. Scampia può cambiare realmente attraverso lo sviluppo e il lavoro, ma questo può avvenire solo tramite una reale volontà politica dall’alto. E purtroppo questa, ahimè, non c’è ancora.

Tornando alla musica, le vostre canzoni sono sempre state espressione di un mood che in Italia pare mancare sempre di più: la rabbia, l’incazzarsi quando ce ne sarebbe bisogno. Trovo che nella musica di oggi ci sia stato un sostanziale cambio a livello comunicativo, soprattutto tra i giovani artisti che stanno emergendo: non c’è più rabbia, ma solo disagio, una sorta di passiva consapevolezza di come vanno le cose. Cosa ne pensi?

Credo tu abbia perfettamente ragione, il problema è capire perché. Negli anni ’90 c’era la rete alternativa dei centri sociali, c’erano dei programmi radiofonici e televisivi che veicolavano una determinata musica. Penso ai 99 Posse, agli Assalti Frontali, a tutta una scena indipendente di rottura col sistema che alla fine è arrivata anche alle major in certi casi. Oggi tutti quei canali sono saltati. La musica è diventata liquida, i dischi non si vendono più e paradossalmente la possiamo trovare ovunque e gratis. Questo ha inflazionato completamente tutto. Io credo che probabilmente si faccia ancora musica di un certo tipo, ma difficilmente questa arriva ai grandi canali, anche perché non ci sono più. C’è un’assuefazione allo status quo, una sorta di fatalismo, rassegnazione. E questo mi fa paura veramente. La musica è sempre stata, e tuttora è, il riflesso condizionato di una società: ascoltando la musica di un paese si possono capire tante cose. Il fatto che non ci sia più musica arrabbiata non significa che viviamo bene, forse è un livello ancora più subdolo e sottile.

C’è da riflettere, su quello che dice Daniele, a pochi giorni dal 4 marzo. Il diritto a scegliere il male minore, a farci una croce sopra e finire ad essere rappresentati da politici che da anni ci offrono una società che gioca a campana, in equilibrio su un piede solo. Tutto sotto controllo per non pendere mai troppo da una parte o dall’altra, finché siamo in bolla perché ribellarsi, perché urlare, perché rompere le chitarre. Sopravviviamo così bene.

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