Ultima prova che è una campagna elettorale farlocca: il mare di indecisi a tre giorni dal voto

Mancano solo tre giorni alle elezioni politiche e, dopo una campagna elettorale quanto mai fumosa sui contenuti e accesa sulle sterili polemiche e gli attacchi tra partiti, c'è ancora tanta gente che, pur sapendo che andrà a votare, non sa ancora per chi, ma non è colpa loro

Davide Ragusa 24118 Unsplash
1 Marzo Mar 2018 0735 01 marzo 2018 1 Marzo 2018 - 07:35

Mancano solo tre giorni alla fine di questa straziante corsa verso le elezioni politiche e, dopo una campagna elettorale quanto mai fumosa sui contenuti e accesa sulle sterili polemiche e gli attacchi tra partiti, c'è ancora un sacco di gente che, pur sapendo che andrà a votare, non ha ancora idea di dove mettere la propria croce.

Secondo alcune indiscrezioni a due settimane dal voto circa il 31 per cento di chi esprimeva la volontà di andare a votare era ancora indeciso. Secondo altri dell'ultima ora, del 26 febbraio, quella percentuale sarebbe scesa al 16-17 per cento. A spanne possiamo ipotizzare che corrisponda a circa 5-6 milioni di voti.

Al di là di come la pensiate, magari ci siete anche voi tra questi, è un numero molto alto. Soprattutto perché non stiamo parlando di una di quelle mega tavolate tra ex compagni di scuola che si dividono tra chi prende sempre la stessa pizza da trent'anni e chi ogni volta sta mezz'ora sul menu, indeciso, per l'appunto su che pizza prendere, come se gli cambiasse la vita la scelta della pizza. Quella di che partito votare però è una scelta diversa.

E allora come è possibile, dopo settimane di polemiche, attacchi, bombardamenti a tappeto sui social, in televisione, al mercato, nella casella della posta, per strada, dovunque, essere ancora indecisi a poche ore dal voto? Eppure di scandalizzarsi non è il caso. Al contrario, potrebbe essere istruttivo pensare al perché ci siano ancora così tante persone — il 16 per cento di chi andrà a votare è circa il risultato che i sondaggi davano per Berlusconi, per intenderci — che sono ancora indecise.

Perché, dunque? Si può ipotizzare la pigrizia, la disaffezione — di sicuro c'entrano anche le novità che ha portato la deflagrazione del Partito Democratico — ma la più interessante è un'altra e c'entra con quello che è diventata la politica italiana negli ultimi 25 anni, quando dopo il terremoto di Tangentopoli piano piano sono emersi partiti che in qualche modo rompevano i serbatoi elettorali classici. Una situazione che il processo di abolizione del finanziamento pubblico ai partiti ha reso ancora più evidente: i partiti, staccati dalle ideologie, sono diventati brand. E come i brand devono raccontarsi alla “clientela”, in un “mercato” espandibile, in cui conquistare più clienti possibili e “vendere” di più.

Se ai tempi della Prima Repubblica anche i partiti di aspirazione maggioritaria come la DC o il PCI somigliavano a delle damigiane di vetro spesso, la cui linea era dettata dal partito e alla quale tu che li votavi aderivi, ora i nipotini più o meno riconosciuti e riconoscibili di quei partiti, quanto meno quelli che vogliono continuare ad aspirare ad essere partiti maggioritari nel paese, somigliano piuttosto a delle gigantesche flebo mollicce che prendono la forma di chi li vota, senza dettare più quasi nemmeno una linea politica ferma e riconoscibile, arrivando a dire in campagna elettorale tutto e il contrario di tutto, copiandosi addirittura le proposte l'un con l'altro.

Sarà il clima post ideologico, sarà la depressione atlantica della post verità, ma con i partiti che si inseguono tutti sugli stessi temi spesso nello stesso modo persino da avversari, il gesto di andare a votare, che in teoria dovremmo agognare e durante il quale dovremmo romanticamente sentire il brivido alla schiena della partecipazione e della responsabilità, è diventato più simile al gesto del consumatore che sceglie i cereali al supermercato, o la pizza alla pizzata di classe, piuttosto che il gesto più importante di una democrazia. E un po' è triste.

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