Addio a Gillo Dorfles, critico immenso, ci lascia a 107 anni

Artista e critico, personaggio unico del secolo dalla vita lunghissima. Con lui cambiarono i parametri dell’arte e le forme della critica, rivalutando questioni estetiche e sociali come il kitsch e la fine del gusto

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2 Marzo Mar 2018 1217 02 marzo 2018 2 Marzo 2018 - 12:17

Testo tratto dal sito dei Cinquantamila, a cura di Giorgio Dell’Arti

Trieste 10 aprile 1910. Critico d’arte (pittore, medico-psicoanalista, saggista, poeta). Tra i suoi libri: Le oscillazioni del gusto (1958), Ultime tendenze nell’arte di oggi (1961), Il kitsch(1970), Moda e Modi (1979), La moda della moda (1984), Elogio della disarmonia (1987),Itinerario estetico (1988), Horror pleni. La (in)civiltà del rumore (2008), Irritazioni – Analisi del costume contemporaneo (2010).
• «L’ombra è una delle prime coincidenze tra natura e arte».


• «Per qualche anno sono stato cittadino dell’Impero. Poi quando è scoppiata la Guerra mi trasferii a Genova, la città di mia madre. Restammo lì alcuni anni» (ad Antonio Gnoli).

• «Ha vent’anni Dorfles quando, nel 1930, dalla natia Trieste, piomba a Milano per studiare Medicina. Qui, ritrova gli amici d’infanzia Ernesto Rogers e Bobi Bazlen. Il primo, lo presenta agli altri architetti del gruppo Bbpr; a quelli razionalisti come Figini e Pollini, Albini, Zanuso, Viganò, Canella; ad artisti come Soldati, Fontana, Bucci. Il secondo, a letterati come Gadda Conti e Titta Rosa (che lo fa subito collaborare a La Fiera letteraria). Su un altro versante, la frequentazione fiorentina di Dorfles con Montale, Bonsanti e Loria lo spinge a scrivere versi. Ma, una volta rientrato a Milano, dirà: “Mi resi conto che non ero all’altezza di Montale o Ungaretti e preferii gettare la spugna. Un po’ di modestia...”. Non scrive più poesie? No, no. Continua a farlo, solo che ogni volta finge di avere nel cassetto inediti che risalgono alla stagione fiorentina: la stessa atmosfera di allora e lo stupore dinanzi alla vita, una certa limpida e apparente semplicità e anche l’invenzione di qualche neologismo. Così, per i suoi 90 anni, ne tira fuori sette con le quali il Fiorin della Colophon confeziona un volume d’arte. Contributi grafici di Baj, Bonalumi, Castellani, Kounellis, Paladino, Paolini e Arnaldo Pomodoro. Quando va via da Trieste, Dorfles si lascia alle spalle anche una città mitteleuropea. C’erano Svevo, Saba, Weiss, Nathan (presente alla Biennale del 28).

Il suo esordio in galleria avviene nel 1935. La pittura tiene conto delle letture, dell’influenza surrealista, dei seminari svizzeri di Steiner. Gli anni successivi vedranno nascere il sodalizio di Dorfles con Monnet, Soldati e Munari: vanno alla ricerca di forme libere, primordiali. Così, nel 48, danno vita al Movimento arte concreta (Mac). Dal 60 all’80, l’artista ha, per così dire, una battuta d’arresto. L’insegnamento universitario, la critica militante (oltre 30 libri) non gli lasciano tempo di dedicarsi alla tavolozza. Solo dopo l’80, Dorfles torna all’antico amore. Ma con sostanziali differenze. Da studioso dell’evoluzione artistica del tempo, aggiorna anche il suo linguaggio pittorico. Vi entrano a far parte nuovi elementi; o quelli vecchi subiscono modifiche radicali. C’è sempre stata in lui una vena narrativa, ma questa non si è mai espressa in maniera, come dire?, realistica. Gli elementi della pittura di Dorfles sono fantastici, immaginari, onirici, visionari. Da surrealista, quasi: un surrealismo sui generis: aggiornato, attualizzato, che tiene conto dei cambiamenti avvenuti da Breton ad oggi» (Sebastiano Grasso).


• «La mia educazione vera avvenne tra gli intellettuali e gli artisti triestini: Italo Svevo, Umberto Saba, Bobi Bazlen. Da quest’ultimo ho appreso l’amore per la letteratura mitteleuropea. Passavamo le serate a discutere di Kafka e Wedekind. Decidemmo anche di prendere delle lezioni di Joyce, nel senso che un professore della Berlitz ci istruiva sulle pagine dell’Ulysses, un testo come si sa impervio, infestato dal gergo e pieno di concetti. Il primo incontro con Saba avvenne nella sua libreria antiquaria di via San Nicolò. Ricordo che entrai e vidi questo vecchio con la visiera che mi guardò e bruscamente mi disse: “Cos’ ti vol picio?” Mi sentivo a disagio. Poi vidi una magnifica edizione del Settecento del Fedone di Platone, cominciai a sfogliarla. E Saba, meno bruscamente: “No xe roba per ti”. Comunque quella libreria rappresentò per me qualcosa di straordinario. Vi incontrai il meglio della cultura triestina: da Svevo a Stuparich, da Marin a De Benedetti. La mia formazione è stata abbastanza singolare. Sono laureato in Medicina con una specializzazione in Psichiatria. Mi sarebbe piaciuto analizzare la mentalità del prossimo, rilevarne le stranezze e le anomalie. Ma alla fine hanno prevalso gli interessi estetici ed artistici. Ho scelto di fare il critico e non lo storico dell’arte perché ho una certa difficoltà a memorizzare le date. E poi il passato è una grande immensa nebulosa, occorre un talento particolare per saperlo attraversare. Preferisco il presente. È il motivo per cui mi sono interessato fra l’altro al design, una esperienza contemporanea della quale ho vissuto gli albori».


«È il filosofo e critico che ha scoperto e fatto scoprire (forse tra i primi) il fascino indiscreto della modernità. Lo stesso filosofo e critico che avrebbe poi teorizzato (tra le righe di un saggio del 1970 poi ristampato a più riprese) quel kitsch successivamente scoperto anche da Abraham Molef» (Stefano Bucci).

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