Ai cinesi piacciono le baguette, e allora si comprano la Francia per produrle

Nonostante tutti siano preoccupati per gli hacker russi o gli immigrati africani, zitti zitti gli imprenditori cinesi stanno comprando migliaia di ettari di campi in Francia (ma non solo) per coltivarle e vendere i prodotti nel loro Paese. È la globalizzazione, bellezza, a parti invertite

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PHILIPPE LOPEZ / AFP

3 Marzo Mar 2018 0745 03 marzo 2018 3 Marzo 2018 - 07:45

Finché lo facevano in Africa, non interessava a nessuno. Poi hanno iniziato a farlo anche in Australia, ma nemmeno in quel caso è scattato l’allarme (in un Paese così lontano, esteso e vuoto, che pericolo mai poteva essere?). Infine, senza far rumore, sono arrivati anche in Europa, prendendo di mira i campi e le campagne francesi. Proprio così, la vecchia Francia: solo allora il presidente Emmanuel Macron si è svegliato. Ma era tardi: il land grabbing dei cinesi era già davanti all’ingresso di casa sua. Anzi, ci era già entrato.

È un fatto noto. Il gruppo di Hu Keqin, noto miliardario cinese, ha comprato negli ultimi anni circa tremila ettari di campi di grano nelle regioni centrali dell’Indre e dell’Alllier. Approfittando di una serie di cavilli, cioè non acquistando l’intera proprietà delle fattorie ma solo una grande percentuale delle terre di ciascuna, è riuscito ad aggirare la legge che limita l’acquisto di terreni. E si prepara a esportare nel suo Paese le baguette made in France, destinate alle 1.500 panetterie francesi sul territorio cinese. Non una grande quantità, se si considerano le dimensioni della Cina, ma comunque un buon inizio: soprattutto se si considera che la nuova e rampante classe borghese, spaventata dai recenti scandali nazionali legati alla produzione di cibo, desidera prodotti realizzati con ingredienti autentici e stranieri. E poi, anche per distinguersi dalle abitudini dei nonni, è stanca del solito riso.

I vicini di Hu, racconta questo articolo, non sono contenti, certo. Ma si sono già rassegnati. “È un pezzo di tradizione, l’ennesimo, che scompare”, dicono. “Ma è così che funziona la globalizzazione: se non lo avessero fatto i cinesi, lo avrebbe fatto qualcun altro”. Lo pensa lo stesso Hu: “Che differenza c’è”, spiega all’Afp, “tra noi e gli inglesi, o i tedeschi?”. Perché i cinesi non dovrebbero avere il diritto di mangiare baguette francesi fatte con grano e tecniche francesi? Non sono peggio degli altri: “Noi trattiamo con estrema cura quella terra. E utilizziamo solo dipendenti francesi”. Sarà così?

In ogni caso, non è preoccupato da Macron, nonostante il presidente francese abbia ricordato in un incontro con i coltivatori che “i campi sono un asset strategico nazionale, e va difeso”. È troppo tardi, sembra spiegare. I buoi sono già fuggiti, e non solo in senso metaforico. Il gruppo di Hu ha già stabilito partnership con importanti aziende alimentari francesi, tra cui la produttrice di cereali Axereal, e sta trattando con la Bel, regina dei prodotti caseari e la Bigard, che produce carne. Per non farsi mancare nulla, è sceso pure nel sud per accordi con produttori di sapone alla lavanda. “Il potenziale è enorme”, spiega, pensando ai suoi clienti, cittadini nati dagli anni ’80 in poi, caratterizzati da una cultura (globale) diversa e nuova. E che si mangerà anche la Francia, pezzo dopo pezzo.

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