Berlusconi e Renzi, così diversi e così uniti anche nella sconfitta

Il voto accomuna il destino di Berlusconi e Renzi. Sono loro ad aver perso le elezioni, senza attenuanti. Il primo surclassato dalla Lega, per la prima volta si scopre gregario. Il secondo vicino alle dimissioni. Da protagonisti a comparse: hanno sedotto gli italiani, oggi si scoprono senza voti

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5 Marzo Mar 2018 1100 05 marzo 2018 5 Marzo 2018 - 11:00

Erano al centro della scena, adesso dovranno fare un passo indietro e lasciare posto agli avversari. Da protagonisti a comparse. Il primo significato politico di questo voto va individuato nella sconfitta di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Sconfitta assoluta, senza attenuanti. Le storie dei due leader sono diverse, ma l’esito elettorale ne accomuna il destino. Seppure in epoche diverse, tutti e due hanno sedotto l’elettorato italiano. Entrambi, oggi, si scoprono senza voti. Le analisi del voto non prescindono da un dato: i grandi perdenti sono loro. Berlusconi è stato capace di una parabola politica lunghissima, durata oltre vent’anni. La carriera di Renzi è più breve, ma non per questo meno incisiva. Tutti e due hanno conquistato la scena pubblica e sono entrati a Palazzo Chigi. Protagonisti indiscussi della seconda Repubblica. Leader differenti, sia chiaro. Eppure entrambi empatici e capaci di conquistare l’elettorato. Primattori assoluti del proprio campo. Ambiziosi e odiati, come solo i vincenti sanno essere. E forse non a caso in passato molti, soprattutto tra i loro detrattori, ne hanno sottolineato le somiglianze. Delineando quasi un legame ideale tra i due.

Oggi Renzi e Berlusconi si scoprono vicini anche nella sconfitta elettorale. La loro è la sconfitta della larghe intese, scenario che evidentemente gli italiani hanno bocciato senza appelli. Il senso è tutto nelle cifre: se domani Forza Italia e Partito democratico provassero a riportare in vita il patto del Nazareno, non avrebbero neppure i numeri per una striminzita maggioranza parlamentare. La loro è anche la sconfitta dei partiti protagonisti dei lunghi anni di bipolarismo. La sconfitta del volto filoeuropeista, forse travolto anche qui dall’ondata antisistema che si era già abbattuta in Gran Bretagna e Stati Uniti. Chissà. Sicuramente il complicato risultato elettorale italiano è nato anche dal cervellotico sistema di voto appena introdotto. Ecco l’altro paradosso: Berlusconi e Renzi sono vittime di una legge elettorale che hanno approvato insieme.

Erano al centro della scena, adesso dovranno fare un passo indietro e lasciare posto agli avversari. Da protagonisti a comparse. Il primo significato politico di questo voto va individuato nella sconfitta di Matteo Renzi e Silvio Berlusconi. Sconfitta assoluta, senza attenuanti

Il Cavaliere deve affrontare una sconfitta soprattutto interna. Se il centrodestra si conferma la prima coalizione in campo, Forza Italia tocca il minimo storico intorno al 14 per cento. Ampiamente superata dalla Lega di Matteo Salvini, che sfiora il 18 per cento. Per Berlusconi è uno smacco. Per la prima volta dal 1994 il centrodestra cambia assetto, l’ex premier diventa gregario dell’alleato leghista. Un sorpasso in cui non molti credevano alla vigilia, ma risultato netto. Superati gli ottant’anni, Silvio scopre di aver perso il tocco magico. In campagna elettorale era sempre riuscito a spostare voti, ma stavolta il suo attivismo non ha lasciato la traccia. Con generosità si è impegnato in una vera maratona comunicativa, ha trascorso settimane tra studi televisivi e convegni, si è dedicato a interviste, talk show, spot elettorali. Conti alla mano, ha fallito. Non solo non ha convinto gli indecisi, ma non è neppure riuscito a riportare a casa gli elettori perduti negli anni.

Uno smacco, come quello subito da Matteo Renzi. Per valutare il risultato del Pd si guardava all’ultimo dato disponibile, il 25 per cento conquistato alle Politiche del 2013. All’epoca c’era ancora Pierluigi Bersani. I più pessimisti avevano fissato il 20 per cento come soglia minima per parlare di sconfitta. Alla fine al Nazareno sono andati persino peggio. A scrutinio ancora in corso, il partito è fermo al 19 per cento. Non è una sconfitta, ma un tracollo. Un risultato così negativo da spingere il segretario alle dimissioni. Per Renzi è obiettivamente una débacle. Solo quatto anni fa i dem conquistavano il 40 per cento alle Europee, successo sempre rivendicato dal leader. Oggi quel voto si dimezza. Nel giro di breve tempo Renzi è riuscito a dilapidare un consenso enorme, perdendo il 20 per cento dei voti. Ovviamente non è accaduto tutto in pochi mesi. La batosta di oggi è il seguito di un’altra sconfitta. Il referendum costituzionale del dicembre 2016 ha segnato il primo vero arresto della parabola renziana. E il grande limite del leader, probabilmente, è stato quello di non averne colto il significato. Poteva stare fermo un giro, uscire temporaneamente di scena, lasciare posto ai suoi dirigenti. Ma ha voluto insistere. Nonostante le dimissioni da Palazzo Chigi ha continuato a rivendicare un ruolo da protagonista. E adesso le responsabilità del risultato non possono che essergli addebitate in prima persona. Non stupisce, così, se già nelle prime ore dopo il voto iniziano ad aleggiare i nomi dei possibili successori. Da Paolo Gentiloni a Nicola Zingaretti e Dario Franceschini. Certo, il dato anagrafico impone un richiamo al realismo. A differenza del Cavaliere, Renzi rimane in campo. Nella prossima legislatura sarà al Senato, proprio in Parlamento si è garantito il sostegno di un gruppo di fedelissimi. Ma legittimamente adesso nel Pd crescono i dubbi sul comportamento di chi, fedelissimo renziano, non è mai stato.

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