Il giorno dopo l’Apocalisse: ora tutto passa dalla fine che farà il Pd

Le dimissioni o meno del segretario dem (e quel che succederà dopo) saranno il primo passo della nuova legislatura. Il destino dell’Italia - non ce ne vogliano Salvini e Di Maio - passa ancora dal Nazareno. Almeno per ora

Partito Democratico Renzi Linkiesta

Claudio GIOVANNINI / AFP

5 Marzo Mar 2018 0712 05 marzo 2018 5 Marzo 2018 - 07:12

Da qui in poi è terra ignota. L’apocalisse elettorale del 4 marzo 2018, data a suo modo storica, nella storia repubblicana italiana, ci consegna infatti un rebus per solutori più che abili: un tripolarismo non più perfetto, in cui il centrodestra a trazione leghista è la prima coalizione parlamentare, il Movimento Cinque Stelle è il primo partito. O, se preferite, in cui il centrodestra fa cappotto al centronord e il Movimento Cinque Stelle fa cappotto al centrosud. Soprattutto, in cui il centrosinistra è terzo e distante, perdente anche in regioni storicamente rosse come l’Emilia-Romagna, la Toscana, l’Umbria e le Marche, sconfitto in alcune sue figure apicali come i ministri Marco Minniti e Dario Franceschini, e il Pd addirittura quarta forza parlamentare alla Camera e al Senato. È da questa debacle, ci piaccia o meno, che dobbiamo partire. E non per addentrarci nella consueta autoanalisi della sconfitta della sinistra italiana. Quanto piuttosto perché è proprio a partire da quel che accadrà nel Partito Democratico che si capirà che piega prenderà la legislatura.

Primo: è difficile, se non quasi impossibile, che il Movimento Cinque Stelle e la Lega Nord decidano di allearsi. Difficile, soprattutto, che Matteo Salvini - vero vincitore morale di questa campagna elettorale, nuovo padrone del centrodestra, il segretario che ha preso la Lega al 4% e l’ha portata a quintuplicare il proprio consenso - decida di diventare il junior partner di un’alleanza con i Cinque Stelle, con il rischio concreto di vedere il proprio consenso - fagocitato o dissipato - in balia dei risultati di governo di Luigi Di Maio e soci.

È dalla debacle del Partito Democratico, ci piaccia o meno, che dobbiamo partire. E non per addentrarci nella consueta autoanalisi della sconfitta della sinistra italiana. Quanto piuttosto perché è proprio a partire da quel che accadrà nel Partito Democratico che si capirà che piega prenderà la legislatura.

Secondo, quindi: qualunque alleanza di governo dovrà in qualche modo fare i conti col Pd e con le scelte che farà. Si dimetterà o meno Matteo Renzi? Se sì, chi sarà il suo successore? E se rimarrà al suo posto, che cosa farà? Nei fatti, può accadere davvero di tutto, finanche ciò che oggi sembra al di là dell'improbabile: che i democratici “de-renzizzati” decidano di appoggiare un governo a Cinque Stelle. Che facciano un’alleanza anti-populista con Forza Italia e Lega, con un premier più moderato di Matteo Salvini. Che decidano - a oggi lo scenario più probabile - di star fuori da tutti i giochi, col rischio - l’opportunità? - di uccidere in culla la diciottesima legislatura. Nei fatti, finendo per spingere Lega e Cinque Stelle a dialogare, anche solo per evitare di tornare al voto e perdere una rappresentanza parlamentare incredibile anche solo da immaginare, qualche mese fa.

Sappiamo cosa pensate: manovre di Palazzo. Vero. Ma da quelle manovre si capirà che piega prenderà la legislatura, se la sua stella polare sarà la lotta dura all’immigrazione, alle tasse, alla povertà, all’Europa. Se durerà lo spazio di un vagito o se durerà cinque anni. Se il Partito Democratico sopravvivrà o finirà spolpato vivo dai due nuovi padroni dell’emiciclo. Se dalle spoglie della sinistra che fu ne nascerà una nuova o se l’Italia è davvero diventato, in una gelida notte di quasi primavera, il nuovo membro del club di Visegrad.

Potrebbe interessarti anche