“Non c’è alternativa”. Così la Calabria si consegna a Lega e Cinque Stelle

I Cinque stelle hanno sfondato il muro del 40 per cento, mentre la Lega è passata dallo zero virgola a un inimmaginabile 6 per cento. In questi anni il Pd ha raccontato un Paese diverso dal Sud, tantomeno dalla Calabria, che pure è avamposto di tanti renziani di ferro

Dimaio Linkiesta

Luigi Di Maio (Andreas SOLARO/ AFP)

5 Marzo Mar 2018 1325 05 marzo 2018 5 Marzo 2018 - 13:25

«Sono indeciso tra Salvini e Di Maio», raccontava un distinto signore calabrese qualche giorno fa. «Alternativa non ce n’è». Questa era l’aria che si respirava in Calabria, regione avamposto di tanti renziani di ferro, a poche ore dall’apertura delle urne. E i risultati non hanno mentito. I Cinque stelle hanno sfondato di gran lunga il muro del 40 per cento, mentre la Lega è passata dallo zero virgola a un inimmaginabile 6 per cento. In pochi avevano intenzione di concedere una seconda chance al Pd del governatore Mario Oliverio, che non a caso si ferma sotto il 15 per cento.

Nella punta d’Italia, tre senatori su quattro dell’uninominale sono andati ai pentastellati. L’archeologa Margherita Corrado, protagonista di grandi battaglie contro la cementificazione selvaggia sulla costa crotonese, ha superato il 50% nel collegio Crotone-Corigliano. A Cosenza è boom per il senatore Nicola Morra; a Catanzaro-Vibo ha vinto Silvia Vono. E i dati fanno ipotizzare che i Cinque stelle avrebbero fatto l’en plein senza il caso Azzerboni, il candidato grillino espulso per l’appartenenza alla massoneria. Solo Marco Siclari, che corre proprio contro Azzerboni, dà al centrodestra l’unico collegio senatoriale uninominale a Reggio Calabria. Alla Camera, i Cinquestelle sono avanti con percentuali in alcuni casi di oltre il 50% nei collegi di Castrovillari, Corigliano, Cosenza, Crotone, Catanzaro e Reggio. Oltre 700mila voti nella regione sono andati ai pentastellati.

E la Lega di Matteo Salvini, inesistente fino a cinque anni fa raggiungendo sì e no lo 0,25% alle ultime politiche, in Calabria è arrivata a superare il 5 per cento. Quando Salvini è “sceso” a Reggio Calabria in campagna elettorale, aveva detto che sognava la “Lega come primo partito in Calabria”. Il sogno era fin troppo ambizioso, ma in riva allo stretto il Carroccio ha raggiunto il 6 per cento, grazie anche alle alleanze strette con la “destra destra” dell’ex governatore Giuseppe Scopelliti, costretto alle dimissioni dopo la condanna per il crac del comune di Reggio Calabria. A conti fatti, i voti andati alla Lega in Calabria sono oltre 95mila, quasi il 10% di chi è andato a votare.

Gli esponenti di governo hanno raccontato un Paese che non era il Sud, tantomeno la Calabria. Mentre Delrio e Renzi tagliavano nastri dicendo che “la Salerno Reggio Calabria è finita”, i calabresi hanno continuato a fare la gimkana tra i cantieri dell’autostrada, restando ore e ore in coda dietro ai tir

E pure Luigi Di Maio era stato tra i primi big nazionali a scendere in Calabria, incontrando gli imprenditori a Lamezia Terme e riempiendo di giovani e vecchi l’auditorium del liceo classico di Cosenza. «I tg raccontano che il Pil aumenta e la disoccupazione diminuisce. Ma tanti di voi si chiedono: “Come mai la mia famiglia sta peggio dell’anno scorso?”», aveva detto Di Maio, guadagnandosi gli applausi scroscianti di un elettorato bisognoso di sfoghi.

Perché in questi anni, da Roma, gli esponenti di governo hanno raccontato un Paese che non era il Sud, tantomeno la Calabria. Mentre Delrio e Renzi tagliavano nastri dicendo che “la Salerno Reggio Calabria è finita”, i calabresi hanno continuato a fare la gimkana tra i cantieri dell’autostrada, restando ore e ore in coda dietro ai tir. Mentre Renzi esultava a ogni segno più zero virgola dei dati Istat sull’occupazione, in Calabria il lavoro resta ancora un miraggio. L’industria 4.0, i robot, le riforme sbandierate del terzo settore, delle unioni civili e del biotestamento, viste dalla Calabria sono solo argomentazioni da talk show. Le banchine dei treni (quando ci sono), quelle dei bus e i check in degli aeroporti si riempiono ancora di giovani che scappano. I casi di malasanità ormai non si contano neanche più, e persino il mare lungo alcune coste è ormai così sporco da essere impraticabile. Il reddito di cittadinanza, l’abolizione della riforma Fornero, l’uscita dall'euro, il rimpatrio degli immigrati hanno suggellato il patto anti-Pd.

E non importa se il Mezzogiorno non rientri per niente nei 20 punti del programma dei Cinque stelle, o che in quello della Lega si parli solo genericamente di “investimenti pubblici produttivi in particolare per il Sud”. I calabresi, e i meridionali, erano in cerca di una chance. Anche se a offrirla è uno che fino a qualche anno se la prendeva proprio con loro. «Alternativa non ce n’è», ripetono tutti. Anche perché, per fare un esempio, una delle alternative offerte dal Partito democratico in Calabria si chiamava Giacomo Mancini, candidato all’uninominale per la Camera a Cosenza e nello stesso tempo in corsa per un posto in consiglio regionale con Forza Italia.

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