Partito Democratico, la lunga (orribile) notte del Nazareno

Un risultato al di sotto delle peggiori previsioni accolto dal Pd in modo funereo. Renzi sigillato tra i suoi che non esce. I colonnelli del partito presenti, e muti. Qualcuno è quasi in lacrime

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Maurizio Martina , Matteo Orfini, Lorenzo Guerini

Tiziana FABI / AFP

5 Marzo Mar 2018 0730 05 marzo 2018 5 Marzo 2018 - 07:30

"Fateli salire al secondo piano e poi prendono le scale. Al terzo piano non può andare nessuno". Le indicazioni che i responsabili della sicurezza del Nazareno, due ore prima della chiusura della urne, danno ai loro uomini per regolare l'ingresso alla sala stampa, situata allo stesso piano della stanza del segretario, fa già capire quale sarà il registro della serata. Il bunker di Renzi sarà un fortino inaccessibile per tutti: ovviamente i media, ma anche i parlamentari, i dipendenti del partito, i peones. Gli exit poll che giravano su Whatsapp nel pomeriggio - dichiarati sdegnosamente dei fake dall'ufficio stampa dem - avevano già fatto capire che sarebbe stata una serata drammatica per il Partito Democratico e per il suo leader Matteo Renzi.

E così è stato, peggio di qualsiasi più funerea previsione. Nelle stanze del Nazareno, che dalle 20 cominciano a riempirsi piano piano, si parla da subito come se fossero le 4 del mattino. E' il primo caso della storia in cui l'analisi della sconfitta comincia con le urne ancora aperte. I big del partito arrivano alla spicciolata: Matteo Orfini è chiuso nel suo ufficio al secondo piano insieme a pochi fedelissimi. C'è il portavoce Matteo Richetti, il responsabile Organizzazione Andrea Rossi, il coordinatore della segreteria Lorenzo Guerini, il vicesegretario Maurizio Martina. E poi Alessia Morani, Simona Bonafè, Emanuele Fiano, Ernesto Carbone, Matteo Ricci. Ci sono anche Gianni Cuperlo, che per la serata ha curiosamente occupato l'ufficio di Teresa Bellanova, e Francesco Boccia, colonnello di Michele Emiliano.

Dieci minuti prima della chiusura della urne arriva anche Renzi. Giusto in tempo per i primi exit poll, a cui assiste insieme ai fedelissimi Luca Lotti e Francesco Bonifazi, pilastri del Giglio Magico che fu. Risuona l'assenza di Maria Elena Boschi, ormai lontana dalla dimensione di simbolo più brillante degli anni ruggenti del renzismo. Di Paolo Gentiloni e dei ministri più rilevanti (Marco Minniti, Graziano Delrio e Dario Franceschini) neanche l'ombra. A un certo punto arriva Marianna Madia, praticamente in lacrime. Gli exit poll confermano il trend: Cinque Stelle primo partito, centrodestra prima coalizione, Pd e centrosinistra in forte difficoltà. Alcune rilevazioni, però, lasciano aperta qualche speranza. "Se chiudiamo al 22-23% ci salviamo", dicono nei corridoi del Nazareno.

"Ora provino a fare un governo se ci riescono, noi faremo opposizione dura, come hanno fatto loro, altro che opposizione responsabile"

Il primo a parlare è Ettore Rosato, che a Porta a Porta chiarisce la linea concordata con Renzi: "Se verranno confermati i dati degli exit poll significa che le elezioni sono andate male e che staremo all'opposizione". Le stesse parole che il portavoce di Renzi, Marco Agnoletti, nelle vesti di messaggero tra il terzo e il secondo piano del Nazareno, trasmette a tutti i livelli del partito: "Se abbiamo perso, abbiamo perso. Stiamo all'opposizione, punto". In ogni stanza della sede del Pd si forma un capannello. C'è chi sbotta: "Ora provino a fare un governo se ci riescono, noi faremo opposizione dura, come hanno fatto loro, altro che opposizione responsabile".

Si scivola velocemente verso la mezzanotte. A questo punto arriva la mazzata vera: prima proiezione per La7 realizzata da Swg, istituto di sondaggi che collabora anni con il Pd. È peggio dello scenario peggiore. I dem sono sotto la soglia psicologica del 20%, già ritenuta un disastro. "Siamo ai livelli dei Ds di Fassino nel 2006, una catastrofe". Sui televisori della stanze appare il faccione gongolante dell'odiato Alessandro Di Battista, i commenti sono irripetibili. Passano i minuti, le ore, ma in sala stampa non sale ancora nessuno. "Il dramma è che non abbiamo niente da dire", dice un alto dirigente del Pd. Le pagine Twitter e Facebook del partito, iperattive fino al giorno prima del voto, lanciano un mesto messaggio di ringraziamento ai militanti. I giovani, i Millennials renziani, si chiedono "perché non riusciamo a capire questo Paese".

Passano altri minuti, altre ore. Le proiezioni si assestano e fanno male. In sala stampa, i giornalisti si spazientiscono: "Diteci se sale qualcuno a parlare". Tocca ancora ad Agnoletti. "Sapete com'è fatto Matteo, è imprevedibile. Però mi sento di escludere che possa parlare stasera". L'obiettivo è far parlare qualche seconda linea, ma non si trova nessuno disposto a metterci la faccia. Alla fine vengono convinti a salire Martina, Orfini e Guerini. Parla solo il primo, ma rimanda sostanzialmente tutto al giorno dopo, quando le ferite, forse, faranno ancora più male. Il grande interrogativo, a questo punto, è uno solo: Renzi sarà ancora il capo politico del Pd che verrà? Sarà lui a condurre le danze delle consultazioni al Quirinale? Lo capiremo nelle prossime ore. Intanto, il suo unico virgolettato è affidato a Repubblica: "Sotto il 20% non avrei alternative: dovrei essere coerente con la mia storia. E d'altra parte non sono interessato al mio destino personale, né al mio futuro. Posso anche fare il senatore semplice".

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