Renzi contro Mattarella: la grande guerra del Pd è ufficialmente iniziata

Il discorso di dimissioni di Renzi dà il via alle ostilità: il segretario Pd teme che il Presidente della Repubblica voglia un governo Pd-Cinque Stelle e non ci sta. Ecco perché vuole guidare le consultazioni. Ecco perché le prossime primarie saranno la vera grande battaglia campale del Nazareno

Renzi Mattarella Linkiesta

FP PHOTO / QUIRINALE PRESS OFFICE / PAOLO GIANDOTTI

6 Marzo Mar 2018 0750 06 marzo 2018 6 Marzo 2018 - 07:50

Chissà quante volte ci ha ripensato, Matteo Renzi, a quel 29 gennaio del 2015. Era all’apice del successo, allora, sospinto dal 40% delle europee di pochi mesi prima, atteso al varco del difficile passaggio dell’uscita di scena di Giorgio Napolitano. Allora tutti lo celebrammo, quando estrasse dal cilindro Sergio Mattarella, mite vestale dell’antimafia, democristiano di lungo corso. In un colpo, disinnescò i malumori del Partito, per l’ultima volta unito e plaudente, bypassò i complotti tra D’Alema e Berlusconi per far eleggere Giuliano Amato - che nella loro visione sarebbe riuscito a tener testa a Renzi, a condizionarlo -, e ruppe quel legame con ll Cavaliere, il patto del Nazareno, che evidentemente gli andava troppo stretto.

Mattarella fu, insomma. E forse, a posteriori, fu davvero l’inizio della fine del renzismo, l’errore fatale che ha fatto precipitare tutto, tessera dopo tessera, sino al tracollo del 4 marzo 2018, fino all’ultimo grande conflitto che si sta consumando in queste ore, tra il segretario che vuole un Pd all’opposizione e il Presidente che lo vuole - dicono gli spifferi del Colle - stampella responsabile di un governo Cinque Stelle, con parecchie sponde e alleati nel Partito, da Gentiloni a Franceschini, da Orlando a Finocchiaro.

È tutta per lui, per il caro Sergio, la bile che Matteo Renzi ha rovesciato dalla sala stampa del Nazareno, nel suo discorso di dimissioni. È a Mattarella che imputa le mancate elezioni anticipate dopo la sconfitta del 4 dicembre. È a Mattarella che imputa la nascita del Governo Gentiloni, che si è preso tutti i meriti di quanto fatto dal Governo Renzi. È a Mattarella, infine, che imputa le manovre per costruire un’alleanza di governo post-elettorale tra Partito Democratico, LeU e Movimento Cinque Stelle

E dire che all’epoca, tre anni fa, si pensava al contrario, che la scelta del mite Sergio avrebbe rafforzato oltremisura Renzi. E invece, la rottura del Patto del Nazareno ha portato in dote la sconfitta al referendum costituzionale. L’ultimo sgarbo a Massimo D’Alema, la guerriglia permanente e scissione del Partito Democratico. Il gran rifiuto a Giuliano Amato, l’ostilità della Corte Costituzionale e delle magistrature di Stato. Il tutto, per un Presidente che si è rivelato tutt’altro che mite, tutt’altro che amico.

È tutta per lui, per il caro Sergio, la bile che Matteo Renzi ha rovesciato dalla sala stampa del Nazareno, nel suo discorso di dimissioni. È a Mattarella che imputa le mancate elezioni anticipate dopo la sconfitta del 4 dicembre. È a Mattarella che imputa la nascita del Governo Gentiloni, che si è preso tutti i meriti di quanto fatto dal Governo Renzi, finendo per screditare ancor di più l’esperienza dei mille giorni del rottamatore a Palazzo Chigi, logorandolo anziché rafforzarlo. È a Mattarella che imputa il cambio di legge elettorale, quel Rosatellum che si è rivelato un suicidio per il partito che l’ha portata e imposta al Parlamento, col corollario del voto di fiducia.

È a Mattarella, infine, che imputa le manovre per costruire un’alleanza di governo post-elettorale tra Partito Democratico, LeU e Movimento Cinque Stelle, una specie di riedizione del Governo Costa portoghese, con gli sconfitti che si alleano tra loro per ribaltare il risultato elettorale ed impedire l’avvento delle destre al potere. Un’alleanza, questa, che per Mattarella sarebbe perfetta per disinnescare le fibrillazioni europee sul pericolo di un governo populista Salvini-Di Maio. Ma che Renzi vive come un affronto personale, lui che ha sempre combattuto il Movimento Cinque Stelle come sua nemesi totale, ben prima di quest’ultima campagna elettorale.

Vede il complotto in atto, Renzi. Le reazioni inviperite di Zanda (cioé Franceschini), Meloni (cioé Letta), Cuperlo, Orlando, Finocchiaro al suo discorso sono la prova, ai suoi occhi, che qualcosa si sta muovendo, e non da ieri. Gli suonano male quelle mail recapitate da Di Maio a Mattarella e in particolare, nella lista dei ministri, quei tre nomi di donne che escono dal cilindro della Link Campus University di un democristiano di lungo corso come Vincenzo “Tarzan” Scotti. Vede un legame carsico, costruito sotto il suo naso mentre girava l’Italia col treno e passava da uno studio televisivo all’altro, nel disperato tentativo di bloccare l’emorragia di consenso dei democratici. E schiuma rabbia, al pensiero che sia lui, l’uomo del Colle, la sua creatura, il grande burattinaio della sua defenestrazione. Scorrerà sangue, il Renzi della bella politica e dei sorrisi, almeno quello, è stato rottamato per sempre.

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