E adesso tutti sul carro dei Cinque Stelle: la “classe dirigente” italiana non si smentisce mai

Da Scalfari, per cui Di Maio «è la nuova sinistra», ai confindustriali che non hanno paura, sino a chi, oggi, rivaluta pure Virginia Raggi. Improvvisamente, la classe dirigente italiana si scopre grillina. E il carro dei vincitori è preso d'assalto

Di Maio Linkiesta

Alberto PIZZOLI / AFP

7 Marzo Mar 2018 0755 07 marzo 2018 7 Marzo 2018 - 07:55

Non si smentisce mai, la (virgolette) classe dirigente italiana. E, come suo solito, fa segnare un nuovo record mondiale nella disciplina in cui eccelle incontrastata da almeno centocinquant’anni abbondanti: il salto sul carro del vincitore. Anche questa volta, la velocità con cui i nostri eroi sono riusciti a diventare tutti o quasi sostenitori del Movimento Cinque Stelle è quasi commovente, considerando il coefficiente di difficoltà del tuffo. Arrivavamo, infatti, da settimane, mesi, anni in cui il Movimento era considerato una specie di babau della democrazia.

Prendiamo Eugenio Scalfari, ad esempio: «A chi affiderei il governo del Paese, dovendo scegliere tra Berlusconi e Di Maio? Sceglierei Berlusconi», aveva detto lo scorso 21 novembre al giornalista Giovanni Floris, citando Aristotele e Platone. Poi succede che Berlusconi crolla, che Di Maio prende più del 30% e oplà, dopo nemmeno quarantotto ore dal primo exit poll, Scalfari è già la tessera numero uno del nuovo partito DemoGrillino: «Facendo un'alleanza con il Pd - riflette il fondatore di Repubblica - non è che ci sono due partiti, diventa un unico partito, Di Maio è il grande partito della sinistra moderna. Allora la faccenda cambia, se lui diventa la sinistra italiana voterò per questo partito». Cambiato idea? Giammai, è Di Maio che è cambiato, dimostrando, improvvisamente «un'intelligenza politica notevole, perché di fatto il Movimento è diventato un partito. Lui addirittura ha steso la lista dei ministri e l'ha voluta portare al Quirinale». Però.

«Facendo un'alleanza con il Pd non è che ci sono due partiti, diventa un unico partito, Di Maio è il grande partito della sinistra moderna. Allora la faccenda cambia, se lui diventa la sinistra italiana voterò per questo partito».

Eugenio Scalfari

Forse abbiamo già la medaglia d’oro, ché la capriola carpiata di Barbapapà è talmente spettacolare da non temere rivali. Tuttavia ci sono altri saltatori che meritano menzioni d'onore, forse meno coreografici, di sicuro altrettanto veloci. Prendete Confindustria, quella che fino al 4 dicembre del 2016 era talmente renziana da preconizzare le sette piaghe d’Egitto non fosse passato il referendum costituzionale. Nemmeno un mese fa il direttore generale della confederazione dei capitani d’impresa, Marcella Panucci, dichiarava al Foglio che il Movimento Cinque Stelle, e comunque chiunque giocasse «in modo non responsabile con i conti dell’Italia», era «un pericolo per la nostra economia». Non preoccupatevi, però. Perché dopo le elezioni - e il 32% dei voti al Movimento - Confindustria è diventata coraggiosissima: «Il Movimento Cinque Stelle? Un partito democratico, non fa paura», commenta il Presidente Boccia.

Industria tra le industrie, la cara vecchia Fiat, che come sosteneva l’Avvocato Agnelli, “non può stare all’opposizione per più di due mesi”. Per ora sono passati due giorni, e già Marchionne - che Agnelli non è, ma è come se - ha già preso la rincorsa: «Paura del M5S? Ne abbiamo passate di peggio…», dice colui che aveva sobriamente definito Matteo Renzi come «la migliore speranza di questo Paese nel 21esimo secolo per accelerare il passo». Scommettiamo che queste parole, nel giro di qualche mese, toccheranno a qualche ex impresentabile populista?

Del resto, anche Virginia Raggi non è poi così male, nell’Italia dopo il 4 marzo: «Il confronto con l’amministrazione Raggi non è semplice ma c’è sempre. Del resto sono i problemi a essere complessi», spiega Aurelio Regina, già a capo degli industriali romani e vicepresidente di Confindustria nazionale, che qualche mese fa tesseva le lodi di Gentiloni e spiegava che il quadro politico si era fatto più complesso a causa del rafforzamento del Movimento Cinque Stelle. Tra un po’, vedrete, rivaluteranno pure Spelacchio. A meno che, ovviamente, non finisca per andare al governo Salvini.

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