Elezioni, i numeri parlano chiaro: i diseredati di provincia hanno sconfitto le grandi città

A decidere le sorti di un voto nuovo non sono più le vecchie logiche di appartenenza, né di clientela. Ha pesato il sentimento di un’Italia in declino e di una ripresa percepita solo nelle grandi città, aumentando il dislivello con una provincia sempre più lontana

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TIZIANA FABI / AFP

8 Marzo Mar 2018 0730 08 marzo 2018 8 Marzo 2018 - 07:30
WebSim News

C’erano tendenze politiche in questi anni, dal 2015 almeno, che erano già evidenti nel voto per il referendum costituzionale o per alcune amministrative. Tutto faceva pensare che sarebbero state confermate in queste elezioni politiche, ma forse pochi pensavano che sarebbero state così esasperate come è accaduto.

Il voto del 4 marzo arriva come uno schiaffo non solo ai perdenti, il PD, Grasso e Bersani, Berlusconi, ma anche a tutti coloro che credono in una sorta di inerzia ideologica per cui i cittadini alla fine votano seguendo ancora un po’ la tradizione. Le zone rosse, quelle (ex) bianche, i feudi decennali, ecc. Forse mai come questa volta a determinare le scelte degli elettori sono state le dinamiche economiche, il sentiment che una certa area ha sviluppato, la percezione della presenza di un problema più che la storia politica di quella zona.

Gli esempi sono tanti. Dal trionfo leghista nelle zone rosse, in Umbria, nelle Marche, in mezza Toscana, al successo quasi uniforme del Movimento 5 Stelle al Sud che ha cancellato vecchi confini, vecchi regni, non esiste più il ducato di De Luca a Salerno, la contea di De Mita in Irpinia, il piccolo marchesato di Fitto in Puglia. Tutti travolti dall’ondata 5 Stelle.

I meridionali, per una volta decisivi per il voto, hanno più di altri deciso usando altri criteri, in primo luogo quelli economici. In questi giorni si stanno facendo tante correlazioni tra i voti ai partiti e alcune statistiche economiche, una delle più azzeccate probabilmente è la corrispondenza tra la percentuale di NEET (coloro che non studiano e non lavorano) e il voto al Movimento 5 Stelle. Si tratta qui del voto al Senato (l’unico disponibile per regione) che però si discosta pochissimo da quello alla Camera. Laddove la percentuale di NEET tra i 18 e i 20 anni è maggiore è più alta la preferenza per il movimento di Di Maio.

I meridionali, per una volta decisivi per il voto, hanno più di altri deciso usando nuovi criteri, in primo luogo quelli economici

Dati ISTAT e min. Interno - Voto al Senato

Il Movimento 5 Stelle era già il partito preferito dai giovani più poveri e con meno possibilità, ma in queste elezioni questa identificazione è ulteriormente aumentata.

La cosa interessante è che il Movimento ha addirittura perso voti in alcune aree del Nord, in Piemonte, Liguria, a Nordest, presumibilmente laddove aveva attirato soprattutto giovani laureati nel 2013, guadagnandone invece al Sud, dove invece questa volta ha accresciuto la propria attrazione verso tutte le fasce di giovani senza lavoro, anche e soprattutto quelli senza una laurea.

La cosa interessante è che il movimento ha addirittura perso voti in alcune aree del Nord, in Piemonte, Liguria, a Nordest

Oggi il M5S raccoglie, secondo IPSOS, il 29,3% tra i laureati e il 36,1% tra i diplomati.

Nel trionfo insomma il partito grillino è cambiato. Se cinque anni fa era il partito della protesta, popolare tra i giovani sì, ma trasversale a livello di grado di sviluppo economico, ora è sempre più la forza dei diseredati che abitano le aree economicamente più problematiche del Paese. C’è un’evidente correlazione sia tra il voto grillino e la disuguaglianza (con l’indice di Gini che la misura) sia soprattutto tra la disuguaglianza e la crescita dello stesso voto rispetto a quello delle europee 2014. Laddove la percentuale del M5S raddoppia, per esempio in Campania o Calabria, abbiamo anche le maggiori distanze tra ricchi e poveri. E viceversa.

Dati ISTAT e min. Interno - Voto al Senato e rapporto tra perc. 2018 e 2014

Perchè c’è anche l’altro lato della medaglia, ossia il crollo del PD. Che rispetto al 2014 più che dimezza i propri voti, ma riesce a resistere meglio proprio nelle aree più ricche e produttive del Paese. E quelle con minori disuguaglianze, appunto. Basti pensare alla differenza tra la Sicilia, dove conserva solo il 35% della percentuale di voti, e la Toscana, dove salva il 54%.

Dati ISTAT e min. Interno - Voto al Senato e rapporto tra perc. 2018 e 2014

Se potessimo sgranare i dati a un livello più fine osserveremmo la resistenza del partito di Renzi e dei suoi alleati nelle grandi città del Centro Nord, le più ricche, a discapito del crollo altrove. Non solo al Sud, ma anche in provincia. La coalizione di centrosinistra riesce addirittura a crescere, se paragonata con il 2013, a Milano, Brescia, Torino, nella bergamasca. Va benino a Roma, ma malissimo appena fuori, tra Guidonia e Tivoli.

La frattura tra città e provincia in Italia è un elemento che è arrivato, rispetto all’estero, in ritardo, all’incirca intorno al 2000, ma è divenuta sempre più evidente, in particolare al Centro-Nord, dove ormai rispecchia quanto accade in Francia, Regno Unito, USA.

La provincia vota più conservatore o comunque più di protesta della città. È una questione di differenza di reddito, in parte, ma soprattutto di istruzione, di bolla in cui si vive. E in queste elezioni il fenomeno si è ripresentato modo evidente. Interessando il voto all’altro vincitore di queste elezioni, quello che appare in questi giorni mediaticamente un po’ più defilato del Movimento 5 Stelle, nonostante la maggioranza relativa in Parlamento. Il centrodestra. E in particolare la Lega di Salvini, ormai dominante, che è cresciuta ovunque, ma al Sud solo cannibalizzando Forza Italia, tanto che solo al Centro-Nord c’è un evidente incremento rispetto al 2013.

Fonte: IPSOS

Al Centro-Nord, appunto, non solo al Settentrione. Anzi. Con tutta la coalizione che prende in Umbria quanto a Milano, impensabile solo 10 anni fa. Il buon risultato nelle regioni rosse, Umbria, Toscana, Marche, è forse la maggior novità per Salvini e Berlusconi. E d’altronde è l’ennesima conferma che non sono i vecchi luoghi comuni politici a fare la differenza (Nord a destra, centro a sinistra), ma alcuni temi concreti. In primis l’immigrazione in queste terre. Che sono quelle con la maggiore concentrazione di stranieri, sopra il 10%.

Ma come in altri fenomeni non conta solo la presenza di immigrati in sé, ma la sua variazione nel tempo. E abbiamo qui la conferma di come questo elemento abbia almeno in parte potuto influire sul voto leghista.

Che cresce ancora di più, almeno rispetto al 2014, laddove più si è incrementata la presenza di stranieri, ovvero al Centro Sud, in cui la percentuale per il partito di Salvini è ora in media 7-8 volte di quella delle europee. E si tratta proprio della Lega qui, non del centrodestra, che è in calo.

Nel voto leghista non conta solo la presenza di immigrati in sé, ma la sua variazione nel tempo

Dati ISTAT e min. Interno - Voto al Senato e rapporto tra perc. 2018 e 2014


È stato un voto che ad alcuni appare forse come un accesso di rabbia da parte di un elettorato sempre più volubile, ma ha ragioni lontane che hanno radici nel declino dell’Italia esacerbato dalla crisi economica. E da una ripresa che non è stata percepita. Tanto è vero che se c’è una statistica che non si riesce a correlare al voto è quella sulla crescita dei redditi negli ultimi anni. Che pure c’è stata, ma non ha influito. Non si coglie per esempio un diverso comportamento del voto al Movimento 5 Stelle in proporzione a questa. Perché, che piaccia o no, la ripresa è passata inosservata. E questo, che è stato uno dei più grandi problemi per la maggioranza uscente, ora lo diventa per quella entrante, qualunque essa sia.

Dati ISTAT e min. Interno - Voto al Senato e rapporto tra perc. 2018 e 2014, e reddito netto disponibile delle famiglie

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