Rottamati e abbandonati: Renzi è sempre più uguale a D'Alema

Per Renzi si prepara una resa dei conti da brivido. D’Alema, con Liberi e Uguali è riuscito a creare solo la tomba della sinistra-sinistra. Qualcosa di beffardamente comune avvicina i due feroci e antichi nemici

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Matteo Renzi/Massimo D'Alema

AFP

8 Marzo Mar 2018 0735 08 marzo 2018 8 Marzo 2018 - 07:35

Matteo Renzi e Massimo D’Alema rischiano di finire allo stesso modo: parallelamente rottamati, soli, ingrugniti e abbandonati da amici, subalterni, famigli ed elettori soprattutto. Il capolinea dalemiano, come noto, è stato nel suo Salento, l’ultima stazione di una lunga marcia di spietato allontanamento da ogni potere: il suo narcisismo rancoroso l’ha portato come sempre a sopravvalutare se stesso e la compagnia nella quale s’è intramato in questo suo giro di giostra conclusivo: i companeros di Liberi e Uguali, cartello elettorale nato per demolire il Pd e divenuto la tomba della sinistra-sinistra più velleitaria che si ricordi.

Per Renzi, quasi ex segretario del Partito democratico, si prepara invece una resa dei conti da brivido, lunedì prossimo, nella Direzione del partito convocata con un ordine del giorno simile a una riunione condominiale fantozziana: esame delle non-dimissioni di Matteo Renzi, scolapasta in testa e bastonate in libertà da ogni dove… Fuor di metafora, lo sconfitto di Rignano dovrà affrontare in solitudine l’assalto di nemici vecchi e nuovi, in prima fila alcuni dei suoi più stretti sodali – dal vice segretario Maurizio Martina al portavoce Matteo Richetti – e la crema del governo di Paolo Gentiloni (a cominciare dal premier): l'arrembante neoiscritto Carlo Calenda, il rabbuiato Graziano Delrio, l'erpetologico Dario Franceschini. Poi i capigruppo uscenti e una discreta quantità di comprimari che furon detti renziani.

Paradosso: oggi Renzi riceve più affetti fra gli anonimi dei gruppi parlamentari che s’insedieranno a fine mese, frutto acerbo di liste compilate sulle sue misure sartoriali, che non tra la vecchia e meno vecchia guardia di riferimento. Restano giusto gl’intimi del giglio appassito
, i compagni paesani a loro volta divisi tra i clan di Luca Lotti e Maria Elena Boschi. Ma com’è potuto accadere tutto ciò?

Gli ex amici hanno messo mano al pugnale. Risentiti, sgomenti, battaglieri, gli ex renziani hanno compreso che bisogna dire addio a Renzi per salvare quel che resta del renzismo. Ovvero mettere in scurezza, finché possibile, un tasso decente di riformismo europeo, d’inclinazione bipolare, di decisionismo politico e, per chi ne ha, di brillantezza giovanilistica. ​Obiettivo: uscito pazzo il contenitore umano, riversare il contenuto in un altrove ancora da plasmare collegialmente

Non tanto, non solo per la drammatica sconfitta del 4 marzo, con tutta la sua filogenesi di errori, ottusità, autismi politici ascrivibili all’Icaro toscano che s’è gettato sul voto senza ali sulla schiena. E non tanto, non solo per quella malmostosa furbizia nella conferenza stampa del giorno dopo, quando Renzi ha giocato alla roulette russa proclamando le proprie “dimissioni differite”, in modo da gestire la diplomazia post elettorale con il capo dello Stato e il resto del mondo partitico; un modo per gettarsi a corpo morto contro l’ipotesi di un accordo purchessia con Cinque stelle o leghisti trionfanti.

No, ciò che oggi vale a Renzi la promessa del renzicidio è l’increscioso, pubblico scaricabarile praticato in quella maledetta conferenza stampa: colpa vostra, colpa di tutti – ha alluso Renzi –, dai nostri elettori ai ministri del Pd, da Mattarella che non ci ha fatto votare nel 2017 dopo la sberla referendaria, a Marco Minniti (altro cesaricida conclamato) che è stato bocciato nel collegio di Pesaro. Quale ottundimento abbia travolto la mente di Renzi, forse, lo diranno un giorno i politologi, gli psicanalisti o i poeti.

Fatto sta che a quel punto è crollato il sipario sulla testa del primo attore. I suoi oppositori di sempre, da Emiliano a Orlando, non hanno fatto altro che opporsi, appena più sguaiati e truci, e occhieggiare al barbaro invasore grillino. Gli ex amici hanno messo mano al pugnale. Risentiti, sgomenti, battaglieri, gli ex renziani hanno compreso che bisogna dire addio a Renzi per salvare quel che resta del renzismo. Ovvero mettere in scurezza, finché possibile, un tasso decente di riformismo europeo, d’inclinazione bipolare, di decisionismo politico e, per chi ne ha, di brillantezza giovanilistica.

Obiettivo: uscito pazzo il contenitore umano, riversare il contenuto in un altrove ancora da plasmare collegialmente. Renziani senza Renzi, appunto, perché mai davvero inclusi in un insieme coerente che non fosse la banda della Leopolda; mai davvero plasmati in un blocco, in una classe dirigente strutturata e affidabile. Al contrario: quasi tutti i cesaricidi di oggi fino ieri sono stati trattati da Renzi come pedine sacrificabili, birilli con i quali baloccarsi al parco giochi di Palazzo Chigi, renziani a intermittenza.

​Qualcosa di beffardamente comune che avvicina i due feroci nemici: la superbia e l’impermeabilità all’autocritica, il valore d’uso strumentale inflitto ai propri attendenti, l’arte di dimenticarsene nei loro momenti di difficoltà, infine l’attribuzione sbrigativa di responsabilità da caricare sulle spalle altrui

Il capo ha preteso cieca fedeltà, offrendo in cambio micropotere quintessenziato e durevole, ma non hai mai veramente costruito e donato un’etichetta ufficiale ai suoi ufficiali. Esattamente come fece ai bei tempi D’Alema… E dunque mai delitto di Renzi fu più dalemiano di questo che abbiamo appena descritto.

Qualcosa di beffardamente comune che avvicina i due feroci nemici: la superbia e l’impermeabilità all’autocritica, il valore d’uso strumentale inflitto ai propri attendenti, l’arte di dimenticarsene nei loro momenti di difficoltà, infine l’attribuzione sbrigativa di responsabilità da caricare sulle spalle altrui. Quelli, i dalemiani come Fabrizio Rondolino, Claudio Velardi, Nicola Latorre e altri, a forza di saliscendi spericolati impararono a proprie spese la necessità di rifarsi una vita in fretta e furia; mentre il capo declamava che i dalemiani, diciamo, non sono erano mai esistiti. Renzi ha fatto più o meno lo stesso con i suoi, preferendo magari la servitù volontaria di qualche giornalista ora già pronto per il prossimo bordello politico in cui prostituirsi. Tutto sbagliato, tutto renziano, tutto da rifare, non fosse che è troppo tardi. Ma che peccato però. Renzi senza renzismo è Frank Underwood che passa da House of Cards alla casa circondariale della vendetta (metafora). Il renzismo senza Renzi rimane una buona necessità della storia. Ma anche lo spirito del tempo ha la sua pena, quando il tempo è scaduto. Diciamo.

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