Sofia Viscardi è l'imitazione (fatta male) di Moccia... meno male che c'è la Fallaci

Il bastone e la carota. Un libro stroncato e uno elogiato alla settimana. La Fallaci bisognerebbe farla leggere nelle scuole. Una lettura che incendia, a differenza della Viscardi che non ha nulla da raccontare

Sofia Viscardi Linkiesta
9 Marzo Mar 2018 0740 09 marzo 2018 9 Marzo 2018 - 07:40

Il bastone. Siamo dei pessimi genitori. Vedo svettare in testa alle classifiche dei libri più venduti Sofia Viscardi, diciannovenne milanese, youtuber evoluta in scrittrice. E mi dico. Siamo dei pessimi genitori. Rewind. Io non ho tanti piccoli Oscar Wilde al posto dei denti. Non sono dandy. Odio decorosamente lo snobismo. Per quanto mi riguarda, tutto ciò che viene pubblicato con la dicitura “romanzo” è un romanzo, è letteratura. Abbastanza di Sofia Viscardi, perciò, in quanto “romanzo” pubblicato dalla più nota casa editrice d’Italia, Mondadori, va valutato come gli altri romanzi editi da Mondadori. Madame Bovary, ad esempio. O Anna Karenina. Ora. Visto che Abbastanza di Sofia Viscardi è un “romanzo” sufficientemente inutile, anche le sogliole in pescheria risorgono e schizzano via pur di non essere accartocciate in quelle pagine, la conclusione è aristotelica. Se è vero che solo il 40% e poco più di italiani legge un libro all’anno e che per molti di loro, evidentemente, l’unico libro letto è un libro della Viscardi, beh, meglio smettere di leggere libri e ricominciare a leggere le stelle. Il problema, però, non è della Viscardi, ennesima ragazzina sfruttata da una casa editrice consenziente per vendere qualche copia in più (ragion per cui gli scrittori, quelli veri, schiena dritta e penna con le palle, dovrebbero pubblicare solo con i microeditori di qualità, dovrebbero avere il coraggio, in un tempo estremo, di optare per scelte estreme). Il problema è che siamo dei pessimi genitori.

Leggete il libro. 220 pagine di niente. Amazzonico niente. Non accade nulla. Non c’è nulla da raccontare. C’è il vuoto dentro cui vaga, in bolla di sapone, una truppa di ragazzini che si preparano per la maturità, “che è tutto un po’ un casino” (complimenti per l’italiano). Il libro, a dire il vero, inizia bene. Cate va in ormoni per il nuovo prof di filosofia (“evvai! quanto è figo!”), sogna di farselo (“mi perdo a fantasticare su come potrebbero essere i nostri figli”), ma l’eccitazione è definitivamente defunta in un linguaggio che sta tra il galateo di Barbie e una variazione posticcia di Notte prima degli esami. Detto questo – sesta pagina del “romanzo” – finito quanto c’è da dire. La pista – per altro canonizzata – dell’amore violento tra prof e allieva si spegne, in favore di una litania perbenista dove i giovani – Ange, Leo, Marco, che hanno la psiche di un pupazzo di neve a Ferragosto, nel Sahara – paiono più vecchi di un ottuagenario all’ospizio. Non c’è brillio eroico, non c’è avventatezza, la giovinezza – che per i Greci era l’epoca d’oro, ora è di un grigiore che agghiaccia – è sprecata in un trito rito di abbracci&baci, di sentimenti da discount (“Due moto, quattro caschi. Il sole che tramonta. Le braccia al vento, Milano che si colora di rosa. In testa un casino. Quattro sorrisi sincronizzati”), l’imitazione dell’imitazione di Federico Moccia, il compitino copiato da una copia malriuscita di un “romanzo” di Fabio Volo. Il mix di amori di plastica (“Perché non mi ama più? Perché è sempre la persona sbagliata?”), di scemate oscene (Schopenhauer? “Un depresso del cazzo che pensava solo alla sofferenza come perpetua e infinita”; anche qui, italiano gambizzato), di ragazzine che pigliano l’iniziativa (“Mi piaci. Mi fa schifo che ci scriviamo i messaggini del cazzo…”: c’è tanto cazzo in questo libro, ma non se ne vede uno in azione), sono una droga sintetica capace di narcotizzare il senso estetico di un santo.

La sintesi filosofica del “romanzo”, comunque, è a pagina 118, è questa: “Perché viviamo, cosa viviamo a fare, a cosa serviamo su questa terra… Sono tutte stronzate e saperle ti fotte il cervello”. Tranquilli, ad ogni modo. Nel “romanzo” non si fa sfoggio di cervello e non si fotte neanche, dunque, a che pro leggerlo? Ve l’ho detto. Per farci l’esamino. E capire che siamo dei pessimi genitori. I buoni genitori non permettono ai propri figli di scrivere robe simili. I bravi genitori insegnano ai figli a colonizzare il proprio niente, non a vomitarlo sulla pagina. Insegnano a ripartire da Rudyard Kipling e da Joseph Conrad, da Robert Louis Stevenson e da William Golding. Anche da Emilio Salgari, da Pinocchio e da Gianni Rodari, se è il caso. Partono dall’abbecedario della scrittura. E poi dicono al figlio. Scrivi quando hai qualcosa da scrivere. Perché di ogni cosa che avrai scritto ti verrà chiesto conto. Invece nulla. Siamo pessimi genitori che comprano i pessimi libri scritti dai nostri figli incompetenti. A meno che. A meno che, con l’avallo degli editori-transatlantico, non esista un piano. Rincretinire i ragazzi. Intorpidire la vitalità dei ragazzi con questi “romanzi” castranti, senza sale né parte. Capisco. Se leggessero il coetaneo Arthur Rimbaud si convertirebbero all’urlo, comincerebbero a vagare per il mondo con occhi che sembrano spade, sovrani, pieni di una libertà che uccide.

Sofia Viscardi, Abbastanza, Mondadori 2018, pp.226, euro 16,90

La carota. A cinquant’anni si regalò il libro più sofferto, più dolente, più alto. Un uomo. Editorialmente, uno dei grandi successi di Oriana Fallaci. Un successo, come sempre, pagato con le spine, con una scrittura dentata che pare martirio. Le lettere, finora inedite, appena pubblicate per le edizioni d’arte De Piante, scritte dalla Fallaci a Sergio Pautasso, all’epoca direttore editoriale Rizzoli, raccontano il ‘dietro le quinte’ di un libro unico, sono l’ingresso nel cuore labirintico di Oriana. Il primo maggio del 1976 muore, in un incidente stradale dai contorni enigmatici, ‘Alekos’ Panagulis, politico, poeta, intellettuale greco. Il grande amore della Fallaci. Subito, Oriana sa che il suo compito è scrivere un libro su ‘Alekos’. Subito, sa che quel libro è una svolta. “Tu sai meglio di me che questo libro è una delle cose più difficili cui uno scrittore potesse accingersi. Lo è non solo per la complessità del personaggio che racconto ma perché questo personaggio non lo guardo con distacco, è la creatura che ho amato di più nella mia vita e che è morta appena quattro mesi fa”: così la Fallaci, con imberbe violenza, a Pautasso, nel ciclo di lettere – tre, piuttosto lunghe – scritte tra il 1976 e il ’77.

Penetriamo, con prepotenza, nell’enigma di una donna di ferro che urla la sua fragilità estrema (“Da tre mesi e mezzo sono ferma a questo tavolino, quassù in cima a un monte, senza dialogare con nessuno fuorché con me stessa e il fantasma di un morto: così vivo in ogni oggetto e in sortilegi che non sempre riesco ad attribuire al caso o alla fantasia. Pensa a quella diabolica pianta di basilico che ha messo le radici e ti ha fatto rabbrividire. Vi sono notti in cui impazzisco a guardarla e vivo nel terrore che muoia. A tal punto ho i nervi a pezzi”). Una donna consapevole del proprio talento (“Si dà il caso invece che io sia davvero uno scrittore. Inevitabilmente uno scrittore, irrimediabilmente uno scrittore. Prestato, solo prestato al giornalismo”), che si scaglia contro il sistema editoriale che gli dà il pane (“i Rizzoli non amano la letteratura. Si sa”), con la letteratura italiana tutta (Landolfi e Cassola, per dire, sono marginalizzate come “pompose mediocrità”).

Ecco. Queste lettere dovrebbero essere lettura d’obbligo per i liceali. Anzi. Per tutti quelli che s’appressano a scrivere. Insegnano la rettitudine, la disciplina, l’essenza della consapevolezza, la necessità della crisi. Insegnano che la scrittura è una conquista e che il dolore non redime né salva. Insegnano che scrivere un libro è una sfida senza ristoro né riparo, senza tempo, contro tutti. Finalmente, una lettura che incendia.

Oriana Fallaci, Si dà il caso invece che io sia davvero uno scrittore, De Piante Editore 2018, pp.34, euro 30,00; postfazione di Guido Andrea Pautasso, sovraccoperta d’artista di Luca Pignatelli

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