Ripartire dal “modello Milano”? La scelta più sciagurata che può fare il Pd

Il capoluogo lombardo non può essere preso a esempio per il resto del Paese. Semmai è la causa di alcuni suoi recenti mali, primo fra tutti l’appetito cannibalesco per il capitale finanziario e umano. Con buona pace di Beppe Sala, parlare di un modello è più di una forzatura. È un clamoroso errore

Milano Linkiesta
12 Marzo Mar 2018 0745 12 marzo 2018 12 Marzo 2018 - 07:45

«Ma noi possiamo vivere con l’ennesima profezia di rinascita del Mezzogiorno? Magari accadesse, ma per il presente, a chiunque governi, io suggerisco di guardare a Milano. Il biglietto da visita dell’Italia non può essere che Milano. Nessuno se ne dimentichi», dice Beppe Sala, Sindaco di Milano, in una recente intervista a Piero Colaprico, apparsa su La Repubblica. E la tentazione sarebbe forte, in effetti, guardando quella mappa del nord Italia tutta blu, con tre pallini rossi in mezzo, tra la Madonnina e i Navigli: fare del Pd il partito di Milano e di Milano il prototipo d’Italia che ha in mente il Pd.

Del resto, qui i democratici, e il centrosinistra in generale, hanno vinto la loro battaglia più bella, quella di Pisapia contro Letizia Moratti - salvo poi appropriarsi dei progetti iconici della sindaca di centrodestra, dall’Expo alle nuove linee della metropolitana, dall’area C al bike sharing, finanche al suo city manager, ora sindaco. E qui, da allora, ancora vincono - o tengono, dipende da dove la si guarda - mentre in tutto il resto del Paese, regioni Rosse comprese, la sinistra e il centrosinistra non li vota più nessuno.

La tentazione sarebbe forte, e infatti Sala ci sta provando, a fare della sua città un laboratorio politico. Con un libro, “Milano e il secolo delle città” (La Nave di Teseo, 2017), nel pieno della campagna elettorale, che si interroga sul rapporto tra la città che amministra e la nazione che la ospita, con l'ambizione di porre il modello Milano come atto politico. E con una serie di interviste, dopo il disastro, che mettono al centro ciò che rende Milano, nel contempo, un modello e un’eccezione: la città che sa organizzare i grandi eventi, la metropoli che non smarrisce il suo senso di comunità, che organizza marce a favore di migranti e richiedenti asilo, che sa conciliare innovazione e inclusione sociale, che produce e riproduce classe dirigente di medio-alto livello in ogni sua possibile declinazione privata e pubblica. Tutto (più o meno) vero, intendiamoci. Ma anche - con buona pace del sindaco Sala - nulla di politicamente rilevante, fuori dalla cerchia dei bastioni.

Il motivo è piuttosto semplice da comprendere, se ci si toglie dagli occhi qualche fetta di autocompiacimento: Milano è il modello di una città-idrovora, piena di idee e di talenti, cannibale nell’attrarle e nel farle proprie, la rappresentazione concreta di quel che Enrico Moretti scriveva sei anni fa nel suo fortunato e lungimirante saggio “La nuova geografia del lavoro” (Mondadori, 2012) che “l’economia post industriale, basata sul sapere e sull’innovazione, ha una tendenza molto forte verso l’agglomerazione geografica” e che “in questa realtà il futuro è determinato dal passato, il successo propizia ulteriori successi, e gli insuccessi ulteriori insuccessi”. Traduciamo: avanti così, e Milano diventerà sempre più moderna, innovativa, aliena dal resto del Paese. Non trainerà un bel nulla, insomma, ma scapperà via. E il resto del Paese le voterà sempre, fisiologicamente, rabbiosamente contro proprio per questo. Chiedendo che a Milano si tolga, anzinché dare: del resto, cos'è il reddito di cittadinanza dei Cinque Stelle, se non questo?

Per quanto possa essere paradossale, è assieme la forza e il limite delle metropoli del ventunesimo secolo: essere epicentri della modernità e contare meno di zero dal punto di vista politico. Forse perché il loro destino è quello di giocare partite da città Stato, come tante piccole Singapore con specificità uniche e regole proprie. Forse perché sono l’unico posto in cui le élite possono governare un mondo cui sentono di appartenere. Forse perché drenano talmente tante risorse col finire per rappresentare tutto ciò contro cui vota il resto del Paese

È fisiologico che sia così, del resto, e non ha senso farne una colpa a Milano. Ovunque altrove le metropoli vivono una realtà parallela, avulsa dal contesto del loro Paese. E col resto del Paese nemmeno si confrontano. Sono loro, le metropoli, che si contendono talenti e investimenti, che si sfidano nelle classifiche delle migliori università, delle infrastrutture più efficienti, dello stile di vita più aperto e sostenibile. Tutto attorno, ci sono territori sempre più svuotati, dormitori senza identità, in cui l’unica globalizzazione che arriva è quella di un centinaio di richiedenti asilo dai Paesi dell’Africa sub-sahariana e qualche impresa manifatturiera che fa le valige verso la Slovacchia o l’Albania, mentre i treni e gli aeroporti si riempiono delle menti più brillanti delle ultime generazioni, che decidono di vivere e lavorare altrove.

È un campionato a sé, quello di Milano, cui nessun altra città d'Italia può partecipare. E non è un caso che in nessun Paese in Europa le metropoli siano “modelli” di qualcosa. Pezzi unici, semmai, eccezioni. Anche a livello politico. Come la Londra che vuole rimanere in Europa in mezzo a un mare di brexiters. O la New York che incorona Hillary mentre la Rust Belt elegge Trump. O come Berlin Mitte, in cui Alternative Fur Deutschland prende l’8% alle ultime elezioni federali tedesche, mentre poco più a Sud, tra Lipsia e Dresda sfonda il muro del 35%. Come a Parigi, dove Marine Le Pen finisce per essere la meno votata tra i candidati alle presidenziali francesi. O come Milano, per l’appunto, dove lo scorso 4 dicembre, in occasione del referendum costituzionale sulla riforma Renzi-Boschi, il Sì ha prevalso 51% a 48%, mentre il resto del Paese urlava No con tutta la forza che aveva. E dove - in centro - la coalizione a guida Pd riesce a sopravanzare tutte le altre, arrivando addirittura al 41%, quasi il doppio rispetto alla media nazionale.

Per quanto possa essere paradossale, è assieme la forza e il limite delle metropoli del ventunesimo secolo: essere epicentri della modernità e contare meno di zero dal punto di vista politico. Forse perché il loro destino è quello di giocare partite da città Stato, come tante piccole Singapore con specificità uniche e regole proprie. Forse perché sono l’unico posto in cui le élite politiche, economiche, culturali possono governare un mondo cui sentono di appartenere. Forse - e qui sta il limite - perché drenano talmente tante risorse col finire per rappresentare tutto ciò contro cui vota il resto del Paese.

Ecco: forse la sfida è far sì che Milano ne dreni sempre meno. Non tanto chiedendo alla provincia di fare Milano, ma chiedendo a Milano di occuparsi un po' di più e un po' meglio di ciò che le sta attorno. Di non ergersi a Capitale di qualunque cosa. Di non competere col resto dell’Italia, ma col mondo, nell'attrazione di cervelli. Di giocare una partita ancora più autonoma dal resto del Paese, lasciando che il resto del Paese coltivi le proprie specificità - Torino coi libri, Bologna col cibo, eccetera - e provando a valorizzarle, da vera e propria porta del sistema Italia, quale effettivamente è.

In ultimo, ancor più paradossale, nel caso peculiare di Milano, è additare a modello per la rinascita del centro sinistra una realtà metropolitana in cui Pd e soci perdono. Bene, meglio che altrove, ma perdono: più precisamente 37% a 36% alla Camera dei Deputati, con vittorie in centro e sonore sconfitte in periferia. Percentuali, queste, che - se spacchettate - non si discostano da quelle di cinque anni fa: oggi il Pd prende il 27%, allora prese il 28%. Oggi +Europa prende l’8%, allora Scelta Civica prese l’11%. Quasi come se tutto attorno non fosse successo nulla. Meglio: quasi come se là dentro, nell’acquario che si crede oceano, nessuno si sia accorto di quel che è successo là fuori.

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