La battaglia più grande degli anni ’60? Quella per portare i capelli lunghi

Era uno scontro simbolico tra libertà di espressione e rispetto per la tradizione. Nonostante si sfociò spesso nelle aule di tribunale, la Corte Suprema riuscì sempre a non esprimersi

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13 Marzo Mar 2018 0720 13 marzo 2018 13 Marzo 2018 - 07:20

Tra le lotte più bizzarre della storia, ci fu quella per la lunghezza dei capelli. Erano gli anni ’60, gli anni della rivolta. Tanti giovani (soprattutto americani) seguendo l’esempio dei loro miti (in particolare i Beatles) decisero di rompere le regole, spesso antiquate, di college e università e di lasciarsi crescere i capelli. Una scelta che sollevò reazioni fortissime, aspri dibattiti e, addirittura, casi legali che arrivarono fino alla Corte Suprema (la quale, va detto, non si espresse mai sul tema).

Se Pier Paolo Pasolini in questo conflitto ci vedeva solo due opposti conformismi, il primo giovanilista e omologante e il secondo passatista e autoritario, gli studenti americani interpretavano la loro battaglia in termini diversi: libertà di espressione contro rispetto per la tradizione e senso della mascolinità. Fu uno scontro acceso in un clima di cambiamento. La lunghezza dei capelli altro non era che un pretesto, se non un simbolo, del crollo di un’epoca, sostituita da una nuova che aveva altre parole d’ordine, diverse abitudini di consumo e aspirazioni personali inedite.

Contro il capello lungo venivano disposte argomentazioni varie. Non mancò la preoccupazione di una possibile “confusione” di genere: i ragazzi potevano essere scambiati per ragazze, mettendo a repentaglio la propria identità personale, la definizione stessa di maschio e, ultimo ma non meno importante, la pacifica convivenza tra uomini e donne. Il rischio di un uomo che, approfittando del suo taglio originale, si infilasse nei bagni delle femmine era avvertito come reale e incombente.

Ciò che oggi potrebbe colpire è proprio l’enfasi con cui fu affrontato il problema. Non solo ci furono numerosi dibattiti, anche a livello mediatico, ma addirittura si arrivò a rivendicazioni di tipo legale. Nel 1969 la Corte Suprema decise che anche gli studenti delle scuole superiori fossero cittadini con pieno diritto di parola, ma rinunciò a comprendere in questa definizione i vestiti e gli stili personali. Ci riprovarono qualche tempo dopo: la Corte dovette pronunciarsi su un gruppo di ragazzi texani sospesi dalla scuola proprio a causa dei capelli lunghi, alla Beatles. Persero in primo grado, ma non arrivarono al secondo, perché la Corte si rifiutò di pronunciarsi, lasciando valida la prima sentenza.

Ora che la battaglia è finita e, si può dire, i capelloni hanno vinto, si potrà rimanere stupiti che, in realtà, la questione non sia stata affatto appianata. Ci sono ancora casi di capelli fatti tagliare a forza, in particolare negli istituti più tradizionali. Nel 1997 in Texas fu chiesto a uno scolaro di tagliarsi la coda (lui si rifiutò e dovette continuare a studiare in un’aula tutta per lui). Nel 2009 fu chiesta la stessa cosa a un nativo americano che, per non rinunciare alla propria cultura, teneva i capelli lunghi fino alle spalle. In quel caso il giudice diede ragione al ragazzo e l’istituto dovette farsene una ragione: tradizione batte tradizione.

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