La pizza di Cracco non è una “rivisitazione”, è solo fatta male

L'artigianalità non è fare le cose malamente, “come viene“. Vuol dire perfezione, cura, impegno. La pizza di Cracco non ispira nulla di tutto ciò. Ormai siamo immersi nel circolo vizioso della “destrutturalizzazione”. Prima sapevamo dare un nome alle cose (e alla pizza). Ora non più

Cracco Linkiesta
14 Marzo Mar 2018 0750 14 marzo 2018 14 Marzo 2018 - 07:50

Perché parlare della pizza Margherita di Carlo Cracco? Semplicemente perché in quella creazione sta tutto il condensato di un inconscio collettivo profondamente all’oscuro dell’evoluzione storica, frammentato, insensato, dentro il quale il non-luogo comune si pasce di rifiuti e carcasse come un pescegatto.

La pizza di Carlo Cracco è innanzitutto stortignaccola, aspira alla rotondità eppure non volendola, consapevolmente, raggiungere.

L’imperfezione è il suo carattere. La sua è una stortignaccolità ricercata, inseguita, in qualche maniera “pensata” (ma è questa la cifra della nostra epoca: non “pensare”, ma “pensare in qualche maniera”). Nel nostro postmoderno che ha abiurato l’arte in nome del design, che ha venduto come “stile” la casa scatola del bauhaus (non sembra anche a te dal nome che richiami una cuccia per cani?), mettendosi al servizio della fabbrica e della mobilità spacciando entrambi per esperienze “cool” (dal sentimento della classe operaia alla riproducibilità minimal di case uguali con arredamenti uguali in modo da sentirsi a casa ovunque, senza identità, senza “sovrastrutture” si diceva una volta, senza percepire che con la sovrastruttura se ne andava via anche la struttura). Ecco, in questa stortignaccolità della pizza cracchiana sta il sentimento, fasullo, che l’artigianlità stessa sia stortignaccola. Come se l’opposto del design industriale fosse l’imperfetto, il venuto male, il brutto insomma.

E invece no, non è così. L’artigianalità andava di punteruolo, di lima, di compasso, di levigatura. Con “fatto a mano” (ma ci fu un’epoca in cui tutto era fatto a mano) non si intendeva certo la zoppìa della forma. Michelangelo non faceva design. Scolpiva.

Ecco che la patatina industriale, industrialissima, pubblicizzata da Cracco nella stupefacente ricetta gourmet “un uovo fritto su una patatina” era anch’essa stortignaccola (e multata, non era per nulla artigianale, anche se bruciacchiata e imperfetta).

Non è valido il ragionamento per il quale se voglio una pizza normale vado in pizzeria, quella di Cracco deve essere una cosa “rivisitata”. Ma “rivisitata” vuol dire visitata due volte, approfondita, non “sconosciuta”. Attraverso la pizza di Cracco comprendiamo come la più alta capacità umana, quella di nominare le cose, stia andando in malora

Quanto si è impegnata la mente umana per calcolare esattamente la temperatura del fuoco a legno per capacità di induzione della pietra fratta l’esposizione della pizza al calore, in modo da sciogliere la mozzarella senza farla bruciare, senza farla inacidire? Può essere stato un giorno o un secolo. Cracco butta lì la mozzarella a crudo. Spaccia per pizza un panino riscaldato. Una focaccia. I nomi non corrispondono più alle cose…

No, non è assolutamente valido, anzi è deprecabile, il ragionamento per il quale se voglio una pizza normale vado in pizzeria, quella di Cracco deve essere una cosa “rivisitata”. Ma “rivisitata” vuol dire visitata due volte, approfondita, non “sconosciuta”. Attraverso la pizza di Cracco comprendiamo come la più alta capacità umana, quella di nominare le cose, stia andando in malora. Se non è una pizza, ma una ciabatta, chiamala ciabatta.

E’ il passo successivo. Ci eravamo sporti sull’orlo del precipizio con la “destrutturazione”. Era un abisso di destrutturazione: l’uovo destrutturato, la carbonara destrutturata, in Sicilia è apparso il mostro: il cannolo destrutturato, la ricotta da una parte la cialda dall’altra. Si aspetta l’arancino destrutturato, un piatto di riso al ragù con della pastella per i cazzi suoi, nell’altrove dell’incompiuto.

Lo scollamento tra i nomi e le cose è il salto in quell’abisso sul quale ci eravamo affacciati ingenui con il destrutturalismo.

Stiamo cadendo, mentre intorno a noi svolazzano liberi, slogan, tweet, tuorli d’uova, fette di mozzarelle esplose, rientrate nel caos primordiale, in quel gorgo caotico prima del Principio.

Eravamo una forma strutturata.

Adesso siamo una pizza di Cracco.

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