Perché il governo “tutti dentro” conviene soprattutto a Lega e Cinque Stelle

Bocciato da Di Maio e Salvini, rilanciata da Franceschini, il governo di scopo per rifare legge elettorale e riformare le istituzioni rimane l’unica strada realisticamente percorribile per uscire dallo stallo. E paradossalmente, la più conveniente per chi strenuamente vi si oppone

Salvini Dimaio Linkiesta

(Piero CRUCIATTI / AFP, Tiziana FABI / AFP)

14 Marzo Mar 2018 0800 14 marzo 2018 14 Marzo 2018 - 08:00

Per ora, siamo al muro contro muro contro muro. Il Movimento Cinque Stelle rivendica il governo e non tratta sulle poltrone. Salvini idem, e chiude al Pd. Il Pd, per bocca di Matteo Renzi prima e di Maurizio Martina poi, chiude la porta a tutti e si confina all’opposizione. Tutto comprensibile, per carità: nessuno dei due “non vincitori” - copyright Bersani che si attaglia benissimo alla situazione attuale, piaccia o meno a Di Maio e Salvini - ha i numeri per governare da solo, ma nessuno dei due vuole fare lo scudiero dell’altro. Allo stesso tempo, il Pd non può che scommettere sulla “strana alleanza” tra i due giovani leader, che gli offrirebbe tutto lo spazio politico all’opposizione e un senso alla propria esistenza.

Stallo alla messicana, si direbbe, fosse un western. Il problema è che qui non è questione di riflessi, bensì di strategie. La riproposizione delle parole d’ordine della campagna elettorale - mai con il Pd, mai con gli estremisti, mai con i complici della distruzione dell’Italia -, e la pretesa sciocca di aver vinto le elezioni con il 32% o il 37% dei consensi non sono che una strategia per prendere tempo, in attesa che a qualcuno venga un’idea persa per uscire dal paradosso di un tripolarismo nato sul superamento di ogni grande coalizione, sulla derubricazione a “inciucio” di ogni alleanza parlamentare, sul mancato rispetto dell’avversario. E che, curiosamente, si è dato una legge elettorale iper-proporzionale che di fatto obbliga alle alleanze chiunque voglia governare.

Difficile accada? Allo stato attuale, sì. Ma se dovessero cadere via via tutte le altre possibili alternative - l’ultima delle quali, immaginiamo, sarà quella di un governo Lega-Cinque Stelle -, quella del “tutti dentro” potrebbe essere davvero l’unica strategia possibile per evitare un ritorno al voto che produrrebbe, con ogni probabilità, una situazione del tutto analoga a quella attuale, se non peggio

In questo senso il “governo di tutti”, ieri bocciato senza appello dai Cinque Stelle e dalla Lega rilanciato oggi da Dario Franceschini del Partito Democratico in un’intervista al Corriere è l’unica possibilità di sanare questo paradosso, senza condannare le forze politiche ad alleanze politiche spurie e controproducenti. Eliminiamo una camera e cambiamo la legge elettorale, dice Franceschini, e facciamolo tutti assieme, per iniziare un percorso di mutuo riconoscimento, per svelenire il clima, per chiuderla con le riforme istituzionali fatte a maggioranza, per fare di questa legislatura nata storta, “la legislatura perfetta”.

Difficile accada? Allo stato attuale, sì. Ma se dovessero cadere via via tutte le altre possibili alternative - l’ultima delle quali, immaginiamo, sarà quella di un governo Lega-Cinque Stelle -, quella del “tutti dentro” potrebbe essere davvero l’unica strategia possibile per evitare un ritorno al voto che produrrebbe, con ogni probabilità, una situazione del tutto analoga a quella attuale, se non peggio.

Ecco allora che la netta bocciatura di oggi - che peraltro, involontariamente, legittima il governissimo come l’unica opzione attualmente in campo -, potrebbe diventare una promozione domani. Perché metterebbe nelle condizioni Lega e Cinque Stelle di scrivere le regole del gioco per gli anni a venire da una sorprendente posizione di forza. Perché darebbe loro l’argomento decisivo di essere riusciti a far le riforme dove altri hanno fallito. Perché potrebbero dire di esserci riusciti senza colpi di maggioranza come provarono a fare il centrodestra nel 2006 e il centrosinistra nel 2016. Perché, soprattutto, non sacrificherebbero sull’altare della governabilità l’alleanza di centrodestra di cui oggi sono leader (la Lega) e la propria alterità rispetto a destra e sinistra (i Cinque Stelle). Paradossalmente, insomma, chi rischierebbe di non capitalizzare il risultato in alcun modo sarebbe ancora una volta il responsabile Pd. Non c’è verso, quando gira storta.

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