Salvini, Berlusconi e Meloni, nemici più che mai (e condannati a governare insieme)

Mattarella vuole impedire nuove elezioni che sarebbero un disastro anche per il Cav. Il comune interesse di Salvini, Berlusconi e Meloni starebbe in un governo del centrodestra con appoggi esterni. Uniti hanno vinto, uniti provino a governare. Finché Mattarella non li separi

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14 Marzo Mar 2018 0740 14 marzo 2018 14 Marzo 2018 - 07:40

Uniti hanno vinto, uniti dovrebbero governare. È bene che s’incontrino e che ragionino insieme sul da farsi, Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni (ordinati secondo le percentuali di voto), anche se al momento c’è più chiarezza intorno a quel che bisogna evitare: dividersi. Litigare va anche bene. Perfino sparlarsi addosso sui giornali, via spifferi, refoli e altri mezzucci tradizionali, ci sta tutto. La politica contempla pure questo, la competizione interna può diventare un incentivo ad allargare sguardi e relazioni. La Meloni, al riguardo, era stata esplicita e promettente un secondo prima della chiusura delle urne: in vista del 4 marzo, è logico esasperare toni e contenuti per parlare ai rispettivi popoli e, se possibile, giocarsela anche a scapito degli alleati; un minuto dopo lo spoglio, vedrete – prometteva lei – gli elementi unificanti prevarranno sulle divisioni.

Su Giorgia si dovrebbe fare un discorso a parte. Lei davvero ha sacrificato parecchie ambizioni personali in nome dello spirito coalizionista che ha insufflato nell’anima dei suoi Fratelli d’Italia. A forza di tenere d’occhio Salvini e le sue estreme esuberanze, a forza di persuadere Berlusconi a non esagerare con la moderazione, lei ha finito per impoverire la specificità del proprio messaggio elettorale. Il che le è costato qualche decimale significativo al momento del bilancio, e molta gloria negli annali dei leader che guardano al vantaggio di medio-lungo periodo invece che all’incasso immediato e occasionale. Ma questa meccanica la sta costringendo adesso nel medesimo ruolo mediano, per lo più silenzioso e assai ingrato.

Il Cavaliere vede agitarsi lo spettro delle elezioni anticipate come una macabra festa di cannibali leghisti.

È sotto gli occhi di tutti il fatto che la scena politica di centrodestra se la siano presa gli alleati-rivali Silvio e Matteo. Il primo è impegnato riequilibrare al centro (con uno sguardo a quel che resta del renzismo) l’otto volante della coalizione: il Cavaliere vede agitarsi lo spettro delle elezioni anticipate come una macabra festa di cannibali leghisti impegnati nella spartizione di un pingue bottino forzista. L’altro, per contro, è tentato dal doppio colpo elettorale per consacrare in modo netto la propria leadership e puntellare le macchine d’assedio per espugnare la cittadella del consenso berlusconiano.

Entrambi, peraltro, sanno che il presidente Mattarella non lascerà nulla d’intentato, prima di rassegnarsi allo scioglimento di Camere appena insediate. Il gioco spericolato sulle presidenze dei due rami del Parlamento – Salvini che fa l’occhietto a Luigi Di Maio, Berlusconi che lancia messaggi in bottiglia al Pd di rito post renziano – prelude al rischio di un corto circuito esiziale, scongiurabile nel comune interesse. Che è governare insieme. Ma come, visti i numeri insufficienti?

Lo schema esiste, sebbene nessuno abbia voglia di ammetterlo: un Pd balcanizzato, costretto dagli eventi a non poter muovere il primo passo in direzione della “responsabilità” cui ha fatto appello il Quirinale, potrebbe acconciarsi a sostenere (appoggio esterno) un esecutivo di centrodestra a trazione leghista ma non salviniana. Inutile danzare intorno ai nomi eventuali, basta scartare Roberto Maroni. Difficile pure che la cara Giorgia trovi un modo convincente per spiegare ai suoi alleati che lei non si era candidata a caso per fare il premier, né puntava a superare Lega e Forza Italia per raccogliere la palma della premiership dalle mani della dea Vittoria; no, lei semplicemente aveva previsto lo stallo attuale e si era proposta come figura di mediazione. Il ragionamento non farebbe una piega, ma appunto per questo verrebbe scartato. In ogni caso, piaccia oppure no, Salvini e Berlusconi hanno interesse a proporre una via d’uscita comune. Il Cavaliere potrebbe dire d’aver ottenuto un passo indietro da parte di Salvini; e Salvini potrebbe eterodirigere un governo nel quale irrompere un domani come ha già fatto Matteo Renzi con Enrico Letta (con più garbo e altrettanta concordia nel suo partito, ne siamo certi).

In ogni caso, piaccia oppure no, Salvini e Berlusconi hanno interesse a proporre una via d’uscita comune. Il Cavaliere potrebbe dire d’aver ottenuto un passo indietro da parte di Salvini; e Salvini potrebbe eterodirigere un governo

Se un’alternativa esiste, è come l’ossessione: peggio della malattia. Prevede un’implosione completa del centrodestra e una spaccatura feroce, ancorché mascherata finché possibile, nel Movimento 5 Stelle. Risultato: un debole e fragoroso, acerbo e improvvido governo Salvini-Di Maio nel quale né l’uno né l’altro siederebbe a Palazzo Chigi. Per fare cosa? Legge elettorale e via al voto. D’accordo, ma poi al voto insieme a chi? Immaginiamo il paesaggio: macerie di qua, macerie di là, un Pd rianimato dal ripescaggio della “narrazione” buoni europeisti contro populisti uniti, e grossi guai anche per Lega e 5 Stelle che a quel punto dovrebbero convolare a nozze definitive oppure rinegoziare – nel caso di Salvini – ruoli, basi e orizzonti di una pace concordata con gli ex amici. Di fronte a tanta confusione, figlia del moltiplicarsi di variabili e subordinate, tanto vale scegliere la soluzione più semplice, elementare e gradita alla maggioranza di un elettorato che si è dimostrato più coeso e tenace dei propri beniamini. Ovvero: uniti abbiamo vinto, uniti proviamo a governare. Finché Mattarella non ci separi sciogliendo le Camere in caso d’insuccesso, o non ci costringa a condividere il brivido della responsabilità con tutto l’arco parlamentare.

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