Famiglie e aziende sempre meno indebitate (ma il debito pubblico cresce e saranno guai)

L'Italia sta affrontando una leggera crescita. I consumi salgono e ce lo dice la Banca dei Regolamenti Internazionali. Ma lo sviluppo non regge il confronto con gli altri Paesi

Zalone Famiglia Linkiesta

The Jackal

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16 Marzo Mar 2018 0730 16 marzo 2018 16 Marzo 2018 - 07:30
WebSim News

Le crisi delle banche europee, quelle sfiorate, quelle verificatesi, bruciano ancora nelle cancellerie e nei centri finanziari del Continente.

Sia che si sia trattato di banche di risparmio tedesche salvate con 197 miliardi di denaro pubblico dopo il 2008, o di quelle spagnole dal 2012 con i circa 100 miliardi del fondo di stabilità europea, o ancora dei crediti deteriorati italiani che hanno strozzato il mercato del credito e la ripresa italiana, le sofferenze bancarie hanno significato miliardi di debito o di minore PIL per tutta l’Europa.

E’ per questo che oggi le principali istituzioni, e tra queste vi è la Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI), ovvero la Banca centrale delle banche centrali, sono attentissime ai minimi segnali di una ripresa di difficoltà nel campo del credito. E la BRI, che oggi ha a capo del CDA niente meno che il governatore della Bundesbank Weidmann, guarda in particolare a segnali di un riscaldamento del mercato finanziario, di nuove bolle, come quelle che precedettero negli anni 2000 la grande crisi. E’ un monitoraggio che riguarda la per esempio la quantità di credito sul PIL e la sua crescita, o il peso del servizio del debito sul reddito totale per le famiglie, quanto spendono per restituire un mutuo in proporzione alle entrate, insomma.

O ancora le richieste di rientro su crediti contratti in un Paese estero (cross-border claim). Ebbene, la lezione forse è servita, l’Europa viene promossa da questi esami, e in particolare l’Italia. Soprattutto a confronto di quanto accade in altre parti del mondo.

Nella “pagella” stilata dalla BRI i numeri evidenziati in rosso (i più gravi) e giallo appartengono quasi solo a Paesi extra UE.

Combinando il peso del risarcimento dei debiti delle famiglie e questo indicatore generale del credito sul PIL (il suo gap dalla media, appunto), se allora eravamo alla pari di molti altri Paesi, e facevamo peggio della gran parte relativamente al peso del credito, oggi siamo tra i migliori

Cina, Canada, Svizzera, Hong Kong presentano un preoccupante gap tra il rapporto tra credito e PIL dell’ultimo trimestre, in grande crescita, e la media degli anni scorsi, che supera i 9 punti e raggiunge i 30,7 a Hong Kong. Dove vi è anche una crescita allarmante dei prezzi degli immobili (è il significato dell’asterisco). Anche di più i Paesi in cui lo scostamento tra il valore attuale e la media di lungo periodo del rapporto tra servizio del debito e reddito (Debt Service Ratio, DSR), totale o solo delle famiglie, è oltre la soglia d’allarme di 1,8.

C’è ora infatti anche la Russia, la Corea del Sud, la Thailandia. Mentre la Norvegia vede un grande aumento dei cross-border claim. Nessun semaforo rosso o giallo per Germania, Italia, Spagna. Meglio che per la Francia, che ha due segnali di surriscaldamento del credito.

Fonte: BRI

Ma l’Italia se la cava anche meglio della media euro, che già si trova in condizioni migliori del resto del mondo.

Oggi siamo il Paese con il minimo peso del servizio del debito (interessi e ammortamenti delle rate) sul reddito per le famiglie. Solo il 4,4%. Un quarto dei Paesi Bassi, lo Stato con il rapporto maggiore.

Certo, era così anche nel pieno della crisi, nel 2012, e ancora prima. E’ una caratteristica strutturale della nostra economia, il risvolto positivo di quello che solitamente è un difetto, ovvero la domanda ridotta, i consumi per lungo tempo stagnanti. Vi è perlomeno però la garanzia dell’impossibilità della formazione di una bolla simile a quelle che hanno colpito nel 2007-08 quei Paesi che avevano superato ogni record nel credito al consumo, USA in testa.

Un dato aggiuntivo emerso negli ultimi anni è anche il calo del peso del credito (e quindi del debito) sul PIL, e il gap tra questo peso e quello medio del lungo periodo. Avevamo raggiunto un +23,8% a metà 2009, sopra la media europea e dei principali Paesi europei. Si poteva affermare che in Italia il rischio bancario, legato, all’incremento dell’importanza e dell’onere del credito, fosse elevato. Come poi abbiamo verificato gli anni successivi.

Da allora c’è stato un crollo. Complice la crisi si è scesi a un -18%, ovvero il credito sul PIL è oggi molto inferiore alla media di quanto sia stato negli ultimi decenni. Meno di quanto accaduto nella zona euro, meno che in Cina, che vive una fase di surriscaldamento, o in Russia, o anche negli USA, dove si sta risalendo dai livelli del post-crisi.

L’Italia si trovava nel 2009 ai primi posti quanto a crescita di importanza del credito rispetto alla media, oggi è agli ultimi. Un capovolgimento che solo Paesi come Spagna, Irlanda o Portogallo, non a caso, hanno visto più radicale

Combinando il peso del risarcimento dei debiti delle famiglie e questo indicatore generale del credito sul PIL (il suo gap dalla media, appunto), se allora eravamo alla pari di molti altri Paesi, e facevamo peggio della gran parte relativamente al peso del credito, oggi siamo tra i migliori.

Riusciamo a rimanere in questa posizione nonostante la ripresa, che non ha provocato una ripresa dell’indebitamento privato. Non si tratta quindi solo dell’effetto della crisi e della depressione della domanda. Oggi questa è di nuovo in timida crescita, i consumi risalgono ma ci teniamo lontani più degli altri dalle bolle che hanno colpito noi e molto di più altri Paesi.

Rimaniamo però un Paese in declino se confrontiamo la nostra crescita e quella del resto del mondo occidentale, perennemente un passo indietro. Perchè se le banche e la BRI devono osservare il comportamento degli operatori privati, famiglie e aziende, noi per capire cosa sta accadendo dobbiamo guardare anche allo Stato.

E lì c’è il problemino.

In passato era stato l’indebitamento statale a sostituire spesso la domanda dei cittadini, e quindi a scongiurare eventuali bolle, appunto, oggi è il suo peso che ci impedisce di gioire delle buone notizie in ambito finanziario. Quel 132% sul PIL che ci ha risparmiato le follie immobiliari irlandesi e spagnole, ma che oggi di fatto rende impossibili quelle riprese che questi Paesi, senza la nostra zavorra, stanno vivendo.

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