Tabacci: «Non credo a un’intesa Lega e Cinque Stelle. Ma ora sarebbe un errore tornare al voto»

«I Cinque Stelle e la Lega hanno vinto le elezioni? In un sistema proporzionale vince chi è in grado di mettere insieme una maggioranza, non mi sembra questo il caso. Ormai il lavoro parlamentare ha sempre meno qualità. Non c’è bisogno di essere tifosi della Prima Repubblica per rendersene conto»

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16 Marzo Mar 2018 0745 16 marzo 2018 16 Marzo 2018 - 07:45

«Chi ha detto che i Cinque Stelle e la Lega hanno vinto le elezioni? Certo, rispetto al passato sono andati molto meglio. Ma in un sistema prevalentemente proporzionale vince chi è in grado di mettere insieme una maggioranza parlamentare. E non mi sembra questo il caso». Bruno Tabacci è stato appena eletto alla Camera per la sesta volta. Il suo primo ingresso a Montecitorio risale al 1992. Democristiano, esponente dell’Udc e fondatore del Centro democratico, alla fine degli anni Ottanta è stato il presidente della Regione Lombardia. Evidentemente non è un esordiente della politica.

La fase di stallo che si è aperta dopo le elezioni l’ha sorpresa?
Non è sorprendente per nulla. In un sistema elettorale prevalentemente proporzionale è possibile che non ci sia alcun vincitore. Accadeva così anche prima, ma in passato c’era una maggiore propensione a formare delle coalizioni. Adesso ci troviamo davanti a tre grandi aree politiche che rappresentano altrettante minoranze. E nessuna sembra in grado di mettere in piedi una maggioranza. Del resto bisognerebbe dialogare con chi, in campagna elettorale, è stato trattato con toni durissimi.

Stando alle indiscrezioni degli ultimi giorni Lega e Cinque Stelle sarebbero pronte ad avviare un dialogo. Secondo lei è possibile un accordo tra le due forze?
Dal punto di vista costituzionale è fattibile, sono i due raggruppamenti principali che decidono di stringere un’intesa. Dal punto di vista politico lo è molto meno. Si tratta di forze che si sono radicalmente contrastate e hanno un insediamento territoriale molto diverso: la Lega ha vinto soprattutto al Centronord, mentre i Cinque Stelle hanno prevalso da Roma in giù.

Due giorni fa Dario Franceschini ha proposto una legislatura costituente. Tutti insieme per scrivere le riforme, lei ci crede?
Il tentativo di Franceschini è nobile. Ma per avviare la legislatura, intanto, bisogna eleggere i presidenti di Camera e Senato. E poi trovare delle intese per dare vita a un governo. Potrebbe essere anche un esecutivo di scopo, con un programma limitato.

I temi su cui mettersi d’accordo sono tanti. Dalla legge elettorale alle riforme costituzionali.
E poi c’è il rapporto con l’Europa, che alcune forze politiche sottovalutano e invece è di un’importanza strategica. Penso, ad esempio, a come partecipare al rilancio europeo. A quale rapporto avere con la moneta unica e con il sistema economico. Bisogna chiedersi se adesso non sia il caso di dare una spinta più decisa al percorso federale. Ma serve una serietà di approccio e approfondimento che i due partiti vincitori non mi sembra siano in grado di mettere in campo.

«Chi ha detto che i Cinque Stelle e la Lega hanno vinto le elezioni? Certo, rispetto al passato sono andati molto meglio. Ma in un sistema prevalentemente proporzionale vince chi è in grado di mettere insieme una maggioranza parlamentare. E non mi sembra questo il caso»

Torniamo ad altri possibili scenari. Secondo lei è possibile la nascita di un governo di centrodestra? Un esecutivo di minoranza con il sostegno esterno del Pd, come auspica Silvio Berlusconi.
Nell’astrazione tutto può accadere. Ma questo presuppone che ci sia un incarico da parte del presidente della Repubblica e una serie di verifiche politiche… L’altro giorno da Strasburgo Matteo Salvini è tornato a criticare l’euro, considerata una moneta sbagliata. Sarebbe questa la base programmatica del suo governo?

A questo punto immagino che lei non sarebbe disposto a sostenerlo.
Guardi che io sono una persone seria. Ma di che governo parla? La linea la detta il professor Borghi?

Torniamo alla situazione attuale, lei conosce il presidente Mattarella? Come potrebbe gestire la difficile impasse?
Lo conosco per ragioni anagrafiche. Negli anni Ottanta siamo entrati insieme nella Direzione centrale della Democrazia cristiana. La mia frequentazione del presidente parte da lì. Ma non mi permetto di dare consigli, lui sa benissimo quello che deve fare.

Senza avventurarsi in difficili profezie, cosa immagina potrà accadere nelle prossime settimane?
Mi auguro che la legislatura possa almeno partire, anche se non so con quali tempi. In assenza di una maggioranza, vediamo se qualcuno sarà in grado di costruirne una in Parlamento. In ogni caso credo che sia davvero poco auspicabile tornare al voto con questa legge elettorale.

A proposito, dove siederà nel prossimo Parlamento? I tre deputati eletti con +Europa andranno nel gruppo misto?
È ancora presto, vedremo la prossima settimana. Al momento mi pare l’ipotesi più probabile.

«Il tema riguarda la qualità complessiva del lavoro parlamentare, che è andato calando. Basta vedere gli atti di un qualsiasi dibattito. Prenda gli interventi del ’57 sui trattati di Roma e li confronti con oggi. Non c’è bisogno di essere tifosi della Prima Repubblica. Quei candidati erano l’espressione di partiti popolari di tutt’altra profondità. Adesso si arriva in Parlamento quasi per caso…»

Alle elezioni la sua lista con Emma Bonino non è andata bene. A Milano lei è stato eletto in un collegio uninominale, sostenuto dal centrosinistra, conquistando oltre il 40 per cento. Ma a livello nazionale +Europa non è riuscita a superare il 3 per cento. Secondo lei, perché?
Per superare lo sbarramento avremmo dovuto ottenere un risultato migliore al Sud. Ma in quelle regioni è arrivato lo tsunami grillino. Nel Mezzogiorno c’erano molti elettori, un tempo del Partito democratico, che potevano votare per noi. Negli ultimi giorni hanno scelto i Cinque Stelle.

Il vero sconfitto è stato il Partito democratico, non crede? Cosa pensa di Matteo Renzi?
Renzi si è dimesso. Ha preso atto con realismo del risultato, difficilmente poteva fare altrimenti.

Il prossimo Parlamento sarà pieno di giovani ed esordienti, una novità. Lei che è diventato deputato per la prima volta ventisei anni fa, cosa si aspetta?
Nel 1992 anche io arrivai alla Camera da esordiente. Non ero proprio digiuno di politica, ero appena stato presidente della Regione Lombardia. Ma ricordo la sensazione sacrale di entrare nel tempio delle istituzioni. All’epoca c’erano molti maestri cui guardare, personalità di tutti gli schieramenti politici. Lo scenario evidentemente non è più lo stesso. In questi anni il lavoro parlamentare si è andato dequalificando.

Nella legislatura appena trascorsa ha potuto apprezzare il lavoro dei primi deputati Cinque Stelle. Che impressione le hanno fatto?
Anche tra i Cinque stelle c’erano persone di buona qualità e altre meno. Il tema riguarda la qualità complessiva del lavoro parlamentare, che è andato calando. Basta vedere gli atti di un qualsiasi dibattito. Prenda gli interventi del ’57 sui trattati di Roma e li confronti con oggi. Non c’è bisogno di essere tifosi della Prima Repubblica, basta non avere il salame sugli occhi. Quei candidati erano l’espressione di partiti popolari di tutt’altra profondità. Adesso si arriva in Parlamento quasi per caso…

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