Stipendi e pensioni da fame: se volete capire la rivoluzione elettorale, guardate i dati dei working poor

Tra il 2010 e il 2016 i working poor italiani sono aumentati del 2,2%. È ormai un problema che tocca un lavoratore su dieci e che entro il 2050 coinvolgerà un quarto dell’attuale forza lavoro italiana. Capito ora, perché la gente si è ribellata alle urne?

Povertà Linkiesta
17 Marzo Mar 2018 0712 17 marzo 2018 17 Marzo 2018 - 07:12

Non basta un dato per spiegare un risultato elettorale rivoluzionario. Però ci sono dati che aiutano, eccome. Uno è quello diffuso venerdì 16 marzo scorso da Eurostat. È un dato che mostra quanti siano gli italiani a rischio povertà, nonostante abbiano un lavoro. Working poor, poveri che lavorano, li chiamano gli anglofili col dono della sintesi. E in percentuale, nel nostro Paese, non sono pochi. Più precisamente l’11,7% degli occupati, in crescita del 2,2 rispetto al 2010. Siamo il quinto Paese dell’Unione Europea, per numero di working poor: solo Romania, Grecia, Spagna e Lussemburgo (!!!) fanno peggio di noi.

È una tendenza che la ripresa non ha invertito, pare di capire, né tantomeno che sembra destinata a invertirsi nel lungo periodo: secondo un recente studio di Censis-Confcooperative ci sono quasi 6 milioni di lavoratori - più o meno uno su quattro! - che, se le cose non dovessero cambiare rischiano di alimentare le fila dei poveri in Italia entro il 2050. Un po’ perché hanno stipendi da fame, un po’ perché avranno pensioni da fame.

A chi mostra con orgoglio i dati occupazionali col segno più ecco un nuovo problema, quello del salario, dei redditi, E a chi dice che le crescenti disuguaglianze non siano un problema, segnaliamo che mentre crescono i working poor, cresce anche il reddito medio degli italiani, segno che il pollo di Trilussa è diviso in modo sempre meno equo

Ecco, forse, più o meno spiegato perché in mezzo a tanti segni più - dal Pil ai dati sull’occupazione, dall’export agli investimenti - gli italiani hanno espresso tanto disagio nelle urne. Perché il rischio di impoverimento, di progressiva perdita di potere d’acquisto e potere contrattuale, lo toccano ogni giorno con mano. Ché se non tocca loro direttamente, tocca a un figlio, un fratello, un genitore, un amico, o nel caso del Mezzogiorno, più probabilmente, tutti assieme.

Il Censis l’ha chiamato “effetto smottamento”, la paura - o la quasi certezza - di un progressivo e inesorabile scivolamento sociale verso il basso che toglie ogni speranza per il futuro, che inibisce anche solo dal sognare di avere un figlio, che cristallizza un intero Paese in un eterno presente di precarietà. A chi irride le presunte code agli sportelli dei centri per l’impiego per chiedere il reddito di cittadinanza, ecco una risposta più che tangibile.

A chi mostra con orgoglio i dati occupazionali col segno più ecco un nuovo problema, quello del salario, dei redditi, E a chi dice che le crescenti disuguaglianze non siano un problema, segnaliamo che mentre crescono i working poor, cresce anche il reddito medio degli italiani, segno che il pollo di Trilussa è diviso in modo sempre meno equo, secondo faglie che ben conosciamo: sempre più agli anziani, sempre meno ai giovani, sempre più nelle città sempre meno in provincia, sempre più al Nord sempre meno al Sud. Ora riguardatevi i dati delle elezioni. Scommettiamo che ora è tutto più chiaro, vero?

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