Intervista

Tridico, il ‘ministro del Lavoro’ dei Cinquestelle: “Lavorare meno, guadagnare uguale. E reintrodurremo l’articolo 18”

Parla il potenziale ministro del Lavoro scelto per la squadra di governo da Di Maio. “Stiamo pensando di reintrodurre l’articolo 18”, dice. E per evitare la sostituzione uomo-macchina: “Dobbiamo ridurre l’orario di lavoro a parità di salario”

Tridico Linkiesta

Luigi Di Maio e Pasquale Tridico (Filippo MONTEFORTE / AFP)

17 Marzo Mar 2018 0745 17 marzo 2018 17 Marzo 2018 - 07:45

È stato indicato da Luigi Di Maio come potenziale ministro del Lavoro nella squadra presentata a ridosso delle elezioni. Pasquale Tridico, origini calabresi, 43 anni, professore associato di Politica economica a Roma Tre, in un governo del Movimento cinque stelle siederebbe al posto di Giuliano Poletti. E di quello che Poletti ha fatto in questi anni è pronto a depennare parecchie cose, dall’abolizione dell’articolo 18 alla liberalizzazione dei contratti a termine. È lui che ha scritto le otto pagine del capitolo “Lavoro” del programma pentastellato, dove vengono indicati due obiettivi principali: salario minimo garantito e smart working, e reddito di cittadinanza. La ricetta: investimenti mirati, riduzione “selettiva” del cuneo fiscale, senza però lo sforamento delle regole europee. Tridico, anzi, guarda molto alla Germania in termini di politiche del lavoro. Ma precisa subito: «Siamo in una situazione di incertezza istituzionale. Non posso dire “quello che farei” perché non c’è nessun governo. Quello che dico è frutto delle mie ricerche».

Professore, a fronte delle sue ricerche, cosa non ha funzionato nelle precedenti riforme del lavoro?
La flessibilità del mercato del lavoro costruita negli ultimi decenni non ha aiutato la produttività, né ha giovato all’occupazione. Siamo fermi al 58% di occupazione e il numero assoluto di occupati è stabile intorno ai 23 milioni. Sono i numeri a dire che la flessibilità non ha favorito l’occupazione. E anche sul fronte della produttività non abbiamo risultati: abbiamo una produttività stagnante, in alcuni anni addirittura negativa. Certo, ci sono state altre variabili che hanno influito negativamente, ma quelle misure non hanno pagato.

Maggiore rigidità quindi. A partire da cosa?
Va rivisto anzitutto il decreto Poletti che ha liberalizzato il contratto a tempo determinato. Non serve più la giustificazione per avere un contratto a termine, e le imprese ne abusano. Ci dovrebbe essere un limite. Se un’impresa può accedere a un turnover veloce, non investirà mai nel capitale umano. Una stabilità dal punto di vista contrattuale permette invece di fare un discorso di lungo periodo e creare condizioni per un aumento della produttività.

Sarebbe quindi d’accordo alla reintroduzione dell’articolo 18 cancellato dal Jobs Act?
Il problema dell’occupazione che cresce o che non cresce non è l’articolo 18. L’aumento dell’occupazione dipende dagli investimenti. Quello che invece l’articolo 18 fa è dare dignità e diritti ai lavoratori. In questo senso, con il Jobs Act si è andati in una direzione sbagliata. Stiamo pensando di reintrodurre l’articolo 18 per le aziende sopra i 15 dipendenti, cioè quello che esisteva prima, senza estenderlo. Il punto è stimolare l’occupazione a tempo indeterminato, cosa che il Jobs Act non è riuscito a fare, nonostante fosse l’obiettivo principale della riforma. E il lavoro stabile si può stimolare solo attraverso gli investimenti.

Il problema dell’occupazione che cresce o che non cresce non è l’articolo 18. L’aumento dell’occupazione dipende dagli investimenti. Quello che invece l’articolo 18 fa è dare dignità e diritti ai lavoratori. In questo senso, con il Jobs Act si è andati in una direzione sbagliata. Stiamo pensando di reintrodurre l’articolo 18 per le aziende sopra i 15 dipendenti

Che tipo di investimenti?
Non investimenti tout court, ma investimenti mission oriented, cioè che hanno un maggiore impatto sulla produttività. Dobbiamo orientarci verso una frontiera produttiva e tecnologica più elevata di quella che c’è oggi. Oggi noi abbiamo un’estesa quantità di manodopera nei servizi, ma per la maggior parte è unskilled, cioè fatta da lavoratori non specializzati perché gli investimenti fatti dalle imprese non sono sufficienti. Produciamo laureati che non trovano allocazione sul mercato, se non sottomansionati. Se siamo un Paese ricco, dobbiamo svolgere il ruolo di un Paese ricco, e quindi competere su capitale umano specializzato e sull’aumento degli investimenti in tecnologia e innovazione.

Pensa quindi a una continuazione della politica degli incentivi avviata dal governo Renzi?
Gli incentivi principali per far crescere l’occupazione sono gli investimenti. Da una parte investimenti che può fare lo Stato, dall’altra bisogna incentivare le imprese a fare questi investimenti che aumenterebbero la produttività. Come? Facendo politiche selettive di riduzione del cuneo fiscale.

Cioè?
Non vado a ridurre il costo del lavoro di un barista. Vado a ridurre il costo del lavoro per quelle imprese che lavorano nella frontiera delle tecnologia, che fanno ricerca e sviluppo. Oppure per l’occupazione giovanile specializzata.

Questo per quanto riguarda il lavoro subordinato. E tutti gli altri?
Dai lavoratori della platform economy agli autonomi in genere, che non accedono alla contrattazione collettiva, deve essere prevista qualche forma di salario minimo. Non stiamo inventando nulla di nuovo, perché questo esiste già in Germania, e mi sembra un buon esempio a cui potersi ispirare.

Ha parlato molto di automazione e investimenti tecnologici. Ma come pensa si possa affrontare il rischio della cosiddetta disoccupazione tecnologica?
Il primo passo è la riduzione dell'orario di lavoro a parità di salario, in modo da aumentare l'occupazione nei settori fortemente robotizzati. Non c’è niente di rivoluzionario in questa proposta. La storia è fatta dalla continua riduzione dell’orario di lavoro. Duecento anni fa le persone lavoravano 16-18-20 ore al giorno, e lavoravano anche i bambini. Abbiamo visto che nel tempo l’orario di lavoro è andato sempre diminuendo perché aumenta l’automazione. È fenomeno naturale. Negli anni Trenta, Keynes diceva: “Fra cento anni lavoreremo tre ore al giorno”. L’orario di lavoro italiano, invece, è fermo a otto ore di lavoro al giorno ormai da diversi decenni. C’è un regio decreto del 1923 che fissa l’orario di lavoro a otto ore. Basti pensare invece che in Germania, da poco, hanno inserito la riduzione dell’orario di lavoro di 28 ore settimanale.

Non vado a ridurre il costo del lavoro di un barista. Vado a ridurre il costo del lavoro per quelle imprese che lavorano nella frontiera delle tecnologia, che fanno ricerca e sviluppo. Oppure per l’occupazione giovanile specializzata

Ma per lavorare in settori altamente robotizzati serve anche la formazione, e quindi anche politiche attive. Nel programma si parla di investimenti per 2 miliardi. Qual è la prima cosa da fare?
Anzitutto aumentare il numero di lavoratori dei Centri per l’impiego che facciano politiche di matching tra domanda e offerta. La Germania, che ha una popolazione di 80 milioni di abitanti, ha circa 130mila addetti nei centri per l’impiego. In Italia sono circa 8mila. Vuol dire che in Germania sono 14-15 volte in più, mentre la popolazione tedesca è solo il 20% in più di quella italiana. Bisogna rinforzare i centri per l’impiego, perché è da qui che passa il funzionamento del cosiddetto reddito di cittadinanza, che poi è un reddito minimo condizionato.

Come funzionerebbe quindi il reddito di cittadinanza?
Si tratta di un reddito minimo condizionato, rivolto a circa 10 milioni di persone. Condizionato alla frequentazione di corsi di formazione e alla ricerca di un lavoro, nel caso non ce l’abbiano.

Certo, molto dipende dal tipo di lavoro che si offre.
Certo, e questo dipende dagli investimenti che si fanno. Ripeto, sono gli investimenti che fanno crescere l’occupazione, insieme alla formazione. Non sto dicendo che la formazione crea lavoro di per sé, ma è un modo importante per riqualificare i lavoratori ed evitare disoccupazione tecnologica e povertà.

Ma per finanziarlo bisognerà sforare il tetto del 3% nel rapporto deficit Pil?
No. Noi oggi abbiamo oggi secondo l’Istat due milioni di inattivi, che non sono calcolati nelle forze lavoro. Incoraggiare queste persone a diventare disoccupati, dando loro una prospettiva attraverso politiche di formazione, li porterebbe a diventare disoccupati attraverso l’iscrizione al centro per l’impiego. Il fatto che abbiamo più disoccupati che cercano lavoro non ci deve spaventare. In questo modo aumenta il tasso di partecipazione della popolazione alla forza lavoro e si possono quindi rivedere al rialzo le stime del Pil potenziale per l’Italia, riuscendo quindi a ottenere un maggiore margine di deficit concesso, il cosiddetto deficit strutturale. Seguendo i suggerimenti della Commissione europea e facendo aumentare la forza lavoro, abbiamo così più miliardi da spendere, fermo restando lo stesso rapporto percentuale deficit/Pil. Se questo è possibile, noi riusciamo a finanziare con lo stesso deficit in termini percentuali – anche se in termini assoluti è cresciuto – il reddito minimo condizionato.

Un trucco statistico?
Non è un trucchetto statistico. È una modalità statistica che la Commissione europea ha stabilito. Non capisco le obiezioni che possono nascere rispetto a questa cosa, quando noi stiamo seguendo semplicemente le regole europee. Gli stessi funzionari europei hanno sempre sottolineato il fatto che l’alta disoccupazione in italia, mascherata anche con l’inattività, impedisce di fotografare la reale situazione del mercato del lavoro così com’è. Nel novembre del 2017, l’Ue ha proclamato il cosiddetto pilastro sociale, qualcosa di molto innovativo che raccomanda agli Stati di creare un forte stato sociale per proteggere i lavoratori in un’epoca di insicurezza e incertezza lavorativa. Dal mio punto di vista, anzi, il reddito di cittadinanza dovrebbe essere incoraggiato dalle stesse istituzioni europee.

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