Putin stravince le elezioni, e da oggi comincia il suo declino

Valdimir Putin ha stravinto le elezioni, e sarebbe bene che l’Occidente lo prendesse, finalmente, sul serio. Ma il mandato che si inaugura rischia per lui di essere quello della decadenza

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Vladimir Putin

Kirill KUDRYAVTSEV / AFP

19 Marzo Mar 2018 0730 19 marzo 2018 19 Marzo 2018 - 07:30

Chissà se Vladimir Putin ha messo il broncio per questo 75% dei voti raccolto nell’elezione che lo manda al Cremlino per la quarta volta. In fondo è un dato molto inferiore all’indice di gradimento che, secondo l’autorevole e affidabile Levada Center, l’ha accompgnato per tutto il 2017, ben sopra l’80%. Scherzi a parte, adesso sentiremo la solita litania: ma non c’era Navalnyj, ma l’affluenza, ma i brogli… Ci sarà qualcosa di vero ma nulla di sostanziale. Perché bisognerebbe pure acconciarsi a deglutire il fatto che a tanti russi Putin piace. Così tanti che Putin sarebbe eletto presidente anche se non godesse del monopolio dei media, anche se i direttori delle fabbriche non incitassero gli operai ad andare a votare, anche se avesse per avversari dei politici veri e non le scartine (l’assente Navalnyj compreso) di questa tornata, anche se non avesse così tanto potere da considerare umiliante la sola idea di una campagna elettorale.

A noi pare strano ma può succedere. Per esempio se diventi primo ministro nel 1999, ovvero pochi mesi dopo che il tuo Paese si è dichiarato insolvente e ha subito la gogna del default e nel 2017 puoi dichiarare di aver estinto tutti i debiti dell’Urss. Se diventi per la prima volta presidente quando il Pil pro capite dei russi è di 1.300 dollari e torni presidente per la quarta volta quando lo stesso Pil è a quasi 12 mila. Se nel 2015, tra Ucraina, sanzioni e crollo del prezzo del petrolio, gli esperti prevedono che da te si sfascerà tutto e invece non capita. E così via.

Questa scontatissima rielezione è l’apoteosi di Putin. Il suo trionfo. Eppure, proprio in queste ore, torna alla mente il proverbio turco che Thomas Mann faceva citare a uno dei suoi Buddenbrook: “Quando la casa è finita la morte viene”. Per carità, Putin è in ottima salute e ha solo 65 anni. Ma la quarta presidenza rischia di essere, per lui e per la Russia che rappresenta, la più difficile di tutte.

Per carità, Putin è in ottima salute e ha solo 65 anni. Ma la quarta presidenza rischia di essere, per lui e per la Russia che rappresenta, la più difficile di tutte

Per due ragioni. La prima riguarda il rapporto della Russia con il mondo. Anni fa, quando tutti la davano per finita, Putin si diede l’obiettivo di riportarla al centro della scena internazionale, di restituirle su tutti i tavoli un ruolo di Paese decisivo. Il meno che si possa dire è che c’è riuscito. Crimea, Ucraina e Siria sono lì a testimoniarlo. Poi ci sono il rapporto privilegiato con la Turchia e l’Iran, le relazioni con l’Arabia Saudita, l’attivismo in Africa del Nord, l’intesa con la Cina. Ci piaccia o no, questa non è la Russia che seppe dai telegiornali che la Nato aveva cominciato a bombardare la Serbia.

Si discute molto per stabilire quando sia cominciata questa rimonta. Certo non è stato il lavoro di un giorno, ma la sensazione è che un momento cruciale sia stata la decisione di Obama di installare lo scudo antimissile in Romania e in Polonia, nel 2008. Usa e Nato hanno sempre detto che lo “scudo”, che in realtà è un sistema missilistico, serviva a sventare azioni minacciose dell’Iran contro l’Europa. Ai russi non ha fatto ridere. Ma non importa. Resta il fatto che oggi la Russia se la gioca. Non con tutti perché non può. Ma quando e dove può si fa valere.

Non è poca cosa. Ma, com’è ovvio, comporta dei problemi. Se vai in giro dicendo che tutti devono fare i conti con te, è facile che qualcuno venga a cercarti. Ed è proprio ciò che sta succedendo, in un braccio di ferro che l’Occidente ha ingaggiato convinto della propria superiorità, dalle manovre Nato ai confini russi al “caso Skripal”, passando per una serie di azioni di contenimento e attacco. La domanda è: la Russia sarà all’altezza del proprio successo? Ora che è arrivata dove voleva arrivare, saprà gestire l’inevitabile reazione dell’Occidente? E come?

Dal punto di vista delle relazioni internazionali è questo il tarlo che corrode le sicurezze del Cremlino. E se ancora non lo fa è meglio che lo faccia presto, perché si sta creando una super-Nato (gli Usa con la Casa Bianca dei generali e il Regno Unito post-Brexit da un lato, Francia e Germania pronte a portare in dote un embrione di difesa europea dall’altro) che ha tutti gli strumenti e le risorse per creare alla Russia un sacco di grane.

All’interno, invece, Putin dovrà usare questo quarto mandato per risolvere un problema assai spinoso: che farà Putin da grande? Lui è stato due volte Presidente, poi primo ministro, poi di nuovo due volte Presidente. Visto che la Costituzione vieta più di due mandati consecutivi, che vogliamo fare? Andiamo avanti così e a 71 anni Putin torna a fare il premier e manda il docile Medvedev a tenergli in caldo il Cremlino? Cambia la Costituzione e, imitando il collega cinese Xi Jinping, fa il Presidente a vita?

Con il massimo rispetto per le doti di Putin, per la Russia sarebbe una disgrazia. Dal 1999, quando comparve sulla scena da semi-sconosciuto, a oggi, Putin ha fatto tante cose. Le ha fatte appoggiandosi sui suoi ambienti, quelli dei servizi di sicurezza. Gli stessi che, mandando Jurii Andropov al Cremlino dopo la morte di Brezhnev, avevano provato a risollevare le sorti sfinite dell’Urss.

Putin e i suoi ex colleghi dei Servizi hanno ottenuto tanti successi ma tutti nell’ottica della resistenza e del rilancio. Hanno lavorato perché la Russia non si disgregasse ma, al contrario, ritrovasse compattezza. Per ridarle orgoglio e forza.

Adesso, però, la loro cultura politica sta facendo il suo tempo. La Russia ha bisogno di diventare un Paese non solo forte ma anche moderno. Deve far crescere una borghesia degna di questo nome, trattenere in patria e valorizzare le enorme risorse intellettuali che genera, immettere dinamismo nel sistema economico, fermare la fuga dei capitali, limitare la dipendenza dal petrolio e dal gas, frenare il declino demografico, combattere la corruzione, limare l’invasività della burocrazia.

La Russia ha bisogno di diventare un Paese non solo forte ma anche moderno. Sono questi i terreni su cui Putin ha ottenuto risultati inferiori alla necessità. Ma sono i terreni su cui sarà misurato il suo quarto mandato

Sono questi i terreni su cui Putin ha ottenuto risultati inferiori alla necessità. Ma sono i terreni su cui sarà misurato il suo quarto mandato. E proprio per questo ha importanza la sfida che gli viene lanciata da Aleksej Navalnyj, il blogger agitatore che sa mobilitare le piazze. Checchè se ne dica da noi, Navalnyj non ha alcun peso nella sfida elettorale. Quando ha provato a diventare sindaco di Mosca è stato respinto con perdite. Per lui è una fortuna che una discussa condanna per truffa lo abbia tolto dalla finta mischia delle presidenziali, altrimenti si sarebbe visto che non conta nulla.

Però sono importanti i giovani che lo seguono. Sono i millennials della Russia, i ragazzi nati più o meno quando Putin prendeva le misure alla grande politica. Non hanno vissuto l’Urss, erano troppo piccoli negli anni del caos. Hanno conosciuto sempre e solo Putin. Criticano perché con loro il ragionamento “ma pensa a come si stava male prima” non può funzionare, per ragioni anagrafiche. Ma sono i trentacinque-quarantenni di domani, quelli che tireranno fuori le unghie quando Putin dovrà decidere se diventare uno Xi Jinping col colbacco, e garantire la vecchiaia a coloro che sono stati con lui finora, o uno statista che mette il futuro del Paese prima del proprio mito. Se farà la seconda scelta, Putin dovrà trovare la nuova classe dirigente proprio tra coloro (i rampolli della borghesia urbana) che oggi marciano agli slogan di Navalnyj e che tra sei anni, più che adulti, vorranno dire la loro. E impiegherà i prossimi sei anni per selezionarla.

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